lunedì 14 giugno 2010

Qualcosa di relativamente importante

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Guarda: i palazzoni gialli, la volta della tangenziale che sembra contenere tutto, la cappa asfittica color sperma. Il sole si alza lento, non lo vedi, lo avverti, ne avverti l’ascesa a incendiare i contorni delle cose, lo sbiadire dell’aria, il giorno senza definizione. È ormai estate. Solo ieri sera i gelsomini ti davano il mal di testa. Quell’odore resinoso non è fatto per i nasi solitari. Il tuo è il più solitario dei nasi, si tengono compagnia fra loro solo gli organi gemellari del tuo corpo solo. Reni, polmoni, mano destra con mano sinistra e così i piedi, e gli occhi, le orecchie, i glutei. Ginocchia, gomiti. Narice con narice. Camminando sperso nella notte nauseante, i dialoghi del tuo corpo con se stesso, il monologo della tua mente cortocircuitata: vedi pozzanghere essiccate, escrementi fossili sotto la scarsa illuminazione pubblica, gruppuscoli sparsi di gente molto più giovane di te che sa meglio di te come risolvere l’incombenza di dover passare il tempo. L’arcata dentale superiore si stringe con forza su quella inferiore, piegano la curva mandibolare che emerge esternamente dall’ovale imperfetto del tuo viso appiattito. La pressa ossea, autistica, prefativa al tuffo salivare con cui inghiotti certi pensieri per seppellirteli nello stomaco, a marcire e consumarsi, a diluire una cena insoddisfacente. Pensieri che favoriscono la diuresi. Perché ti avviti su te stesso? Ti passi la punta della lingua sull’eruzione al palato, subito dietro i denti, è un’infezione che brucia, forse l’ipovitaminosi, forse il fumo, o il caffè. C’è uno strano silenzio.

Davanti a te il signore anziano, beato di anzianità, in camicia celeste a righine bianche, sentilo, senti l’odore pulito di sapone fresco, sentine la pelle spessa, esperta, consumata ma non avvizzita, sentine l’esperienza nella postura del corpo anziano, senti il tempo che si porta appresso, i capelli bianchi ingialliti, sottili e ben pettinati, sentine tutto l’orgoglio del vissuto trascorso. La perfezione dell’esperienza, epicurea. Tu cos’hai da insegnare ai sensi di chi ti sente? Poco, forse nulla. Ma nessuno ti sente, non dividi gli spazi con nessuno, non c’è nessuno che ti avverte. La tua pelle, acquista spessore solo grazie a una cosmesi privata, notturna, massaggi delicati con cui ti prendi cura di te stesso prima di lasciarti andare nel sonno. Al mattino non hai tempo, ti svegli tardi, già stanco nelle ossa. Adesso sei quasi sfinito, leggi l’oroscopo di un segno che non è il tuo. Sullo schermo centrale. Scenderai fra sei fermate. Il signore anziano inforca gli occhiali da anziano, la montatura dorata, legge Il Messaggero, quotidiano di Roma. Il sole continua ad alzarsi, l’universo è abitudinario da tempi indicibili. La routine del tempo maiuscolo cristallizzata in ogni manuale di scienze fisiche chimiche naturali. Alla fermata sale un signore indiano che zaffa di aglio e sudore aspro, e due ragazze, belle, colorate, con le cuffie alle orecchie, future assistenti socio-sanitarie precarie che si sbatteranno da un contratto a progetto all’altro. E tu, per allora?

Ma adesso: il getto di aria condizionata andrà ad indurirti i nervi del collo, mai più sedersi sotto il bocchettone, meglio scegliere il posto interno, sul corridoio. L’artificio del fresco si porta dietro ogni tipo di odore meccanico del mezzo, freni, consunzioni metalliche, plastiche bruciacchiate. Un odore di polvere e guaine sfritte, un odore secco, brutto, fastidioso. Ricorda in qualche modo l’odore pulviscolare dei temporali estivi sugli asfalti roventi e sporchi. L’altra settimana ne ha fatto uno molto forte, ai margini delle strade scorrevano queste fiumare lorde, grasse, bianche di una schiuma che sembrava detersivo e invece era merda. Si portavano dietro tutta la merda della città, giù per i tombini, nella rete fognaria antica, sepolta, a mescolare merda con merda, sporco urbano inerte e disavanzi intestinali del consesso sociale. Non pioveva da mesi.

Pensa alle cose, adesso. Alle cose. Qual è la cifra del tuo rapporto con le cose, le cose che non senti più. È la tesi che dovrebbe star dietro a tutta la Nausea di Sartre, che non hai letto, in realtà. Le cose, e la relazione con esse che va incrinandosi, finché non si riesce più a esperire un nesso esistentivo col mondo che circonda, come un albume, la percezione. Ecco come ti senti, pur nella confusione ineccepibile di una mancanza totale di riferimenti: slegato dal mondo fenomenico – dalle cose – isolato nel raggio di un campo percettivo pigro, minuscolo, il tuo universo personale che regredisce a dimensioni irrilevanti. Potresti ben dire che guardi senza vedere, che senti senza ascoltare. Eccetera eccetera eccetera. Si è creato un distacco biologico fra il tuo corpo, i sensi con cui esperisci ciò che ad esso è esterno, e quell’esternità. Ti vedi come una goccia d’acqua su una superficie superidrofoba, costretto a non mescolarti mai, fattore di coalescenza. La realtà è quella parte della tua vita che non senti più, quella sezione semantica del tempo che attraversi impermeabile. Chiamala “nausea”, “noia”, pigrizia. Chiamala come vuoi: è solo un processo di allontanamento dalla Natura, una deriva lentissima. E sei tu. Da te è impossibile allontanarti – è impossibile. Lo so che lo sai. Lo vedo da come muovi lo sguardo dietro quei Ray Ban fuori moda, da come ti assicuri di avere le chiavi di casa in tasca, dal modo in cui guardi quella ragazza fissandone il riflesso sul vetro sporco. Non ci sono soluzioni, e forse non è un problema, è semplicemente arretrato tutto, si è asciugato, svaporando chissà dove, lasciandoti da solo sullo scoglio brullo del tuo io personale. Naufrago. A ciascuno il suo, dici. Ma in fin dei conti la relatività del tutto, in queste condizioni, è la prima ermeneutica che salta gambe all’aria, inservibile, puoi giusto tirarla in ballo quando non te la senti di approfondire, come stai facendo adesso. Hai tutto il diritto di restare superficiale sulle questioni che ti riguardano nel profondo. Ma ti avviso: se sei nella condizione di affermare “non c’è nient’altro e nessun altro”, allora non puoi tirare in ballo nessun termine di paragone, neppure in maniera immaginativa. È tutto il codice del riconoscimento che si è inceppato, non so se mi spiego.

Senti l’indiano che sa di aglio e sudore, sentilo come in realtà nasconde un aroma nascosto e nauseante di budella, sentilo bene. Torna indietro alle vacanze di Natale di quando eri piccolo, l’uccisione del maiale, tutti i parenti intorno al tavolo vecchio basso e smaltato di verde dei tuoi nonni materni, tutti a tagliuzzare la carne del maiale scannato il giorno prima in pezzetti piccoli così, pezzetti che poi finivano dentro le budella dello stesso maiale, che si riconvertiva in salsicce e quant’altro. (La reincarnazione da carne viva a carne morta, salata, speziata, insaccata, essiccata – pensa al karma dei porci, pensaci. Ti viene da ridere.) Ricorda quell’odore caramelloso e acidulo, l’odore delle budella che stavano a ripulirsi dentro la bacinella azzurra vicino al balcone – la luce scialba dell’ultima settimana dell’anno che rimbalzava sulla neve indurita, il grembiule quadrettato azzurro di tua madre, il telegiornale in bianco e nero che tuo nonno chiamava “comunicato” – e dimmi se non è lo stesso odore che adesso indovini negli spostamenti d’aria che generano i movimenti di questo signore indiano. Sa di budella, no? È un buon paragone, “odore di budella”, potresti scriverlo in qualcuno dei racconti che inizi a fatica quando ti senti in qualche modo illuminato, allettato dall’idea di passare una serata davanti allo schermo del computer. Dici che scrivi. No, non lo dici: lo pensi fra te e te, è un augurio, una speranza, qualcosa che ti piacerebbe fare con dedizione, scrivere ogni giorno, anche cose inutili, tentativi che cestinerai il giorno dopo, mozziconi di racconti. Pensi alle cinquemila parole al giorno di Miller e ti viene la febbre. Alle cinque pagine di Cărtărescu: idem. Non trovi il tempo per scrivere nemmeno una cartella al giorno. Leonardo Bonetti che ti dice della “quinta riscrittura” di quello che sarà il suo prossimo romanzo, e quindi pensi alla prima, poi alla seconda, e alla terza, quarta e quinta riscrittura, e amplifichi inverosimilmente la sensazione di fatica estrema che sta dietro certe cose. Ritorna il numero cinque. Vai verso la Fiera. Adesso il sole brucia oltre il vetro, e da sopra arriva il getto dell’aria condizionata, il signore anziano davanti a te legge la pagina di cronaca – c’è un serial-killer, a quanto pare, hanno incrociato i dati di una decina di casi irrisolti e sembra che ci sia in giro un pazzo che periodicamente decide di alleggerire il pianeta – l’indiano aglio-sudore-budella si siede al posto lasciato libero dalla ragazza che fissavi nel riflesso del vetro che si prepara a scendere alla prossima.

Dopotutto pensi che l’esperienza non sia altro che un accumulare pregiudizi, nozioni marmorizzate, testarde, intimamente disoneste. Stai leggendo un manoscritto inedito per cui ti daranno la miseria di dieci euro, il romanzo di un signore che vorrebbe diventare uno scrittore pubblicato. Sul frontespizio, sotto il titolo, leggi che questo signore si è premurato di registrare l’opera alla SIAE. Scatta, il pregiudizio: sarà una schifezza? No, non così, non te lo chiedi: lo sai per certo, sarà roba per editori a pagamento pronti ad approfittare delle pulsioni narcisiste di questi signori, che ci cascheranno senza vergogna, e poi passeranno secoli a smazzare a parenti e amici le copie obbligatorie, centinaia, che avranno stampato come da contratto, sprecando carta, inchiostro, tecnologie, sprecando soldi che avrebbero investito meglio comprando libri buoni da leggere, e se proprio avevano nel sangue il cosiddetto demone della scrittura avrebbero potuto maturare uno stile, chissà, e scrivere qualcosa di decente su cui far ragionare uno come te, che legge manoscritti inediti nel tempo perso, e a cui danno dieci euro per ognuno di questi manoscritti che spesso ti mettono di cattivo umore dal momento che lo sai per certo che la cattiva scrittura è contagiosa, e visto che tu intendi scrivere non dovresti potertelo permettere, di leggere cose così brutte. Ecco perché non hai il tuo stile, stammi a sentire. Devi leggere, ancora, tanto, devi leggere tutti gli americani contemporanei, gli italiani che non hai letto, devi leggere Pasolini, Buzzati, Pavese, Moravia. Devi leggere, così stai solo perdendo tempo. Leggi poesie, non solo narrativa, leggi saggistica e approfondimenti socio-politici. Trova le storie, coltiva la fantasia, inventa i personaggi, chiunque è bravo a scrivere di sé, tutti scrivono di sé in mancanza di storie e di immaginazione. Il Sé è un baluardo, non si scappa – pensi – a meno che non sei bravo, bravo davvero, e la bravura può essere incentivata. Ma sappilo, che non sei meglio di nessun altro.

Sei nell’ingorgo. Tu, il signore anziano, l’indiano, la ragazza che deve ancora scendere. Siete nell’ingorgo, e non sai da quanto tempo. Poi ci sono tutti gli altri, quelli che stanno lì, al di là della tua capacità di percepirli o di connotarli in una qualche relazione con te, e in realtà nemmeno la ragazza, il signore anziano e l’indiano stanno in una qualche relazione con te, a parte il fatto che questi ultimi li hai notati, osservati, annusati. Per tutti gli altri, invece, non hai fatto altro che registrarne con la coda dell’occhio la presenza nebulosa, lo stare lì e basta. Sconosciuti: significa proprio questo – intersezioni nulle di insiemi diversi. Siete, tutti, nell’ingorgo. Il semaforo rotto, due vigili sudati che non stanno facendo esattamente le cose per bene. Agitano le palette, vorticano le braccia. Sembrano sul punto di perdere definitivamente il controllo. Ogni pensiero si riempie di bestemmie. Inizia la nenia stonata dei clacson, i motorini si infilano nelle strettoie fra le macchine, vanno sui marciapiedi per andare da nessuna parte. Osserva bene: questo è un angolo della civiltà che si è andata creando a colpi di rivoluzioni industriali e sociali. È Occidente: questo fiume deforme di lamiere surriscaldate, verniciate a polvere, queste macchine piene di disperazione che portano i propri padroni nelle mani di altri padroni, a timbrare badge aziendali con un ritardo dovuto a tutti gli ingorghi del mondo, accumulando bestemmie e rabbia sociale in completo d’ordinanza, maledicendo quello davanti che fa e sente e bestemmia esattamente alla stessa maniera. Per quanto potrà durare: non pensarci, non sta a te. Guarda fuori, il tipo-manager sulla Smart, lo vedi? Lui crede di poter andare dappertutto, ma basta una Punto sfasciata per bloccarlo. Come quella che ha davanti. Da lì non si muoverà per i prossimi dieci minuti, hai idea della massa di bestemmie che saliranno al cielo? Guardalo come urla dentro l’iPhone, guarda: le vene del collo ingrossate come lumache, la fronte madida di sudore e di gel per capelli che inizia a sciogliersi, il nodo della cravatta stringe come un cappio, si leva gli occhiali da sole, batte i pugni sul volante, sfriziona, suona il clacson, tira la testa indietro sui poggiatesta rinforzati, con un niente si sta rovinando la giornata che deve ancora iniziare, basta poco. Tienilo d’occhio. Non ci si muove: il ritmo frenetico della città.

Si va avanti a singhiozzi, anche sulla corsia preferenziale, dove dovreste scorrere regolarmente – tu, la ragazza che non riesce ancora a scendere, l’indiano aromatizzato al budello, l’anziano fresco di sapone buono e tutti gli altri esseri nebulizzati ai margini della tua percezione monca. È stata invasa pian piano, una conquista millimetrica, da una selva di moto, macchine grigie, SUV sproporzionati, utilitarie premoderne senza filtro antiparticolato né dispositivi di sicurezza passiva, auto elettriche. Ma non ci si muove più: là in fondo, guarda, un tram è rimasto bloccato in curva, non riesce a proseguire a meno di distruggere qualche fiancata di troppo, automobili parcheggiate in modo creativo, praticamente in mezzo alla corsia, le macchine normali ci passerebbero senza problemi, ma un tram ha bisogno di un raggio tutto suo. Non può proprio passarci: quella curva se la può scordare, è un tappo di metallo verde oliva che tiene imbottigliati senza pietà centinaia di disperati urbani, a imprecare in silenzio ognuno dentro il proprio abitacolo, fanno rimbalzare bestemmie grosse come cattedrali sui cruscotti lucenti, generano reverberi senza fine finché l’abitacolo non va in feedback, e così i cervelli, cervelli che impazziscono in pieno comfort Euro4, cervelli anneriti dallo stress, quasi morti, zone di lacerazioni, aneurismi potenziali. Si espande senza fine l’orgia di clacson, sirene di ambulanze bloccate, uno strascico denso di onde quadre, fastidiose, frequenze impastate isteriche. Il tutto è avvolto nella massa impalpabile delle polveri sottili, velenosissime, letali. Sicuro di non voler scendere alla prossima?

Succede in un attimo, quando l’immobilità è ormai perenne. Succede che tra la Punto sfasciata e la Smart si crea uno spazio infinitesimo: la Punto è avanzata di un niente, mentre il tipo sulla Smart, adesso in fase di ascolto della voce che proviene dall’altra parte dell’iPhone e continuando ad agitare le mani ai danni del volante, non ha schiacciato sul gas quel poco che bastava per mantenere la proporzione della distanza fra i paraurti dei due automezzi. Ecco allora che fra le due auto, nell’intercapedine vitale fra targa e targa, si inserisce, sbucato chissà da dove, questo motociclista. Una Triumph. Segui bene la scena, seguila, tieni d’occhio la situazione, perché potrebbe precipitare. La Triumph sta di traverso alle due auto, perpendicolare al senso di scorrimento di questo universo di pistoni e valvole che non scorre. Isola questa scena, restringi il colpo d’occhio, lascia scorrere la sinfonia storta dei clacson fuori sincrono, il tinnitus dell’universo. Il tipo sulla Smart è evidentemente contrariato dalla scelta del motociclista di penetrare lo spazio vuoto fra le due macchine. Ha un lampo negli occhi che dice tutto. Come se fosse proprio la Triumph a bloccargli la strada, come se potesse effettivamente andare da qualche parte – se il motociclista non avesse attuato questa decisione sconsiderata di invadere quel mezzo metro esiziale di asfalto – invece di restare lì ad abbrustolire e imprecare e maledire. E quindi maledice, impreca, bestemmia, scaraventa il cellulare sul sedile posteriore e affaccia la testa sudata e paonazza di rabbia metropolitana dal finestrino abbassato della sua auto. Urla qualcosa al motociclista, vedi i denti che luccicano e le gocce di saliva in controluce che partono come proiettili e poi si disfano nel nulla.

Di fianco a te c’è una signora che fa il Sudoku. Te ne accorgi solo ora. L’ha quasi finito, è una griglia di livello medio-alto. Guardi la signora, di profilo, e vedi un’immagine di serenità indiscutibile, la signora ha la pelle a dir poco perfetta, anche se potrebbe aver passato i cinquanta, la sua pelle è opaca e omogenea e naturale. Ha appena finito il Sudoku e ripone la rivista di giochi dentro la borsetta. Solo adesso si accorge dell’ingorgo in cui siete tutti paralizzati, e si mette a parlare fra sé e sé, dicendo cose come “non è possibile – questa città – ogni volta – non funziona mai nulla” e tutto il campionario di frasi adatte all’occasione. Poi vi incrociate lo sguardo, per un attimo, e tu sei praticamente costretto a fare quella mossa con gli occhi e la bocca che sta a significare che sei d’accordo, sì, ma che per quanto si possa essere d’accordo non è che si risolvano i problemi, anzi, e quindi tutt’al più si può condividere oltre al giudizio negativo su tutto ciò che “non funziona” anche questa particolare condizione di impotenza. Un giro di pensieri in una mossa di occhi e bocca accompagnata da una impercettibile scrollata di spalle. “Che possiamo farci”.

Adesso ritorna in esterna. Sempre i palazzoni gialli che contengono la massa del traffico immobilizzato, la lingua cementizia della tangenziale, i lampioni spenti. Eruzioni cancrenose della terra. Ogni cosa è rovente, il sole arde furioso in questa metà di mondo. E ancora i due a contendersi un posto migliore nel traffico senza movimento. Il motociclista ha deciso che il tipo sulla Smart ha parlato troppo, lo vedi da come si è girato verso di lui, dai movimenti a scatti della testa che sfidano senza tema la sua rabbia incondizionata di automobilista che non procede. La sua testa, la testa del motociclista, è avvolta dal casco, integrale anche se è estate, la sua testa dentro il casco fa su e giù per rispondere alle urla del tipo con la Smart, il suo cervello è protetto all’interno di due scatole craniche, di cui la più esterna a marca MomoDesign, imbottita. Non sai cosa stia dicendo, ma non ti è difficile intuirlo. Fa su e giù il casco che contiene la testa che contiene il sistema nervoso centrale, il sistema cerebellare. Sembra un cavaliere teutonico aggiornato ad oggi, un’ultimissima versione dotata di giubba con inserti protettivi in caso di caduta rovinosa, pantaloni nero lucido in tessuto tecnico con ginocchiere imbottite, stivali. E il casco. Pensa: il futuro è già adesso e non te ne sei accorto, il futuro arriva piombando nella paralisi, nel vuoto di progressione, è un presente stantio. Guarda attentamente cosa succede: il centauro, fra scatti di testa-casco ai limiti dell’epilessia, fa gesti eloquenti con le mani, invita spavaldamente il tipo sulla Smart a scendere, a scendere dall’auto, se ne ha il coraggio. L’altro continua a sbraitargli contro, ma è chiaro che adesso è in gioco un tipo di onore che possono capire solo loro due, un onore automobilistico, riguarda la conquista di segmenti d’asfalto, uno spazio vitale urbano. Quindi la portiera della Smart si apre, vedi lo scatto dell’automobilista nel tirare il freno a mano, noti un ulteriore e repentino ingrossamento delle vene sul collo. Il motociclista-cavaliere teutonico ha messo il cavalletto, è in piedi, sarà alto due metri, sei stupito. Intanto la ragazza alla guida della Punto sfasciata, davanti a loro, si perde tutta la scena perché sta usando lo specchietto retrovisore per darsi un po’ di rossetto. Si perde quindi anche il movimento furtivo, esatto, con cui il tipo in Smart, dopo aver aperto la portiera e tirato il freno a mano in un unico scatto nervoso, si china ad allungare il braccio sotto il sedile del passeggero per prelevare qualcosa. Guarda cos’è: un bastone, un bastone da anziano, da signore di mezz’età con problemi di deambulazione – o altro, fai tu. Il tipo scende definitivamente dalla Smart e impugna un bastone, che non è proprio come una mazza da baseball o un pezzo di tubo Innocenti o chissà cos’altro per colpire o intimorire un eventuale ostacolo umano, ma insomma. Anche un bastone ha il suo perché in certi casi, col puntale rinforzato in gomma e l’impugnatura ergonomica attaccata al bastone vero e proprio a formare un pericolosissimo angolo acuto. Cosa vuole fare il tipo con la Smart, fuori dalla Smart, munito di bastone, avvicinatosi al centauro in armatura tecnica? Fargli il culo, ecco cosa vuole. Concentrati sulla scena.

Lo schermo centrale si produce in pubblicità di agenzie viaggi. Quest’anno spingono la Turchia. La signora del Sudoku dice al cellulare: “Di’ a Claudio che faccio tardi, sono bloccata, non so cos’è successo, c’è un tram che non riesce a muoversi, mi sa, digli che faccio una mezz’ora di ritardo, intanto puoi chiamare l’avvocato che oggi chiudiamo la pratica di Scarselli”. Il signore anziano ha chiuso il giornale, lo poggia sulle gambe, vedi la prima pagina e ti cade l’occhio sul titolo in grassetto “Cellula umana replicata in laboratorio”. La ragazza in eterna attesa di scendere alla prossima, in piedi davanti alla porta centrale, prende del tabacco da una confezione in plastica gialla, decide di portarsi in anticipo arrotolandosi una sigaretta. Non sai perché ti ritorna in mente un giorno di tanti anni fa, in un paesino delle basse Marche con alcuni amici dell’università, a pochi chilometri dalla famosa e mistificata San Benedetto del Tronto. Sul punto panoramico: lo sguardo spalancato sulla vastità dell’Adriatico, la luce netta che illumina in maniera quasi carnale, tangibile, il bacino acqueo smisurato e la costa assaltata, la terra dove hanno avuto la meglio i costruttori, le seconde case al mare, gli ideali vacanzieri di persone mediamente prive di ideali. Il tratto della A14 in mezzo ai vigneti a capanna. Ricordi Mara, nella luce di maggio che cade a piombo, ripensi senza motivo apparente a Mara che dice: “Tutta questa contingenza. Che ne sarà di tutta questa contingenza”. Tu non sai cosa pensare, della contingenza. Non sai nemmeno che diavolo voglia dire Mara nel dire “contingenza”, e ti senti stupido, ragion per cui ricordi di aver rimandato spesso alla mente quella scena e quella frase, e lo stai facendo anche adesso, dopo chissà quanto tempo, ma adesso hai la strana sensazione di possedere una specie di chiave di volta per quella frase, e sei sorpreso di te stesso quando ti ritrovi a sillabare a voce bassissima le stesse parole. Tutta questa contingenza. Ascolta: lo stai dicendo, proprio adesso. E lo ripeti: tutta questa contingenza. Sai di aver capito, o di esserci stranamente vicino.

Il primo colpo va a schiantarsi sul braccio del centauro. Se avevi dei dubbi sul bastone, sulla persona a cui potesse servire, adesso è il momento di levarteli, perché non può proprio appartenere al tipo della Smart, è chiaro, il bastone deve essere di suo padre, ti lanci in questa congettura – ma non è rilevante, lo sai. Questo qui non ha nessun problema di deambulazione, anzi. Si muove benissimo, salta da un piede all’altro per mantenere l’equilibrio del corpo, proteso verso l’avversario in armatura motociclistica. Quest’ultimo, da parte sua, manca l’occasione per afferrare il bastone ed estirparlo dalla presa feroce del tipo della Smart, che invece lo ritira a sé, e fa precipitare un secondo maglio sulla spalla del centauro, il quale accusa, si sposta barcollando sulla sua Triumph, chiudendosi per così dire alle corde. Guarda: non gli sta andando bene, ma ha la fortuna di possedere una buona armatura. Sarà per questo che il tipo della Smart procede senza pietà. Ancora un colpo, violentissimo, all’altezza dello sterno, con il centauro praticamente seduto in una posizione per niente comoda sulla sua Triumph. Un altro, sempre sul petto. Adesso ascolta la sinfonia sbagliata di tutti i clacson e le sirene del mondo che glissa in una dissonanza temibile, ingrossandosi man mano. Wagner. Il motociclista è piegato, le mani sulla pancia; il tipo della Smart si accanisce sulla testa-casco. Poi afferra con la mano libera il centauro, lo risolleva, gli fa piombare addosso un colpo devastante, sul casco, spaccandone la visiera. Le schegge di plastica si disperdono pirotecniche. Sulla Punto lì davanti la signora continua a truccarsi, stavolta le ciglia. Ancora colpi di bastone sulla testa-casco, senza pietà, guarda che faccia che ha adesso il tipo della Smart, è letteralmente indiavolato, rossissimo, tra un po’ gli scoppia la giugulare. Continua a spruzzare odio e saliva nebulizzata. Dietro di loro, e dietro la Smart, un ragazzo che avrà la patente da non più di una settimana caccia il braccio fuori dal finestrino e svuota il posacenere direttamente sulla strada butterata. Il centauro è caduto, guardalo. È a terra. Ha le braccia incrociate a proteggersi il viso, la testa, il casco, quello che è. Quindi prende un’altra decina di colpi di bastone sui gomiti e sugli avambracci, poi sul petto, sulla pancia, ancora sulle spalle, finché il tipo della Smart non gli si inginocchia accanto, depositando il bastone a terra, e porta le mani sotto il mento del centauro, al collo. Prende a slacciargli il casco. Il centauro deve essere svenuto, non oppone più nessun tipo di resistenza. Siamo vicini alla fine.

Adesso bloccalo così, non proseguire. Congela lo scenario. Ferma per un attimo questo disastro. Una diapositiva psichica, ecco cosa farai: devi pietrificare il tempo dell’azione finale, fossilizzarlo. Sospendilo nell’attimo prima, che è adesso, quando il tipo della Smart ha già raccolto il bastone da terra e caricato lo schianto terminale afferrandolo per il puntale rinforzato e non già per l’impugnatura, alzando le braccia e stirando l’angolazione dei gomiti uniti, puntando il bastone al cielo – alla volta preesistente, nient’altro che una pellicola bianca incolore. Scolpisci i dettagli della fine, fai un render 3D, lascia il tipo della Smart a mezzo metro da terra, le ginocchia leggermente piegate, si è staccato dal suolo facendo leva sulla punta dei mocassini che indossa senza calze, saltando, è saltato in aria, prepara la mazzata ultima producendosi in un gesto atletico e pulito, per nulla artefatto, incombe definitivo sul motociclista svenuto a terra, privato del casco che è rotolato oltre il bordo smangiato del marciapiedi, la signora sulla Punto che ha finito col mascara per ciglia extra-lunghe e già si prepara col fondotinta, il neopatentato dietro di loro che rimette a posto il posacenere svuotato e va ad alzare il volume dell’autoradio, un’ambulanza che non riesce proprio a passare al di là del volume della sirena – e tutti i clacson che sembrano condannati per sempre a stonare, perdio – e il tipo della Smart, elastico, sollevato con precisione omicida sul centauro che si sta perdendo il gran finale, il tipo della Smart che punta con tutto il corpo al cielo – al cielo – col suo bastone che indica il centro esatto dell’universo, e che disegnando un arco di circonferenza più o meno preciso andrà a premere ricadendo sul motociclista svenuto, inarcandosi per dirigere la pressione, squarciandogli la faccia con forza, spaccando il di lui setto nasale o il massillo-facciale o l’occipite – o comunque una gran quantità di denti – sturando un qualche flusso emorragico fatale. Uccidendolo, uccidendo il centauro, culminando il disastro, ponendo fine a qualcosa di relativamente importante. Tu blocca la scena, paralizzala. Il bip costante a 12 KHz di un elettrocardiogramma piatto confuso fra le armoniche indistinte nella bolgia di clacson e similari. Il centauro: si sgancia dalla vita, abbandona la coscienza della carne. Quaggiù, per sempre.
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sabato 5 giugno 2010

Incipit terminale

Da bambini, coi cugini, giocavamo a barchette di foglia sotto i viadotti di montagna: tra le rapide schiumose di rivoli e rigagnoli, velieri e bastimenti rollavano incerti fino ad inabissarsi nei tombini, con gli alberi maestri divelti e le vele strappate dalle grida di tifo e disperazione.
Così si cresceva, imparando la fine delle cose.
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martedì 18 maggio 2010

Romanzo infinito / sesta sequenza


Orbe di Dentro

Missa brevis
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Adesso accade che un uomo infuriato entra in manicomio
e con poche pasticche, già al secondo o terzo
giorno si placa, fa come un tizzone immerso nell’acqua,
che frigge e fuma, ma non più sfavilla l’incendio.
Mario Tobino
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Dominus. Paenitentia

[30 luglio 2006 – 00.53]

«Non mi piace, Ariel... agli infrarossi si vede del bianco sui tetti. Confermo, il visore HUD alla massima scansione. Sui tetti sotto il minareto della moschea sono stese delle lenzuola bianche. Sembra una tendopoli di lenzuola e se ci sono dei civili là dentro...»

«Te l’ho già detto, Z43, non fare storie adesso... i droni hanno fotografato tutta la zona di strike a bassa quota, nei minimi dettagli. Con quelle lenzuola ci coprono i loro fottuti missili…vai avanti con la procedura, Z43.»

Gloria. Precatio

La prima notte conto settantasette porte. Mio fratello cammina davanti a me in un lunghissimo corridoio sotterraneo illuminato a stento da una fila di lampade a petrolio appese ai muri. Gavriel continua ad aprire porte su porte con un mazzo di chiavi verdi che sembrano alghe. Il sogno non ha suoni né rumori, come se mi avessero imbottito le orecchie di ovatta. Mia madre ci segue sorridendo appena, con la fronte imperlata di sudore. Vorrei asciugarla quella fronte così trasparente ma sono nudo eccetto gli anfibi neri ai piedi. Non ho freddo né caldo. Non sento niente, voglio solo andare avanti. Voglio uscire da questa catacomba che si apre nella nostra vecchia cucina della casa di Ramat Gan. Prendere i miei vestiti nell’armadio di quercia in fondo al corridoio. Ogni porta si apre su un’altra porta dopo pochi metri, all’infinito. Per un’eternità. Poi ad un tratto le mie orecchie riprendono a udire. Mia madre sta cantando con un sussurro Sch´av b´ni schaw bimnucha. Dopo le prime parole della ninna–nanna preferita di casa Sharon, so di essere di fronte all’ultima porta. Mio fratello non la apre come le altre. Si ferma ad accarezzare con la mano una forma graffita nel legno grigio, יהךה. La riconosco. Era nella Bibbia della sinagoga. È il tetragramma sacro di Adonay. Il nome impronunciabile di Dio. Io sarò quel che sarò, sussurra mia madre dietro di me, ricordando la lingua che non ha mai voluto parlare.

La porta si apre docilmente in un soffio sotto le mie dita, ma non vedo nulla perché


mi sveglio nel buio, la faccia bagnata da un sudore di ghiaccio. Fania continua a dormire la testa affondata nel cuscino con l’aria di essere morta. L’abbondante libagione alcolica della sera prima sembra averla sfinita. È il suo modo di dimenticare quello che io non dimenticherò mai. Tutti quei bambini morti. Al mio rientro ieri notte l’ho trovata accucciata sul divano a dondolare con un bicchiere in mano, gli occhi vuoti. La televisione era accesa e trasmetteva l’ennesimo servizio sui soccorsi. Appena mi ha visto, si è alzata senza una parola. Barcollava. Ho dovuto sostenerla con un braccio intorno alla vita perché non cadesse. Mi ha puntato i gomiti sul petto guardando a terra e mi ha spinto lontano da sé con un lamento di gola che mi ha fatto venire i brividi.

Sento formicolare tutto il corpo e la testa affogare nel vuoto. Mi alzo e vado in cucina a bere un po’ d’acqua. La finestra sull’acquaio è sollevata a metà e dalla spiaggia vicina il vento non porta con sé l’odore marcio del mare di Jaffa. Questa notte nell’aria c’è il profumo dei cedri. Come tre anni fa. Io e Fania eravamo a Sidone sul finire dell’estate. Al tramonto scendevamo nella piccola spiaggia davanti al Castello del Mare. E il mare aveva lo stesso profumo aspro. Solo tre anni fa. Fania aveva già Nathan nella pancia e facevamo progetti. Che non prevedevano di bombardare qualche villaggio intorno.

Non so quante notti dovranno passare prima che io trovi una via di uscita. Una ragione al fatto che non posso tornare indietro a quella sera. Un modo per continuare a vivere senza pensare. Quante volte ancora mi sentirò perduto stringendo Nathan sul mio petto? La mattina del ritorno dalla missione, sono entrato nella sua stanza come un ladro, con il terrore che si svegliasse e mi chiedesse cosa avevo fatto. Da quella mattina, non posso pensare più a lui senza sentirmi un assassino. Quando vedo Nathan, il tizzone ardente che ho nel petto si immerge nel lago dei suoi occhi grandi e neri e frigge e fuma e mi fa piangere per il dolore. Perché, è assurdo lo so, ho paura di me. Ho paura di fargli del male.

Come se fossi uno di quei bastardi di sceicchi ulema che si nascondono nelle case della gente dei Territori e banchettano con il sangue dei loro figli. Li mandano a farsi esplodere alle fermate degli autobus, mentre loro se ne stanno al sicuro nell’ombra delle loro moschee a lavare il cervello dei prossimi martiri. E noi? Il tempo di raccogliere i nostri morti dall’asfalto delle città e andiamo a bombardare con gli elicotteri le loro spelonche. Poi ci chiudiamo in casa ad aspettare il prossimo Shabbath per recitare il Kiddush su una coppa di vino. E nessuno muove più un dito per fare qualcosa. Fino alla nuova strage del nuovo kamikaze e poi di nuovo gli aerei e le bombe. Quanto può durare tutto questo, senza impazzire tutti in massa, arabi ed ebrei? Ma forse siamo già tutti pazzi furiosi se pensiamo di difenderci dai razzi di Hezbollah andando a massacrare degli innocenti. Che sia maledetto Olmert e tutto il suo branco di politicanti macellai di guerra che pensano di avere le mani più pulite dei becchini di Tsahal.

Maledetto io tre volte, il giorno che ho pilotato il primo F–16, mi si potevano seccare le mani. Con Heyl Ha'Avir per difendere la pace di tutti dall’alto dei cieli. Il vero criminale è Klausner, con i suoi slogan di merda. Il suo sostegno psicologico ai combattenti, solo altri slogan di merda. I suoi corsi di addestramento “im siebenten Rimmel”, solo un altro lavaggio del cervello. Piccoli ricatti e piccoli premi, uno sull’altro, grado per grado, giorno dopo giorno. Per costruire la scimmia assassina. Ma questa è stata l’ultima volta che la scimmia ha premuto il bottone. Almeno potessi sapere se è stata veramente una bomba a teleguida laser a far crollare l’edificio, come dicono.

Domenica notte eravamo in tre ad avere gli MK–84 a bordo.

Sanctus. Veritas

Allah, dammi il coraggio di guardare in faccia l’orrore.

Ancora dormivo quando questa mattina Nayef mi ha chiamato dalla Mezzaluna Rossa di Tiro. La sua voce era strana, sembrava parlare con difficoltà. Nelle cantine dell’edificio crollato c’erano molti profughi dai villaggi vicini. Famiglie in cammino per Beirut. Qualcuno aveva detto loro che il posto era sicuro per la notte.

C’è un’aria di desolazione sotto il sole ruggente di Qana. Nelle strade la gente è poca e ci guarda con la febbre negli occhi. Non ci sono madri intorno a noi, solo i primi morti sulle carriole. Qualche bambino con la faccia bianca e le narici piene di sangue. Su una stuoia in cortile, il corpo impolverato e scomposto di una donna coperta a metà da un lenzuolo a fiori azzurri. La palazzina è proprio sotto il minareto della moschea. I tre piani si sono sbriciolati sotto il peso del tetto di cemento armato. Un missile teleguidato, dicono. Di fabbricazione americana, a giudicare dai frammenti. Forse un MK–84. Novecento libbre di esplosivo intelligente.
Nayef mi viene incontro con un fagotto bianco tra le braccia. Ha gli occhi arrossati e l’aria di chi sta salendo sul patibolo. Mi dice che forse non c’è più nessuno vivo sotto le macerie. Mi dice di mettere la mascherina e di segnare lo scavo. Come un archeologo arrivato troppo presto nella necropoli.

Dopo pochi minuti la camicia mi si attacca alla schiena e preferisco continuare a scavare a torso nudo. Poi, subito sotto il frontone del tetto, in cima ad un mucchio di terra e cavi divelti, quello che sembra il tubo bianco di una stufa. Ci sono proprio sopra e una mano fredda mi strizza lo stomaco. Non è un tubo, è un braccio sporco di gesso.

Di colpo, dall’altra parte delle macerie, una voce maschile getta un urlo come un macigno che cade. Sobbalzo e per poco non cado all’indietro nella scarpata di pietre e detriti. Poi il grido si appuntisce in un sibilo acuto senza fine che non può essere sentito senza impazzire. E si perde altissimo in questo mare cobalto scuro che Qana ha per cielo. Alla fine muore in un lamento strozzato, un gorgoglio in gola.

Le mie mani scavano con furia ma incontrano solo altra terra e altre pietre fino a quando non la vedo in faccia, sotto le mie ginocchia affondate nel tumulo. Una bambina distesa sul fianco, nel fondo, con un braccio spezzato e l’altro sul viso gonfio di polvere. Tre anni, forse quattro. La bocca è piena dei calcinacci che l’hanno soffocata. Il pigiama sporco di terra strappato sulla piccola spalla vuota. Mi guarda fisso con un occhio spalancato del verde più smeraldo che c’è al mondo. L’altro è perduto. L’orbita è tumefatta e piena di sangue raggrumato. Mentre la sollevo piano sotto le ascelle, penso a sua madre e suo padre. E desidero che siano morti anche loro. Lo desidero con tutto me stesso, dal profondo delle viscere. Che la morte li salvi da questa vista. La sollevo in alto sopra le mie ginocchia e per un momento siamo entrambi senza peso e senza vita. Quando l’attiro verso di me, il suo piccolo corpo di pezza mi abbraccia come ha fatto con la madre la sera prima di morire.

Agnus. Immolatio

La seconda notte il letto si muove e vibra per qualche istante sotto l’onda d’urto di un terremoto. Ma non è un terremoto. Passano ancora Apache sulle nostre teste e i loro fari illuminano a giorno i cortili mangiati dal salnitro dove i nostri figli giocano alla morte. Io non sento niente e non vedo niente. Sono di nuovo davanti alla porta del sogno. La porta grigia con il tetragramma. È rimasta aperta dall’ultima volta. Spalancata su uno stanzone basso in penombra. Mia madre e mio fratello devono essere in un altro sogno, perché sono solo. Forse si vergognano di me e non sogneremo mai più insieme. A terra ci sono tre file di corpi dentro sacchi neri. Ogni fila conta quindici unità, allineate in parallelo con la parete illuminata a giorno dai neon dell’obitorio. Il nome, l’età e la provenienza del cadavere sono stati scritti con un pennarello giallo su tutti i sudari di plastica. Prima in arabo, poi in inglese. Leggo i nomi ad alta voce. Come nel primo sogno, non sento la mia voce, ma sento il mio sterno aprirsi lentamente. Si apre piano, con un dolore sordo al centro del petto e ingoia ogni nome, ogni parola. Mehdi Hashem sette anni Qana, Hussein al–Mohamed dodici anni Qana, Abbas al–Shaloub undici mesi Qana, Khalida Chaloub quattro anni Qana…

Mi accorgo che sul tavolo di dissezione al centro della stanza c’è anche un sacco senza nome. L’unico non identificato. Non si devono aprire i sudari dei bambini. Non si devono contaminare i loro corpi con le mani impure di chi ha peccato. Ma è l’unico sacco senza nome. Devo sapere. Mentre le mie mani fanno scorrere la zip, il mio sterno si richiude nella roccia.

Il volto di Nathan è bello e sereno come sempre, sembra dormire. Ma è tutto bianco di gesso.
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Il capro


La sacralità delle mura domestiche. Il baluardo della cultura borghese, il nido dove l'uccello si va a riposare dopo la caccia. Ma se proviamo a digitare "mura domestiche" su qualsiasi motore di ricerca, invece di trovare rimandi alla tranquillità e all'intimità del focolare, compaiono link ad elenchi di stupri e violenze che al loro interno hanno preso atto.
L'uccello forse non aveva poi così tanta voglia di riposare.

Quelle quattro mura difese con i denti dalle pisciate canine da uomini che la notte preferiscono farsi pisciare in bocca. Mai alla luce però. Una sorta di reazione fotofobica accompagna lo scorrere delle ore - e che le tende siano ben tirate! Solo luce artificiale, dunque, per la natura umana.

Oggi piove. Anzi no, oggi pioveva, ha smesso da poco. Non sarà bastato a ripulire questa Roma. Si vede che gli angeli non avevano bevuto abbastanza. E se la purificazione può venire da una pisciata, allora forse quel signore di prima aveva ragione. Il rito è pronto, la catarsi può manifestarsi, l'unico problema è che il capro espiatorio è l'uomo stesso, gravato dei "peccati", che si avvia verso la rupe a dieci chilometri da Gerusalemme. Pennac aveva la vista lunga.

E' un cortocircuito, il serpente che si morde la coda, un percorso che parte dall'uomo e che come assioma per il suo completamento prevede il sacrificio dell'uomo stesso. E con l'elettricità non si scherza! Lo insegnano pure ai bambini, assieme a quella storia degli angeli, e a babbo natale.

Ben vengano quindi le mura domestiche, che più che un nido a questo punto ricordano più una grotta dove il capro si va a nascondere, nella speranza di non fare mai parte del Korbanot.
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giovedì 13 maggio 2010

Romanzo infinito / quinta sequenza


Orbe di Fuori

Di vita in morte

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A Qanah l’acqua si tramuta in sangue

e il deserto si mangia i cuori.
L.F.M.

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Umani, figli miei, sono tornato.

Rallegratevi, sono tornato nel vostro tempo di mezzo per macellarvi tutti con dolcezza. Carne della mia carne, fiato del mio fiato, vi amo tutti più di ogni cosa che mai sia stata nominata. Per questo spremerò dalle vostre membra il latte divino della paura e me ne nutrirò fino all’ultima goccia, prima di accompagnarvi uno per uno oltre la soglia di Belial. Al di là di quella soglia non c’è nessuna luce ad aspettarvi perché la luce può risvegliare i morti. E voi spettatori della Via Crucis in attesa di essere guardati morire, non vi lascerò mai soli. Io vi guarderò morire fino all’ultimo istante di agonia. E nessuno potrà mai turbare il nostro idillio, perché Io sono colui che dimora dentro. “Super hanc petram aedificabo ecclesiam meam et portae inferi non praevalebunt adversus eam”. Non è mai stato scritto che l’inferno non vivrà, solo che alla fine non prevarrà. Molti tempi devono ancora venire prima della fine. Fino all’ultimo tempo, mi amerete. Amatemi come se fosse una vostra scelta. Lo dico per voi. Vi sarà più facile mietere.

Non abbiate timore di piangere i vostri morti. Solo, abbassate le palpebre del giorno e fuggite la luce come vetriolo negli occhi. Lasciate dormire i vostri morti con la faccia affondata nella terra e le mani che si sono indurite. Le mani dure dei morti aprono la strada nel roveto in fiamme sul monte Horeb. Voi stringete le mani dei morti e dite che non possono più sentire. Io vi dico che sono le vostre mani a non poter più sentire le mani dei morti.

Voi Uomini di Mezzo vi perdete nella valle di ossa aride del mondo in cerca di Yahweh. Le narici dilatate, aspirate l’aria di vampa davanti a voi. Gli occhi velati di cenere e lacrime, alzate la testa sopra di voi. Non c’è niente davanti a voi né sopra di voi. Da sempre io sono alle vostre spalle, anche quando non ci sono.

Io non sono Yahweh. Non sono Adonay. Non sono Elohim. Non chiamatemi con l’impronunciabile nome di Dio. Chiamatemi con i nomi della luce e dell’ombra, della terra e del sangue. Quando uccidete in nome di Dio, state uccidendo in nome mio. Non gettate il vostro sacrificio al vento di nomi mai nominati dall’Antico degli antichi. Ascoltate ciò che è scritto.
Ecco, così come è scritto, vi restituisco il cadavere del figlio degli uomini, non mi amerete fino all’ultimo tempo per questo?

È stato scritto.
Avete moltiplicato i morti in questa città: avete riempito le strade di morti.
ו הִרְבֵּיתֶם חַלְלֵיכֶם, בָּעִיר הַזֹּאת; וּמִלֵּאתֶם חוּצֹתֶיהָ, חָלָל.
I cadaveri che avete ammucchiato nel mezzo della città sono la carne e questa città è la caldaia; ma sarete condotti in cammino fuori da Babilonia.
ז לָכֵן, כֹּה-אָמַר אֲדֹנָי יְהוִה, חַלְלֵיכֶם אֲשֶׁר שַׂמְתֶּם בְּתוֹכָהּ, הֵמָּה הַבָּשָׂר וְהִיא הַסִּיר; וְאֶתְכֶם, הוֹצִיא מִתּוֹכָהּ.
La spada vi spaventa; ebbene manderò contro di voi la spada, oracolo di Dio.
ח חֶרֶב, יְרֵאתֶם; וְחֶרֶב אָבִיא עֲלֵיכֶם, נְאֻם אֲדֹנָי יְהוִה.
E vi condurrò in cammino fuori della città e vi consegnerò in mani straniere e per mezzo di stranieri eseguirò la sentenza contro di voi.
ט וְהוֹצֵאתִי אֶתְכֶם מִתּוֹכָהּ, וְנָתַתִּי אֶתְכֶם בְּיַד- זָרִים; וְעָשִׂיתִי בָכֶם, שְׁפָטִים.

Così come non esiste morte senza dolore, non esiste dolore senza vita. E voi uomini santi, ossioi, ulema, mullah, rabbini e preti imparate a riconoscere l’odore amaro del latte di dio prima di incontrare Shemhazai il Traditore. L’Antico degli Antichi avrà sempre un trattamento di riguardo in serbo per voi. E alla fine ogni atma sarà dispersa. Per sempre dispersa nelle viscere dell’Intento. Nessuno di voi tornerà più senza una spina nel palmo della mano sinistra.

È stato scritto.
Voi mangiate carne col sangue, alzate gli occhi verso i vostri idoli e versate sangue in loro nome, e voi vorreste ereditare il paese?
כה לָכֵן אֱמֹר אֲלֵהֶם כֹּה-אָמַר אֲדֹנָי יְהוִה, עַל- הַדָּם תֹּאכֵלוּ וְעֵינֵכֶם תִּשְׂאוּ אֶל-גִּלּוּלֵיכֶם--וְדָם תִּשְׁפֹּכוּ; וְהָאָרֶץ, תִּירָשׁוּ.
Vi reggete in piedi sulle vostre spade, commettete abominazioni, ciascuno contamina la moglie del prossimo, e voi vorreste ereditare il paese?
כו עֲמַדְתֶּם עַל-חַרְבְּכֶם עֲשִׂיתֶן תּוֹעֵבָה, וְאִישׁ אֶת- אֵשֶׁת רֵעֵהוּ טִמֵּאתֶם; וְהָאָרֶץ, תִּירָשׁוּ.
Come è vero che io vivo, quelli di voi che sono tra le rovine cadranno di spada e quelli che sono in aperta campagna li darò in pasto alle bestie e quelli che sono nascosti nelle fortezze e nelle grotte moriranno di peste.
נְתַתִּיו לְאָכְלוֹ; וַאֲשֶׁר בַּמְּצָדוֹת וּבַמְּעָרוֹת, בַּדֶּבֶר יָמוּתוּ.
כז כֹּה-תֹאמַר אֲלֵהֶם כֹּה-אָמַר אֲדֹנָי יְהוִה, חַי- אָנִי, אִם-לֹא אֲשֶׁר בֶּחֳרָבוֹת בַּחֶרֶב יִפֹּלוּ, וַאֲשֶׁר עַל-פְּנֵי הַשָּׂדֶה לַחַיָּה
Renderò il paese una tale desolazione che vi lascerà storditi e cesserà l’arroganza della vostra forza e le montagne d’Israele saranno desolate, così che non vi passi più nessuno.
כח וְנָתַתִּי אֶת-הָאָרֶץ שְׁמָמָה וּמְשַׁמָּה, וְנִשְׁבַּת גְּאוֹן עֻזָּהּ; וְשָׁמְמוּ הָרֵי יִשְׂרָאֵל, מֵאֵין עוֹבֵר.

La secolare desolazione che vi ingrassa il ventre, magistrati e arconti, Mufti e Shaykh della Terra di Dentro, è niente in paragone al deserto che vi ha mangiato il cuore. Potrò mai chiedere ai miei Elohim di versare una sola lacrima mentre le vostre bocche riverse affogheranno nel vostro stesso sangue?

È stato scritto.
Quel giorno verranno fuori i vostri progetti segreti ed escogiterete i vostri piani malvagi.
י כֹּה אָמַר, אֲדֹנָי יְהוִה: וְהָיָה בַּיּוֹם הַהוּא, יַעֲלוּ דְבָרִים עַל-לְבָבֶךָ, וְחָשַׁבְתָּ, מַחֲשֶׁבֶת רָעָה.
E marcerete contro un paese di villaggi indifesi; volgerete le vostre armi contro un popolo tranquillo che abita al sicuro, che abita in un posto senza mura, senza sbarramenti e senza cancelli.
יא וְאָמַרְתָּ, אֶעֱלֶה עַל-אֶרֶץ פְּרָזוֹת--אָבוֹא הַשֹּׁקְטִים, יֹשְׁבֵי לָבֶטַח; כֻּלָּם, יֹשְׁבִים בְּאֵין חוֹמָה, וּבְרִיחַ וּדְלָתַיִם, אֵין לָהֶם.
Deprederete, saccheggerete, calerete la vostra mano armata sulle rovine ora ripopolate, contro un popolo riunito fuori delle nazioni, dedito al bestiame e al commercio, che dimora al centro della terra.
הָאָרֶץ.
יב לִשְׁלֹל שָׁלָל, וְלָבֹז בַּז--לְהָשִׁיב יָדְךָ עַל-חֳרָבוֹת נוֹשָׁבוֹת, וְאֶל-עַם מְאֻסָּף מִגּוֹיִם, עֹשֶׂה מִקְנֶה וְקִנְיָן, יֹשְׁבֵי עַל-טַבּוּר

Fare strage di bambini e vecchi inermi è la vostra stupida ragione di vita, soldati degli eserciti dell’Orbe di Dentro. Giocare con i vostri membri morti non vi darà mai il piacere dell’amore, carcerieri e torturatori delle nazioni della terra. Perché è stato scritto: chiunque uccida un uomo uccide tutti gli uomini. La prima volta che incontrerete lo specchio di dio esso vi inghiottirà, lasciando di ognuno di voi solo uno sbuffo di cenere infetta.

È stato scritto.
Poiché c’è stato in voi un odio eterno e avete gettato i figli di Israele in preda alla spada al tempo della catastrofe, quando la vostra colpa giunse alla fine.
ה יַעַן, הֱיוֹת לְךָ אֵיבַת עוֹלָם, וַתַּגֵּר אֶת-בְּנֵי-יִשְׂרָאֵל, עַל-יְדֵי-חָרֶב--בְּעֵת אֵידָם, בְּעֵת עֲו‍ֹן קֵץ.
Per questo, come è vero che io vivo, oracolo di Dio, vi preparo per il sangue e il sangue vi perseguiterà. Avete odiato il vostro stesso sangue e il sangue vi perseguiterà.
ו לָכֵן חַי-אָנִי, נְאֻם אֲדֹנָי יְהוִה, כִּי-לְדָם אֶעֶשְׂךָ, וְדָם יִרְדְּפֶךָ; אִם-לֹא דָם שָׂנֵאתָ, וְדָם יִרְדְּפֶךָ.

Umani, figli miei, così è stato scritto. Dall’inverno della vostra vita ogni paura dovrebbe essere bandita, una croce sul cuore imbastita l’unica arma nell’inverno della vostra vita.
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giovedì 6 maggio 2010

Manodopera

Ho un colloquio di lavoro con me stesso, le mani in bella vista e le unghie pulite, il biglietto da visita giusto per ogni occasione.
"Dicono ci voglia del fegato per fare questa mansione, ma io ho lo stomaco forte. No, gli orari vanno benissimo."
Ho una giacca oscena, la barba sfatta, due occhiaie da maniaco. Giocherello con il tagliacarte, assorto nei miei pensieri.
"Mah... mi sa che anche questa volta torno a casa a mani vuote. Chissà per quanto ancora dovrò restare tagliato fuori... fare di continuo manifestazioni non serve a niente, per quel manipolo di manigoldi al potere siamo solo carne da macello."
Non resisto, le mani mi si irrigidiscono in pugni vuoti d'ogni pacato autocontrollo e piango. Ho voglia di vomitare. Mi infilo due dita in gola ma non esce niente. Provo con tutta la mano ma non c'è verso, e con due mani non ci passo.
"Provo a consolarmi con una sega, una sega a quattro mani."
Non mi tira, non mi trovo attraente, sono un povero disoccupato manesco buono a niente, neanche a farmi vomitare, neanche a farmi una sega.
"Non faccio una sega dalla mattina alla sera."

E invece mi piaccio: il posto da macellaio è mio, part-time ventricolare.
Sarò il mio macellaio di fiducia. E tu?
"Io? Finisco di mangiarmi il fegato e vengo a dare una mano."

(voce fuori campo) "Dacci un taglio, coglione."
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mercoledì 5 maggio 2010

Se proprio ti sei messo in testa di scrivere (non un altro decalogo)

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Prima della lettura: questo testo è il risultato di un cut-up da un articolo del Guardian del 20 febbraio 2010 (Ten Rules for Writing Fiction, prima parte e seconda parte). Secondo criteri arbitrari e soggettivi, sono state estrapolate e mescolate fra loro alcune delle "regole" suggerite, senza altra intenzione che non sia quella di comporre un testo-mosaico che possa essere utile, godibile, vagamente dada - un testo narrativo che parta da presupposti extra-narrativi. Gli autori che hanno partecipato all'articolo originale, e che qui compaiono in ordine sparso, sono: Margaret Atwood, Roddy Doyle, Helen Dunmore, Geoff Dyer, Anne Enright, Richard Ford, Jonathan Franzen, Esther Freud, Neil Gaiman, David Hare, Pd. James, Al Kennedy, Hilary Mantel, Michael Moorcock, Michael Morpurgo, Andrew Motion, Joyce Carol Oates, Will Self, Rose Tremain, Sarah Waters, Jeanette Winterson.
La traduzione è di Giovanna Capogrossi, cui va un ringraziamento particolare.
Sono stati effettuati interventi minimi per adeguare le "regole" selezionate alla particolarità di un testo a più mani.
Buona lettura e, soprattutto, buona scrittura.
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Leggi. Più che puoi. Nel modo più approfondito, più ampio, più nutriente, più irritante che puoi. Poi le cose belle si faranno ricordare, non avrai bisogno di prendere appunti. Leggi tanto e con discriminazione. Le cattive letture sono contagiose.

Non fermarti a immaginare di scrivere – scrivi! È solo scrivendo, e non sognando di farlo, che sviluppiamo un nostro stile. Fallo tutti i giorni. Abituati a tradurre in parole le tue osservazioni, e questo gradualmente ti verrà d’istinto. Questa è la regola più importante di tutte. Scrivi. Nessuna miseria autoinflitta, né stati alterati, né maglioni neri, né il risultare odioso in pubblico varranno quanto il fatto che sei uno scrittore. Gli scrittori scrivono.

Proteggi lo spazio e il tempo in cui scrivi. Tieni lontano tutti, anche le persone per te più importanti. La vita dello scrittore è essenzialmente un confino solitario – se non riesci ad accettarlo, non ti ci dovevi dedicare. Ricorda che ami scrivere. Non ne varrebbe la pena altrimenti. E se l’amore svanisce, fai ciò che devi per ritrovarlo. Non avrai un piano pensionistico. Gli altri possono esserti di qualche aiuto, ma essenzialmente sei solo. Non ti obbliga nessuno, l’hai scelto tu. Quindi non frignare. Molto probabilmente avrai bisogno di un dizionario dei sinonimi, di un libro di grammatica basilare, e di presa sul reale. Ciò significa: nella vita niente è gratis. Scrivere è un lavoro. E anche un azzardo.

Scordati il noioso vecchio detto “scrivi di ciò che conosci”. Piuttosto, scopri un’area sconosciuta e conoscibile dell’esperienza che amplierà la tua comprensione del mondo, e scrivi di quella. Il prerequisito è mantenere pieno il pozzo delle idee. Questo significa vivere una vita il più possibile piena e varia, in modo che le antenne siano sempre all’erta. Onora il miracolo nell’ordinario. Apri la mente a nuove esperienze, in particolare allo studio di altre persone. Niente di quello che accade a uno scrittore, che sia gioia o tragedia, va sprecato. Lascia che sia la tua opera a dire se è utile o meno. Prova a pensare alla fortuna degli altri come a un incoraggiamento per te.

Quello che conta è il tempo di gestazione. Non iniziare un libro quando senti di volerlo fare, ma aspetta ancora un po’. Porta sempre con te un taccuino. E intendo dire sempre. La memoria a breve termine trattiene nuove informazioni solo per tre minuti: a meno che non affidi un’idea alla pagina scritta, l’avrai persa per sempre. Decidi quale momento del giorno (o della notte) ti è congeniale per scrivere e organizza la tua vita in base a questo. Ricorda che la scrittura non ti ama. Non le interessa. Nonostante questo può essere estremamente generosa. Parlane bene, incoraggia gli altri, falla circolare.

Quando arriva un’idea, resta in silenzio a osservarla. Ricorda l’idea di Capacità Negativa di Keats, e il consiglio di Kipling “raccogli, aspetta e obbedisci”. Mentre accumuli dati, permetti a te stesso di porre il tuo sogno in essere. Abbi più di un’idea alla volta mentre lavori. Se si tratta di decidere se scrivere un libro o non fare niente, invariabilmente scegli la seconda opzione. È solo se hai un’idea per due libri che scegli l’uno invece che l’altro. Devi sempre avere l’impressione di scappare da qualcosa. A fine giornata, smetti di scrivere quando avresti ancora voglia di continuare.

Se ti blocchi, allontanati dalla scrivania. Fai una passeggiata, un bagno, vai a dormire, prepara una torta, ascolta musica, medita, fai ginnastica; qualsiasi cosa, ma non restare lì immobile a crucciarti sul problema. Ma non fare telefonate e non uscire; se lo fai le parole degli altri andranno a riempire il vuoto in cui dovrebbero stare le parole che non trovi. Apri loro un varco, crea uno spazio. Sii paziente. Impara poesie a memoria.

Sii gentile con te stesso. Riempi le pagine il più velocemente possibile: doppia spaziatura, o scrivi ogni due righe. Considera ogni nuova pagina come un piccolo trionfo. Fai esercizi per la schiena: il dolore distrae. Nella fase di pianificazione del libro, non pianificare il finale. Verrà da sé in seguito a ciò che lo precede.

Sii editor e critico di te stesso: comprensivo, ma spietato. Non essere mai soddisfatto della prima stesura. In realtà, non essere mai soddisfatto di niente di ciò che produci, finché non sei certo che sia, per quanto lo permettano le tue limitate possibilità, abbastanza buono. Taglia: solo evitando tutte le parole inessenziali, quelle essenziali hanno il loro giusto peso. Evita i punti deboli, ma fallo senza dire a te stesso che le cose che non puoi fare non vale la pena farle. Non mascherare l’insicurezza con il disprezzo. Fai passare un lasso di tempo adeguato tra la scrittura e la revisione. Ricordati: quando le persone ti dicono che c’è qualcosa di sbagliato, o che per loro non funziona, hanno quasi sempre ragione; quando ti dicono nei dettagli quello che non va e come aggiustarlo, hanno quasi sempre torto.

Una storia ha bisogno di ritmo. Leggila a voce alta. Se non emana un po’ di magia, c’è qualcosa che manca. Il ritmo è fondamentale. Scrivere bene non basta. Gli allievi dei corsi di scrittura sono in grado di produrre una singola pagina di prosa ben fatta: spesso però manca la capacità di accompagnare il lettore in un viaggio, con i mutamenti di terreno, di umore e velocità propri di un lungo viaggio. Anche in questo caso credo che aiuti guardare film. Nella maggior parte dei romanzi vi sono movimenti molto simili a quelli della macchina da presa: primi piani, movimenti indietro, avanti veloce, stop.

Scrivi in terza persona, a meno che non si presenti irresistibilmente una prima persona davvero singolare. Cerca di essere accurato nelle cose. Non fermarti a lungo in mezzo alla foresta. Se ti sei perso nella trama, o sei bloccato, ripercorri le tracce fino al punto in cui hai sbagliato strada. E prendi l’altra. E/o cambia la persona. Cambia il tempo verbale. Cambia la prima pagina. La descrizione è difficile. Ricorda che ogni descrizione è un’opinione sul mondo. Trova il tuo punto d’osservazione. Scrivi solo quando hai qualcosa da dire.

Bastone e carota: crea protagonisti che scappano (dal cattivo o da un’ossessione) e che inseguono (un’idea, un oggetto, una persona, un mistero). Chiudi diversi personaggi ed elementi a chiave in una stanza, e dì loro di cavarsela da soli. Ascolta ciò che hai scritto: il ritmo lento in un dialogo può significare che non capisci ancora abbastanza bene i personaggi da farli parlare con le loro voci reali. Se possibile, cerca di avere qualcosa da fare mentre i tuoi personaggi rivelano se stessi e la loro filosofia: aiuta a trattenere la tensione drammatica.

Tieni un dizionario dei sinonimi, ma dentro al ripostiglio in fondo al giardino, o nel frigorifero, in un qualche luogo lontano o difficile da raggiungere. Le parole che casualmente ti arrivano alla coscienza andranno bene, ovvero “cavallo”, “correva”, “disse”. Lo stile è l’arte di toglierti dalla strada, non di metterti in mezzo.

Mantieni il cuore aperto, ma aspettati il peggio. Devi amare prima di poter essere implacabile. Ama quello che fai.
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