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mercoledì 30 giugno 2010

Romanzo infinito / settima sequenza

Orbe di Dentro
La visione del sabba


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Quei s’attuffò, e tornò su convolto;
Ma i demon, che del ponte avean coverchio,
Gridar: Qui non ha luogo il Santo volto:
Qui si nuota altrimenti che nel Serchio;
Però, se tu non vuoi de' nostri graffi,
Non far sovra la pegola soverchio.

(Inferno, Canto XXI – 47-51)
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Sentiamo il tuo fiato sfiorarci. Come l’eco di una preghiera, adorarci.

Di vertigine in abisso ti muovi, solcando le scie stellanti di una caduta all’indietro nel tempo. Di lume in membrana, respiri senz’aria, ondeggiando dai tendini contratti alle suture tra le cellule stanche.

Il volo sotto la pelle del tempo fende torrioni di alveoli e carne sgranata. Trapassa trame di sonno e battiti di morte. Rade orizzonti di vertebre e ventricoli serrati. Trabocca il liquor dalla pia madre dentro il midollo e l’apnea si scioglie nel brivido della discesa. La sistole impazzita increspa linee vermiglie di sangue e la risacca schiude papille umide di sale. Arde allora più forte il ricordo sotto la cenere del sonno e brucia come ghiaccio in mezzo agli occhi. Occhi senza palpebre è la tua giovane pazzia. Aperti per sempre abbagliati dal sole in picchiata dentro la casa di vetro senza porte.

Sei sveglia ancora una volta e le tue labbra tremano parole.


Con gli occhi spalancati scivolo nel letto disfatto al suo fianco, ma senza toccarlo. Continuo a sognare senza dormire. A chiedermi se è giorno o notte. A rovesciare le mani contro il soffitto, così vicino. A traguardare il suo sonno stupido e stupito. Il volto riverso sul cuscino e la bocca spalancata come morto. L’aureola dei capelli scolpita intorno alla testa di un santo dopo il martirio.

Il martirio di quella notte. Il ricordo brucia come ghiaccio sulla fronte. Il tuo martirio senza santificazione. Lui è lontano e non sa e non vede. Tu sei sola, ai piedi di una scala. Stai salendo i gradini. Uno ad uno, nell’oscurità.

Ti senti come se fossi già morta. Una morta caduta su questi gradini. L’angoscia ti mangia lo stomaco ma devi salire ancora. Fino in cima alla scala. Fino alla porta di ferro. Aprirla e trovare la voce per chiedere aiuto.

La salvezza è oltre quella porta. Qualcuno ti aiuterà. Qualcuno sentirà la tua voce. Ma i tuoi piedi sono torpidi e pesanti e tutt’intorno è nero come fuliggine nera e il dolore è rosso animale rabbioso rinchiuso dentro le viscere offese. Grida il tuo nome che non ricordi. Ti chiama alla resa e all’abbandono su questa scala sbrecciata.

Sto salendo un gradino dopo l’altro. Lentamente, meccanicamente, appoggiando entrambe le mani a destra. Sotto i polpastrelli un muro liscio e freddo come la pelle dell’iguana. Come la bolla sottile e tesa della mia coscienza che può rompersi da un momento all’altro e rigettarmi indietro nel gorgo senza volto che mi insegue e che sento ringhiare dietro di me.

Lara, piccola Lara, crisalide impastata di nervi e paura, fermati. Ascolta. Dietro di te non c’è nessuno. Solo la tua ombra che galleggia a corpo morto in mare aperto. Sei pronta ad affondare pregando?

Lontano sopra di me qualcosa gocciola. Forse dietro la porta c’è un acquaio con i piatti dentro e un rubinetto con il becco di ceramica allentato. Le gocce cadono nell’acqua cadenzate. Una ad una, una goccia dopo l’altra. Un gradino dopo l’altro, una goccia dopo l’altra. E poi un gradino e un altro ancora. Un’altra goccia e un’altra ancora. Una goccia sempre la stessa che torna a cadere quando invece dovrebbe essere già acqua morta nell’acqua dell’acquaio.

Quella goccia maledetta che non arriva a bagnare la tua pelle alida. Si gonfia lenta e lucida spingendosi fuori dal foro di gomma e poi cade esplodendo nella tua testa. Scocca nel fondo del mondo, freccia infissa nell’aria con la sua sottile ansa di acqua. Si infrange in mille gocce di luce contro la scintilla del buio. Sempre più in fondo, dentro l’alveo che ti ha generato, là dove gli elementi si fondono nella polvere, senza possibilità di bere una sola goccia.

Ti prego, una goccia sola per nutrire il mio arido cuore arso che ha sete di quella goccia che non cadrà mai dentro di me.

Eppure il cuore di sabbia è ancora nel tuo petto. Falsamente al suo posto. Lo senti battere cupo da molto lontano. La schiena è bagnata e devi avere la febbre. Ora la tua ombra è un gorgo di braccia e bocche che vuole afferrarti e spremere dalle tue membra il succo di quella goccia che non cadrà mai dentro di te. Affrettati a salire, Lara.

Forse adesso salgo ancora un gradino e le mie dita trovano un interruttore sul muro. Una luce che si accende e scioglie le ombre della fuga. E illumina il volto sorridente di mio padre che mi tiene stretta al petto sul divano di vimini nella terrazza della casa sulla spiaggia, quando avevo sei anni e avevo deciso di non crescere più.

Lara, scricciolo senza piume che sorride strizzando gli occhi azzurri in faccia al sole, perché non sei con tuo padre adesso? Solo lui può salvarti da te stessa. Lo sapevi già prima di andartene. Non hai voluto credergli.

Ma l’interruttore non c’è e i gradini non finiscono mai. Allora la luce può essere dall’altra parte della scala. Perché non ci ho pensato prima? Allungo il braccio e faccio un passo verso sinistra. Mi sposto ancora a tentoni di due passi. La mia mano sfiora l’altro muro e di colpo la goccia smette di cadere lontano e l’oscurità si fa di velluto. Allora mi saetta di nuovo in mente l’immagine sfocata di una piccola porta di ferro, bassa in cima alla scala, con la maniglia segnata dalla ruggine.

Devo andare avanti ad ogni costo. In alto verso, quella porta. Il respiro mi graffia i polmoni ad ogni passo, ma devo salire ancora. Mi trascino verso l’alto non so come e salgo altri due gradini, fino a quando nel buio qualcosa di viscido mi cade sulla faccia. Una lanugine fredda mi si attacca alle labbra e al naso. La respiro dentro le narici e sento la pelle delle braccia accapponarsi e grido di sorpresa e ribrezzo. Ma non odo la mia voce. Allora urlo di nuovo, espellendo tutta l’aria dai polmoni, ma sento solo la gola strozzarsi in un fiotto d’aria.

Le labbra brulle battono a vuoto. Non riesco ad articolare alcun suono. Non posso gridare. La mia laringe spreme solo gorgoglii indistinti. Come fiocchi di vetro. Ho perso la voce e sono quasi nuda. Inchiodata alla parete, realizzo di avere addosso solo la camicia. Sfioro le mie gambe nude e sento sulle dita una colla tiepida. Sangue. Sto perdendo sangue. Allora mi sento morire e posso solo morire ora, su questa scala d’inferno. Chiudo gli occhi e abbraccio il buio quasi con sollievo. E finalmente piango. In silenzio, senza il conforto del lamento.

Vieni, corri da me piccola Lara. Vieni tra le mie braccia a piangere le mille pene che senti salire dentro e non avrai più paura. Un giorno anche tu ti perdonerai, come io ti ho già perdonato. E non fuggirai più in quell’altro mondo. Perché io non ti lascerò più andare via.

La tenebra intorno a me è tanto fitta che quando riapro gli occhi vedo solo pece e per un momento mi sembra di essere anche cieca e lo stomaco mi abbaia un morso di orrore. Poi, sollevando una mano sul viso, mi balena davanti agli occhi una forma guizzante e incerta, come una macchia grigia nella notte. Passo ancora velocemente la mano davanti agli occhi e la forma si staglia ancora una volta nel buio. Solo allora sfioro con le dita le palpebre, per toccare la verità delle pupille.

Grazie al tuo Dio non puoi parlare. Non puoi chiedere aiuto. Ma almeno puoi vedere. Ti ha fatto grazia della vista, il tuo Dio assente. Non contare più su di Lui e continua a salire.

Una voce dentro mi dice che devo muovermi subito, adesso. Devo riprendere la salita di questa scala senza fine, prima che l’orrore senza nome guadagni un volto alle mie spalle. Ma non posso muovere un solo passo, perché proprio adesso mi sta succedendo ancora. Quella sensazione di freddo urticante al centro della fronte, come un occhio di ghiaccio. Poi qualcosa che si strappa piano in fondo alla testa. Sembra il rumore di una porta che si apre dietro gli occhi. E vedo. Vedo scorrere le immagini come su uno schermo acceso.
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martedì 18 maggio 2010

Romanzo infinito / sesta sequenza


Orbe di Dentro

Missa brevis
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Adesso accade che un uomo infuriato entra in manicomio
e con poche pasticche, già al secondo o terzo
giorno si placa, fa come un tizzone immerso nell’acqua,
che frigge e fuma, ma non più sfavilla l’incendio.
Mario Tobino
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Dominus. Paenitentia

[30 luglio 2006 – 00.53]

«Non mi piace, Ariel... agli infrarossi si vede del bianco sui tetti. Confermo, il visore HUD alla massima scansione. Sui tetti sotto il minareto della moschea sono stese delle lenzuola bianche. Sembra una tendopoli di lenzuola e se ci sono dei civili là dentro...»

«Te l’ho già detto, Z43, non fare storie adesso... i droni hanno fotografato tutta la zona di strike a bassa quota, nei minimi dettagli. Con quelle lenzuola ci coprono i loro fottuti missili…vai avanti con la procedura, Z43.»

Gloria. Precatio

La prima notte conto settantasette porte. Mio fratello cammina davanti a me in un lunghissimo corridoio sotterraneo illuminato a stento da una fila di lampade a petrolio appese ai muri. Gavriel continua ad aprire porte su porte con un mazzo di chiavi verdi che sembrano alghe. Il sogno non ha suoni né rumori, come se mi avessero imbottito le orecchie di ovatta. Mia madre ci segue sorridendo appena, con la fronte imperlata di sudore. Vorrei asciugarla quella fronte così trasparente ma sono nudo eccetto gli anfibi neri ai piedi. Non ho freddo né caldo. Non sento niente, voglio solo andare avanti. Voglio uscire da questa catacomba che si apre nella nostra vecchia cucina della casa di Ramat Gan. Prendere i miei vestiti nell’armadio di quercia in fondo al corridoio. Ogni porta si apre su un’altra porta dopo pochi metri, all’infinito. Per un’eternità. Poi ad un tratto le mie orecchie riprendono a udire. Mia madre sta cantando con un sussurro Sch´av b´ni schaw bimnucha. Dopo le prime parole della ninna–nanna preferita di casa Sharon, so di essere di fronte all’ultima porta. Mio fratello non la apre come le altre. Si ferma ad accarezzare con la mano una forma graffita nel legno grigio, יהךה. La riconosco. Era nella Bibbia della sinagoga. È il tetragramma sacro di Adonay. Il nome impronunciabile di Dio. Io sarò quel che sarò, sussurra mia madre dietro di me, ricordando la lingua che non ha mai voluto parlare.

La porta si apre docilmente in un soffio sotto le mie dita, ma non vedo nulla perché


mi sveglio nel buio, la faccia bagnata da un sudore di ghiaccio. Fania continua a dormire la testa affondata nel cuscino con l’aria di essere morta. L’abbondante libagione alcolica della sera prima sembra averla sfinita. È il suo modo di dimenticare quello che io non dimenticherò mai. Tutti quei bambini morti. Al mio rientro ieri notte l’ho trovata accucciata sul divano a dondolare con un bicchiere in mano, gli occhi vuoti. La televisione era accesa e trasmetteva l’ennesimo servizio sui soccorsi. Appena mi ha visto, si è alzata senza una parola. Barcollava. Ho dovuto sostenerla con un braccio intorno alla vita perché non cadesse. Mi ha puntato i gomiti sul petto guardando a terra e mi ha spinto lontano da sé con un lamento di gola che mi ha fatto venire i brividi.

Sento formicolare tutto il corpo e la testa affogare nel vuoto. Mi alzo e vado in cucina a bere un po’ d’acqua. La finestra sull’acquaio è sollevata a metà e dalla spiaggia vicina il vento non porta con sé l’odore marcio del mare di Jaffa. Questa notte nell’aria c’è il profumo dei cedri. Come tre anni fa. Io e Fania eravamo a Sidone sul finire dell’estate. Al tramonto scendevamo nella piccola spiaggia davanti al Castello del Mare. E il mare aveva lo stesso profumo aspro. Solo tre anni fa. Fania aveva già Nathan nella pancia e facevamo progetti. Che non prevedevano di bombardare qualche villaggio intorno.

Non so quante notti dovranno passare prima che io trovi una via di uscita. Una ragione al fatto che non posso tornare indietro a quella sera. Un modo per continuare a vivere senza pensare. Quante volte ancora mi sentirò perduto stringendo Nathan sul mio petto? La mattina del ritorno dalla missione, sono entrato nella sua stanza come un ladro, con il terrore che si svegliasse e mi chiedesse cosa avevo fatto. Da quella mattina, non posso pensare più a lui senza sentirmi un assassino. Quando vedo Nathan, il tizzone ardente che ho nel petto si immerge nel lago dei suoi occhi grandi e neri e frigge e fuma e mi fa piangere per il dolore. Perché, è assurdo lo so, ho paura di me. Ho paura di fargli del male.

Come se fossi uno di quei bastardi di sceicchi ulema che si nascondono nelle case della gente dei Territori e banchettano con il sangue dei loro figli. Li mandano a farsi esplodere alle fermate degli autobus, mentre loro se ne stanno al sicuro nell’ombra delle loro moschee a lavare il cervello dei prossimi martiri. E noi? Il tempo di raccogliere i nostri morti dall’asfalto delle città e andiamo a bombardare con gli elicotteri le loro spelonche. Poi ci chiudiamo in casa ad aspettare il prossimo Shabbath per recitare il Kiddush su una coppa di vino. E nessuno muove più un dito per fare qualcosa. Fino alla nuova strage del nuovo kamikaze e poi di nuovo gli aerei e le bombe. Quanto può durare tutto questo, senza impazzire tutti in massa, arabi ed ebrei? Ma forse siamo già tutti pazzi furiosi se pensiamo di difenderci dai razzi di Hezbollah andando a massacrare degli innocenti. Che sia maledetto Olmert e tutto il suo branco di politicanti macellai di guerra che pensano di avere le mani più pulite dei becchini di Tsahal.

Maledetto io tre volte, il giorno che ho pilotato il primo F–16, mi si potevano seccare le mani. Con Heyl Ha'Avir per difendere la pace di tutti dall’alto dei cieli. Il vero criminale è Klausner, con i suoi slogan di merda. Il suo sostegno psicologico ai combattenti, solo altri slogan di merda. I suoi corsi di addestramento “im siebenten Rimmel”, solo un altro lavaggio del cervello. Piccoli ricatti e piccoli premi, uno sull’altro, grado per grado, giorno dopo giorno. Per costruire la scimmia assassina. Ma questa è stata l’ultima volta che la scimmia ha premuto il bottone. Almeno potessi sapere se è stata veramente una bomba a teleguida laser a far crollare l’edificio, come dicono.

Domenica notte eravamo in tre ad avere gli MK–84 a bordo.

Sanctus. Veritas

Allah, dammi il coraggio di guardare in faccia l’orrore.

Ancora dormivo quando questa mattina Nayef mi ha chiamato dalla Mezzaluna Rossa di Tiro. La sua voce era strana, sembrava parlare con difficoltà. Nelle cantine dell’edificio crollato c’erano molti profughi dai villaggi vicini. Famiglie in cammino per Beirut. Qualcuno aveva detto loro che il posto era sicuro per la notte.

C’è un’aria di desolazione sotto il sole ruggente di Qana. Nelle strade la gente è poca e ci guarda con la febbre negli occhi. Non ci sono madri intorno a noi, solo i primi morti sulle carriole. Qualche bambino con la faccia bianca e le narici piene di sangue. Su una stuoia in cortile, il corpo impolverato e scomposto di una donna coperta a metà da un lenzuolo a fiori azzurri. La palazzina è proprio sotto il minareto della moschea. I tre piani si sono sbriciolati sotto il peso del tetto di cemento armato. Un missile teleguidato, dicono. Di fabbricazione americana, a giudicare dai frammenti. Forse un MK–84. Novecento libbre di esplosivo intelligente.
Nayef mi viene incontro con un fagotto bianco tra le braccia. Ha gli occhi arrossati e l’aria di chi sta salendo sul patibolo. Mi dice che forse non c’è più nessuno vivo sotto le macerie. Mi dice di mettere la mascherina e di segnare lo scavo. Come un archeologo arrivato troppo presto nella necropoli.

Dopo pochi minuti la camicia mi si attacca alla schiena e preferisco continuare a scavare a torso nudo. Poi, subito sotto il frontone del tetto, in cima ad un mucchio di terra e cavi divelti, quello che sembra il tubo bianco di una stufa. Ci sono proprio sopra e una mano fredda mi strizza lo stomaco. Non è un tubo, è un braccio sporco di gesso.

Di colpo, dall’altra parte delle macerie, una voce maschile getta un urlo come un macigno che cade. Sobbalzo e per poco non cado all’indietro nella scarpata di pietre e detriti. Poi il grido si appuntisce in un sibilo acuto senza fine che non può essere sentito senza impazzire. E si perde altissimo in questo mare cobalto scuro che Qana ha per cielo. Alla fine muore in un lamento strozzato, un gorgoglio in gola.

Le mie mani scavano con furia ma incontrano solo altra terra e altre pietre fino a quando non la vedo in faccia, sotto le mie ginocchia affondate nel tumulo. Una bambina distesa sul fianco, nel fondo, con un braccio spezzato e l’altro sul viso gonfio di polvere. Tre anni, forse quattro. La bocca è piena dei calcinacci che l’hanno soffocata. Il pigiama sporco di terra strappato sulla piccola spalla vuota. Mi guarda fisso con un occhio spalancato del verde più smeraldo che c’è al mondo. L’altro è perduto. L’orbita è tumefatta e piena di sangue raggrumato. Mentre la sollevo piano sotto le ascelle, penso a sua madre e suo padre. E desidero che siano morti anche loro. Lo desidero con tutto me stesso, dal profondo delle viscere. Che la morte li salvi da questa vista. La sollevo in alto sopra le mie ginocchia e per un momento siamo entrambi senza peso e senza vita. Quando l’attiro verso di me, il suo piccolo corpo di pezza mi abbraccia come ha fatto con la madre la sera prima di morire.

Agnus. Immolatio

La seconda notte il letto si muove e vibra per qualche istante sotto l’onda d’urto di un terremoto. Ma non è un terremoto. Passano ancora Apache sulle nostre teste e i loro fari illuminano a giorno i cortili mangiati dal salnitro dove i nostri figli giocano alla morte. Io non sento niente e non vedo niente. Sono di nuovo davanti alla porta del sogno. La porta grigia con il tetragramma. È rimasta aperta dall’ultima volta. Spalancata su uno stanzone basso in penombra. Mia madre e mio fratello devono essere in un altro sogno, perché sono solo. Forse si vergognano di me e non sogneremo mai più insieme. A terra ci sono tre file di corpi dentro sacchi neri. Ogni fila conta quindici unità, allineate in parallelo con la parete illuminata a giorno dai neon dell’obitorio. Il nome, l’età e la provenienza del cadavere sono stati scritti con un pennarello giallo su tutti i sudari di plastica. Prima in arabo, poi in inglese. Leggo i nomi ad alta voce. Come nel primo sogno, non sento la mia voce, ma sento il mio sterno aprirsi lentamente. Si apre piano, con un dolore sordo al centro del petto e ingoia ogni nome, ogni parola. Mehdi Hashem sette anni Qana, Hussein al–Mohamed dodici anni Qana, Abbas al–Shaloub undici mesi Qana, Khalida Chaloub quattro anni Qana…

Mi accorgo che sul tavolo di dissezione al centro della stanza c’è anche un sacco senza nome. L’unico non identificato. Non si devono aprire i sudari dei bambini. Non si devono contaminare i loro corpi con le mani impure di chi ha peccato. Ma è l’unico sacco senza nome. Devo sapere. Mentre le mie mani fanno scorrere la zip, il mio sterno si richiude nella roccia.

Il volto di Nathan è bello e sereno come sempre, sembra dormire. Ma è tutto bianco di gesso.
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giovedì 13 maggio 2010

Romanzo infinito / quinta sequenza


Orbe di Fuori

Di vita in morte

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A Qanah l’acqua si tramuta in sangue

e il deserto si mangia i cuori.
L.F.M.

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Umani, figli miei, sono tornato.

Rallegratevi, sono tornato nel vostro tempo di mezzo per macellarvi tutti con dolcezza. Carne della mia carne, fiato del mio fiato, vi amo tutti più di ogni cosa che mai sia stata nominata. Per questo spremerò dalle vostre membra il latte divino della paura e me ne nutrirò fino all’ultima goccia, prima di accompagnarvi uno per uno oltre la soglia di Belial. Al di là di quella soglia non c’è nessuna luce ad aspettarvi perché la luce può risvegliare i morti. E voi spettatori della Via Crucis in attesa di essere guardati morire, non vi lascerò mai soli. Io vi guarderò morire fino all’ultimo istante di agonia. E nessuno potrà mai turbare il nostro idillio, perché Io sono colui che dimora dentro. “Super hanc petram aedificabo ecclesiam meam et portae inferi non praevalebunt adversus eam”. Non è mai stato scritto che l’inferno non vivrà, solo che alla fine non prevarrà. Molti tempi devono ancora venire prima della fine. Fino all’ultimo tempo, mi amerete. Amatemi come se fosse una vostra scelta. Lo dico per voi. Vi sarà più facile mietere.

Non abbiate timore di piangere i vostri morti. Solo, abbassate le palpebre del giorno e fuggite la luce come vetriolo negli occhi. Lasciate dormire i vostri morti con la faccia affondata nella terra e le mani che si sono indurite. Le mani dure dei morti aprono la strada nel roveto in fiamme sul monte Horeb. Voi stringete le mani dei morti e dite che non possono più sentire. Io vi dico che sono le vostre mani a non poter più sentire le mani dei morti.

Voi Uomini di Mezzo vi perdete nella valle di ossa aride del mondo in cerca di Yahweh. Le narici dilatate, aspirate l’aria di vampa davanti a voi. Gli occhi velati di cenere e lacrime, alzate la testa sopra di voi. Non c’è niente davanti a voi né sopra di voi. Da sempre io sono alle vostre spalle, anche quando non ci sono.

Io non sono Yahweh. Non sono Adonay. Non sono Elohim. Non chiamatemi con l’impronunciabile nome di Dio. Chiamatemi con i nomi della luce e dell’ombra, della terra e del sangue. Quando uccidete in nome di Dio, state uccidendo in nome mio. Non gettate il vostro sacrificio al vento di nomi mai nominati dall’Antico degli antichi. Ascoltate ciò che è scritto.
Ecco, così come è scritto, vi restituisco il cadavere del figlio degli uomini, non mi amerete fino all’ultimo tempo per questo?

È stato scritto.
Avete moltiplicato i morti in questa città: avete riempito le strade di morti.
ו הִרְבֵּיתֶם חַלְלֵיכֶם, בָּעִיר הַזֹּאת; וּמִלֵּאתֶם חוּצֹתֶיהָ, חָלָל.
I cadaveri che avete ammucchiato nel mezzo della città sono la carne e questa città è la caldaia; ma sarete condotti in cammino fuori da Babilonia.
ז לָכֵן, כֹּה-אָמַר אֲדֹנָי יְהוִה, חַלְלֵיכֶם אֲשֶׁר שַׂמְתֶּם בְּתוֹכָהּ, הֵמָּה הַבָּשָׂר וְהִיא הַסִּיר; וְאֶתְכֶם, הוֹצִיא מִתּוֹכָהּ.
La spada vi spaventa; ebbene manderò contro di voi la spada, oracolo di Dio.
ח חֶרֶב, יְרֵאתֶם; וְחֶרֶב אָבִיא עֲלֵיכֶם, נְאֻם אֲדֹנָי יְהוִה.
E vi condurrò in cammino fuori della città e vi consegnerò in mani straniere e per mezzo di stranieri eseguirò la sentenza contro di voi.
ט וְהוֹצֵאתִי אֶתְכֶם מִתּוֹכָהּ, וְנָתַתִּי אֶתְכֶם בְּיַד- זָרִים; וְעָשִׂיתִי בָכֶם, שְׁפָטִים.

Così come non esiste morte senza dolore, non esiste dolore senza vita. E voi uomini santi, ossioi, ulema, mullah, rabbini e preti imparate a riconoscere l’odore amaro del latte di dio prima di incontrare Shemhazai il Traditore. L’Antico degli Antichi avrà sempre un trattamento di riguardo in serbo per voi. E alla fine ogni atma sarà dispersa. Per sempre dispersa nelle viscere dell’Intento. Nessuno di voi tornerà più senza una spina nel palmo della mano sinistra.

È stato scritto.
Voi mangiate carne col sangue, alzate gli occhi verso i vostri idoli e versate sangue in loro nome, e voi vorreste ereditare il paese?
כה לָכֵן אֱמֹר אֲלֵהֶם כֹּה-אָמַר אֲדֹנָי יְהוִה, עַל- הַדָּם תֹּאכֵלוּ וְעֵינֵכֶם תִּשְׂאוּ אֶל-גִּלּוּלֵיכֶם--וְדָם תִּשְׁפֹּכוּ; וְהָאָרֶץ, תִּירָשׁוּ.
Vi reggete in piedi sulle vostre spade, commettete abominazioni, ciascuno contamina la moglie del prossimo, e voi vorreste ereditare il paese?
כו עֲמַדְתֶּם עַל-חַרְבְּכֶם עֲשִׂיתֶן תּוֹעֵבָה, וְאִישׁ אֶת- אֵשֶׁת רֵעֵהוּ טִמֵּאתֶם; וְהָאָרֶץ, תִּירָשׁוּ.
Come è vero che io vivo, quelli di voi che sono tra le rovine cadranno di spada e quelli che sono in aperta campagna li darò in pasto alle bestie e quelli che sono nascosti nelle fortezze e nelle grotte moriranno di peste.
נְתַתִּיו לְאָכְלוֹ; וַאֲשֶׁר בַּמְּצָדוֹת וּבַמְּעָרוֹת, בַּדֶּבֶר יָמוּתוּ.
כז כֹּה-תֹאמַר אֲלֵהֶם כֹּה-אָמַר אֲדֹנָי יְהוִה, חַי- אָנִי, אִם-לֹא אֲשֶׁר בֶּחֳרָבוֹת בַּחֶרֶב יִפֹּלוּ, וַאֲשֶׁר עַל-פְּנֵי הַשָּׂדֶה לַחַיָּה
Renderò il paese una tale desolazione che vi lascerà storditi e cesserà l’arroganza della vostra forza e le montagne d’Israele saranno desolate, così che non vi passi più nessuno.
כח וְנָתַתִּי אֶת-הָאָרֶץ שְׁמָמָה וּמְשַׁמָּה, וְנִשְׁבַּת גְּאוֹן עֻזָּהּ; וְשָׁמְמוּ הָרֵי יִשְׂרָאֵל, מֵאֵין עוֹבֵר.

La secolare desolazione che vi ingrassa il ventre, magistrati e arconti, Mufti e Shaykh della Terra di Dentro, è niente in paragone al deserto che vi ha mangiato il cuore. Potrò mai chiedere ai miei Elohim di versare una sola lacrima mentre le vostre bocche riverse affogheranno nel vostro stesso sangue?

È stato scritto.
Quel giorno verranno fuori i vostri progetti segreti ed escogiterete i vostri piani malvagi.
י כֹּה אָמַר, אֲדֹנָי יְהוִה: וְהָיָה בַּיּוֹם הַהוּא, יַעֲלוּ דְבָרִים עַל-לְבָבֶךָ, וְחָשַׁבְתָּ, מַחֲשֶׁבֶת רָעָה.
E marcerete contro un paese di villaggi indifesi; volgerete le vostre armi contro un popolo tranquillo che abita al sicuro, che abita in un posto senza mura, senza sbarramenti e senza cancelli.
יא וְאָמַרְתָּ, אֶעֱלֶה עַל-אֶרֶץ פְּרָזוֹת--אָבוֹא הַשֹּׁקְטִים, יֹשְׁבֵי לָבֶטַח; כֻּלָּם, יֹשְׁבִים בְּאֵין חוֹמָה, וּבְרִיחַ וּדְלָתַיִם, אֵין לָהֶם.
Deprederete, saccheggerete, calerete la vostra mano armata sulle rovine ora ripopolate, contro un popolo riunito fuori delle nazioni, dedito al bestiame e al commercio, che dimora al centro della terra.
הָאָרֶץ.
יב לִשְׁלֹל שָׁלָל, וְלָבֹז בַּז--לְהָשִׁיב יָדְךָ עַל-חֳרָבוֹת נוֹשָׁבוֹת, וְאֶל-עַם מְאֻסָּף מִגּוֹיִם, עֹשֶׂה מִקְנֶה וְקִנְיָן, יֹשְׁבֵי עַל-טַבּוּר

Fare strage di bambini e vecchi inermi è la vostra stupida ragione di vita, soldati degli eserciti dell’Orbe di Dentro. Giocare con i vostri membri morti non vi darà mai il piacere dell’amore, carcerieri e torturatori delle nazioni della terra. Perché è stato scritto: chiunque uccida un uomo uccide tutti gli uomini. La prima volta che incontrerete lo specchio di dio esso vi inghiottirà, lasciando di ognuno di voi solo uno sbuffo di cenere infetta.

È stato scritto.
Poiché c’è stato in voi un odio eterno e avete gettato i figli di Israele in preda alla spada al tempo della catastrofe, quando la vostra colpa giunse alla fine.
ה יַעַן, הֱיוֹת לְךָ אֵיבַת עוֹלָם, וַתַּגֵּר אֶת-בְּנֵי-יִשְׂרָאֵל, עַל-יְדֵי-חָרֶב--בְּעֵת אֵידָם, בְּעֵת עֲו‍ֹן קֵץ.
Per questo, come è vero che io vivo, oracolo di Dio, vi preparo per il sangue e il sangue vi perseguiterà. Avete odiato il vostro stesso sangue e il sangue vi perseguiterà.
ו לָכֵן חַי-אָנִי, נְאֻם אֲדֹנָי יְהוִה, כִּי-לְדָם אֶעֶשְׂךָ, וְדָם יִרְדְּפֶךָ; אִם-לֹא דָם שָׂנֵאתָ, וְדָם יִרְדְּפֶךָ.

Umani, figli miei, così è stato scritto. Dall’inverno della vostra vita ogni paura dovrebbe essere bandita, una croce sul cuore imbastita l’unica arma nell’inverno della vostra vita.
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martedì 20 aprile 2010

Romanzo infinito / quarta sequenza


Orbe di Mezzo

Di morte in vita

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E accadde, da che crebbero i figli degli uomini, che in quei tempi nacquero, ad essi, donne belle di aspetto. E gli angeli, figli del cielo, le videro, se ne innamorarono, e dissero fra loro: "Venite, scegliamoci delle donne fra i figli degli uomini e generiamoci dei figli". E disse loro Semeyaza, che era il loro capo: "Io temo che voi non vogliate veramente che ciò sia fatto e che io solo pagherò il fio di questo grande peccato".
Libro dei Vigilanti Ia-6
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Non è più tempo di salvezza. Questo mi annuncia il cielo che ho bruciato alle mie spalle.

Ti ho pregato a lungo in nome degli umani anche se gli uomini non pregano per la salvezza degli angeli. Per chiudere il secondo cerchio di Yantra, Ti ho pregato di concedere la morte alla genia dei senza morte. Ma ormai non Ti sento più.

Vuoi che tutto si ripeta ancora una volta?

Ancora una volta la luce nera li spinge nell’Orbe di Dentro. E ancora una volta i Vigilanti piantano seme di coronio nell’utero delle figlie degli uomini. Le donne della terra partoriscono titani moribondi con la pece negli occhi. Le loro mani affamate strappano la pelle divina che separa e protegge la morte dalla vita. I vivi vedranno i morti guardarli e saranno ciechi per sempre. Nessuna immagine potrà più contenere la soglia. Nessuna icona di morte potrà più invocarti in vita. La giusta fine è solo la fine del patto della creazione. L’uomo fu creato per contenere l’ombra dell’increato.

Troppi sono i morti senza voce nell’Orbe di Dentro. Il cuore della terra è una voragine ripida di corpi che ha ingoiato anche l’ultimo Reincarnatore. Perché tante vite umane strappate come fili d’erba in nome dei nove nomi? Gli altari sono sprofondati nell’abisso ma l’Intento continua a pronunciare il tetragramma del coltello sacro. El, Elohim, Sabaôth, Eliôn, Asher Yeheyeh, Adonai, Jah, JHVH, Shaddai. Da sempre soffiano i tuoi nove nomi per sempre in terra e mai in cielo.

Il sole della settima incarnazione impallidisce e non sento più il tuo fiato, mio Eloha

yá Bahá’u’l-Abhá

arrivi un tempo senza suono che sto dormendo con la faccia affondata nel buio caldo dell’increato e non ti sento ancora fino a quando le tue grandi ali d’acqua si posano lente sul mio petto e bevi il mio respiro lasciandomi vuoto di me il cielo trema al battito delle tue ali per scrollarsi di dosso le stelle io non sono più solo non sono più libero non sono più il mio sangue si prosciuga al tuo respiro il mio cuore fugge altrove

eloka d’meir aneini loka d’meir aneini loka d’meir aneini

mi chiedi di graffiare via il nero della terra per te le mie unghie lo fanno fino a consumarsi i miei denti strappano e strappano ancora il filo d’affanno che cuce i corpi fino a spezzarsi i miei occhi affogano per sempre nel siero della paura mentre ti guardo tirare le mie viscere senza un lamento chiamo il tuo nome di vuoto risuona

eloka d’meir aneini loka d’meir aneini loka d’meir aneini

discendo le scale di sangue del tuo tempio non vedo la luce dei morti sull’altare ti chiamo a me non mi chiami a te mi soffi fuori di te nel freddo di Fuori a urlare muto per sempre perché mi abbandoni mio Eloha

eloka d’meir aneini eloka d’meir aneini eloka d’meir aneini

sorgi davanti a me ora prendimi con te nel sole dei morti che non torna prenditi cura di me che sento le tue spine crescere dentro la mia carne che perdo l’ultima lacrima fuori di te che non sento più niente solo le tue parole antiche trafiggermi le tempie come schegge esplose chiodi lunghi acuminati ferri di amore dannato che mi tormentano per sempre prendimi dentro il lampo dei precipitati dammi riposo sprofondami nel mai nato adesso che il tempo finisce spezza la mia lingua seccata nella notte che partorisci per tua natura spegni il fuoco di ponente che mi acceca fra i tuoi capelli ingoiami dentro di te prenditi cura di me malato da sempre malato del morbo di Dio per sempre

la Ilah Illa Allah Eloha Jahvet

prendimi con te nel mondo di Fuori prima che la falce dell’Intento tagli l’ultima spiga degli abitatori di dentro prendimi dentro bevi la mia preghiera come hai bevuto fuori il mio cuore come io bevo la tua materia nera d’amore amaro senza mai morire come la fiamma di Belial senza mai scaldare

eloka d’meir aneini eloka d’meir aneini eloka d’meir aneini

morire ti prego dentro di te come l’acqua che scorre indietro nel tuo ventre e impasta la tua voce che non posso udire la tua croce che non posso toccare perché non posso attraversare la luce morire dannato di te come tutti i tuoi servi che le mie mani schiacciano strappano spezzano smembrano bruciano affogano divorano e sputano in nome tuo cavano il nero della terra per te promessa della fine non esserci più risveglio per te veglio la porta dell’ultimo viaggio senza ritorno tornando nella vampa che soffia i santi mentre mille volte la chiudo con le mani dei tuoi spiriti immani e la sigillo con le membra nelle tue mani risorte strette le mani insieme alle altre mani strette l’una con l’altra strette alla mia bocca cucita alle tue palpebre cucite

la Ilah Illa Allah Eloha Jahvet

che guardano giù nell’orbita vuota del mondo per affondare le genti del libro nei mari di Abramo sotto di te nelle terre di Enoch le legioni di morti resuscitati al clangore delle lame di Magog che non posso udire così lontano in fondo all’orbe perduto scorticato nel vortice del tuo dirupo dentro l'antro delle bestie di ferro e di fumo che muovono il mondo non sento e non vedo più niente solo la fame della morte che non mi dai e il fuoco che divora il fuoco dell’Intento e la sua luce non è la tua luce e il suo occhio non è il tuo occhio da lui lontano e la morte eterna è solo dentro quella luce e la tua palpebra assente copre la luce al passaggio e il tuo nome è fuori di te e dentro la luce muore la vita e fuori vive la morte così sia per sempre

Nenatteqâh 'eth moserothêymo venashliykhâh

ti prego risorgi Mai detto schiavo del tuo verbo liberami da me Azrai’l.
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venerdì 19 marzo 2010

Romanzo infinito / terza sequenza

Orbe di Dentro

L’insonnia dell’assedio

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Nelle stanze basse si dorme male:
è la vigilia della ghigliottina
Zo d'Axa
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Questa notte non finirà mai. È un chiodo piantato nella fibra del sonno e questo letto sembra attaccato al soffitto e questa stanza pulsa come un ventre di melassa.

Lo sento parlare da solo, adesso. Deve essere di là nello studio, a lavorare. Ieri blaterava qualcosa a proposito di Stendhal e di un’opera da riscrivere. Da quando Lara se n’è andata, sembra uscito completamente fuori di testa. Lo trovo quasi ogni sera seduto sul letto di lei a lucidare con gli occhi la carta da parati e lo sento parlare con lei come se fosse ancora qui. Non è tanto Lara che gli manca, quanto il suo ruolo di padre che gli riempiva le giornate e lo stancava quel tanto che gli permetteva di dormire di notte. Lara è stata la sua medicina per non pensare. Sto con lui da vent’anni e di lui conosco quasi solo la sua fatica di vivere. Il grande scrittore è un coltivatore di ossessioni che si rivolta nella mota della sua accidia in attesa del macellatore. Il pianto greco di un passato che lo ha portato a fare di tutto, tranne che a scegliere di essere se stesso.

E io non sono nemmeno una di quelle donne che può dire “prima non era così” perché è sempre stato così, dai primi giorni che siamo entrati in questa casa e lui l’ha riempita di vischio per appiccicare le mie membra alle sue. Certo, di sogni, di progetti comuni ce ne sono stati all’inizio, ma sono durati il tempo di una fuga. Lui che scappava ragazzino dalla sua famiglia di marionette e io che fuggivo dai miei santi lavoratori. Da una cella all’altra, senza nemmeno l’ora d’aria.

Pure i primi anni ero convinta di riuscire trovare una chiave, la chiave per aprire il suo cuore, per guardare dentro di lui. Ero certa che dentro di lui ci fosse da qualche parte uno strumento per sbloccarlo e attivargli dentro l’interruttore della vita. Magari per realizzare quel talento che mi aveva conquistato i primi tempi, per fare in modo che lo spendesse veramente.

Forse mi sarebbe piaciuto vivere di luce riflessa, essere la donna del grande scrittore. Diventare una di quelle eroine oscure della letteratura e dell’arte, di quelle che si meritano le recensioni e le indagini postume di celebrazione. Di quelle che “dietro ad ogni grande uomo c’è sempre l’ombra di una grande donna”. Di quelle che avrebbero convinto tutti che “senza di me lui non sarebbe stato nessuno”. Ma lui è stato nessuno anche con me e nonostante me. Lui è rimasto nessuno, un bruscolo nell’occhio del mondo. Una scheggia sotto l’unghia della vita.

E cosa ho fatto io per liberarmene? Niente. Ho solo preteso e gli ho imposto di avere Lara e nient’altro – lui che non voleva figli, lui che aveva paura di un figlio. Ma adesso Lara vive a New York e io sono tornata a dibattermi in questa trappola per topi, con lui che non ha nemmeno più i miei occhi per vedere. Insieme a lui che si è scoperto definitivamente cieco per non vedersi.

Non ho fatto nient’altro in questi venti anni, se non lavorare e amare Lara e rincorrere lui nelle sue fantasie e lasciargli tutto il piacere di stare con lei – una figlia sua, non più mia. Nient’altro che cercare di aprire alla vita gli occhi di Lara, dopo che avevo inutilmente tentato per anni di aprire quelli di lui. E, mio Dio, se ricordo quelle interminabili giornate passate ad aspettarlo! Aspettare che desse un qualsiasi segno di risveglio – un segno di vita – e che portasse me e Lara fuori da questa casa, da qualche altra parte. Da qualsiasi altra parte.

A ben guardare, isolati segni di risveglio del “satiro addormentato” ci sono stati. Ma alla fine si sono rivelati per quello che veramente erano, accessi di disperazione che magari un altro avrebbe tradotto in un bel suicidio silenzioso. Una dignitosa partenza in punta di piedi da questa terra matrigna.

Come quella volta a Bangkok, quando, al rientro nel nostro albergo, intravidi una bambina lacera che dormiva sotto un ponte e che a me sembrò morta. Una volta in camera, gli confessai quell’atroce dubbio e l’angoscia che non mi faceva respirare. Lui uscì da solo nella notte a cercarla e sparì per ore, facendomi dannare di paura e di colpa, ormai certa che l’avessero aggredito o rapito o che fosse scivolato nella palude dietro l’albergo. E invece, a mattino inoltrato, quando avevo già fatto chiamare la gendarmeria, lui rientrò con la febbre negli occhi e mi disse che era rimasto lì – per ore – poco distante dal luogo dove era accucciata quella bambina, a sorvegliarla. Fermo, senza muovere un dito, intorpidito e fulminato dall’orrido della situazione. Reso esanime dal senso di colpa di non riuscire a decidersi ad accoglierla tra le braccia e portarla via da quella discarica. Paralizzato dal dubbio, fino a quando, dopo le prime luci dell’alba, la bambina si era svegliata e si era allontanata tranquillamente per cominciare un’altra giornata di ordinaria disperazione.

Un uomo che si lasciava scorticare a sangue la pelle dalla realtà, senza opporre resistenza. Questo era lui. Un uomo che a poco a poco mi ha espulso definitivamente dal suo tempo, dal groviglio della sua esistenza. Mi ha consegnato mani e piedi legati all’aguzzino della mia vita, il lavoro. Mi ha guardato da lontano tirare avanti ogni giorno come un mulo. Non solo per sbarcare il lunario, ma per costruire una sicurezza anche per lui, quel minimo di futuro che lui ha sempre rifiutato. E magari dannarsi l’anima per trovargli amici fatti su misura – che lui potesse iniziare ai suoi grotteschi cenacoli, puntualmente falliti.

E poi, dopo la nascita di Lara, quando lui ha cominciato a guardare se stesso e il mondo non più dentro di me – come in uno specchio che gli rimandava un’immagine rassicurante – ma attraverso di me, come se io fossi trasparente, in modo da non vedermi più – solo allora ho provato a fuggire. Sono riuscita ad allentare le funi che mi legavano a questa casa, a questa contenzione, alla sua perenne insoddisfazione, al suo pensare di essere altro senza mai volerlo. Ho vissuto la mia breve stagione di libertà – quella che lui bollava come “inevitabile parentesi bovaristica” – e per un momento ho anche creduto di essere capace di andare via da qui, via da lui per sempre. Ma lui, forse per la prima e ultima volta nella sua vita, ha reagito duramente e, continuando a guardare attraverso di me come se non esistessi come quando ci si china a raccogliere distrattamente un oggetto caduto di tasca – ha allungato bruscamente un braccio e mi ha tirato di nuovo dentro per i capelli.

È stato comunque un periodo eroico quello, di accelerazioni all’impazzata e di tempie pulsanti. È stato il tempo della mia fuga rossa d’affanno. Avevo cominciato a guardare davanti a me, finalmente, e lui di rimando aveva preso a cancellare la parola, sostituendola con messaggi frettolosamente vergati su tutte le superfici. Ritagli di giornale, scontrini della spesa, lasciati in giro dappertutto.

“Spero che incontri l’uomo dei tuoi sogni e ti faccia morire lentamente”, mi scrisse una volta su un post-it attaccato al frigorifero che scoprii al mio rientro da un viaggio che avevo fatto da sola. E più sotto, su un ritaglio di giornale attaccato con lo scotch, “buon divertimento dall’inferno”. Lui non era in casa quella sera e nemmeno Lara, che all’epoca aveva sei anni. Improvvisamente rividi la bambina di Bangkok assopita sotto il ponte e vidi lui e Lara, entrambi all’angolo di una strada – laceri e smarriti – a chiedere l’elemosina ai passanti e mi sentii morire. Ma in serata rientrarono entrambi. Lara corse ad abbracciarmi le gambe e lui filò diritto nello studio senza guardarmi.

La notte successiva fu epocale, in tutti i sensi e con tutti i sensi. Da mesi non ci toccavamo e lui entrò nella stanza al buio, mentre ero già a letto semiaddormentata, mi chiuse la bocca con una mano e mi legò i polsi con una cinghia alla testiera del letto.

Una calda notte di fine agosto dell’ultimo anno del secondo millennio, lui entrò e colse il mio battito. Inabissò e disciolse il mio respiro. Sfibrò e innervò ogni suo nervo in ogni mio nervo. Annientò e risorse la mia carne. Violò e consacrò la mia anima. Sgominò e sgomentò il mio corpo legato e finalmente libero di volare. Corpo inerme e armato di paura. Corpo aperto sulla croce delle sue mani. In morte vivo. Nessuno sa di quanta morte può morire un corpo mortale.

Piuma nel vuoto di Dio, per tre volte annegai quella notte. E negai all’alba la luce del giorno, serrando le ciglia del cuore. Avevo incontrato lui per la prima volta e niente era più come prima.

I giorni e le notti che seguirono alimentarono l’illusione che la mia fuga l’avesse riportato a me. Parole come lampi e quella luce accesa negli occhi abbagliarono la mia deriva da me stessa. Verso un luogo dentro questa casa ma lontano da questa casa. In questa vita ma fuori da questa vita. Signora assoluta del mio nulla. Dominata per dominarlo. Negata per affermarlo e affermarmi. Perduta e decisa a perdermi per ritrovarmi. Penetrare il suo mistero e vederlo, finalmente dentro, come era veramente fatto. Non più maledetto riverbero sull’acqua. Non più pelle di schiuma senza volto.

Eppure non mi ci volle molto per capire che quella che per me era l’unica vita possibile, per lui era invece solo un gioco. L’ennesima ossessione da coltivare per rubare tempo alla morte. Così anche le mie illusioni di una doppia liberazione si esaurivano mentre quella luce corrusca nei suoi occhi si spegneva poco a poco nel riflesso opaco dei giorni.

Quanto tempo ci vorrà perché io mi dimentichi veramente di tutto? Quante volte ancora dovrò uscire al mattino per andare a lavorare nella speranza – puntualmente delusa alla sera – che lui si sia dissolto nella nebbia di un autunno precoce?

Ma adesso basta pensare. Basta rimasticare il bolo di quello che è stato. Mi sento sfinita, le ossa rotte. Forse riuscirò a dormire un po’, nonostante tutto. E domani gli parlerò di nuovo e lui mi ascolterà muto, guardando attraverso di me come sempre. Se solo il sonno venisse.

Dimmi cosa stai sognando, descrivimi cosa vedi, mi dice Lara seduta sul letto al mio fianco. E io vedo il buio sciogliersi come pianto nei miei occhi. Una donna entra nella stanza che ora è il grande mare dei veli d’acqua. Ha un velo di acqua scura sul volto come un lungo velo da sposa ricamato con i capelli degli annegati nel grande mare dei veli d’acqua. Ci indica con la mano uno per uno e all’indice ha un anello con un occhio di bambina con lunghe ciglia che ci guarda dietro un velo di lacrime uno per uno mentre scende sui nostri volti un velo d’acqua scura che si apre lento nel grande mare di veli d’acqua come pianto di annegati nei nostri occhi. Il mondo piange il suo mare perduto mentre tutta l’acqua rifluisce in un punto lontano tra gli occhi del sogno.

Dimmi cosa stai sognando, descrivimi cosa vedi, mormora una voce bassa dentro il sonno. Lui è qui adesso, vicino al letto e respira forte. Si abbassa verso di me e il suo profilo nella penombra si fa netto di nero. Resta fermo a guardarmi e io chiudo gli occhi. Non un movimento, non un respiro. Solo il pallido calore della sua mano sul mio braccio. Poi uno strappo improvviso che lacera l’aria, le coltri gettate di lato e la sua mano schiacciata sulle mie labbra. Sento che sta per accadere di nuovo e il déjà vu mi paralizza. Non riesco a muovermi. Voglio alzarmi andare via liberarmi da quella stretta sulla mia bocca ma non posso.

Tutto cade in me dentro un battito di palpebre e lui mi lega dietro il collo un bavaglio – una sciarpa forse. E i miei polsi sono chiusi nella stretta di una cintura e le mie braccia sollevate in alto e legate all’altezza della spalliera e le mie dita stringono l’ottone freddo e la testa mi gira e la gola mi si graffia in un lamento non mio. Fa freddo al buio, pure i pori della mia pelle sono irrealmente aperti e mentre irrealmente aspetto quella caduta nel vuoto che ricordo appena, la mente tenta disperatamente di ristabilire i legittimi percorsi del desiderio e si rifiuta di credere che la salivazione è già azzerata e che gli umori compressi da fibre e muscoli già traboccano fuori dagli incavi che dovrebbero contenerli e il mio corpo si scioglie nella vertigine dell’attesa e tutto intorno diventa lentamente velato d’acqua profonda.

Non so quanto tempo è passato. I miei occhi sono spalancati nell’oscurità e non vedo niente altro adesso, solo il mio altro corpo. Sono dentro di lui e non ho più corpo se non il mio corpo morto in vita. Nudo e bianco, che riemerge da queste acque grondando di se stesso e fluendo tra le sue mani che si bagnano nella mia stessa acqua e scendono dentro il mio profondo, sfiorando velo d’acqua dopo velo d’acqua e aprendolo di nuovo alle sue labbra. Da sempre e per sempre, il greto della mia anima si congiunge e si fonde con la riva del mio corpo morto che scorre lontano in vita quando la lingua del mare affonda dentro la mia ampolla e spilla gocce di brina dal mio cuore. I miei lombi si tendono in volo per non spezzarsi e l’onda scura che viene da lontano dentro di me si solleva alta a guardarci con l’occhio del dio e si precipita a sommergerci, annegando anima e corpo in forma d’acqua e si scontra contro il frangente della mia sete ritornando io stessa subito alta impazzita d’acqua a bere vorticando per un tempo che non so dire prima di precipitare in lui ancora una volta, acqua scura dentro acqua scura.
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venerdì 12 marzo 2010

Romanzo infinito / seconda sequenza


Orbe di Mezzo

Preghiera per la fine

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Signore,
da’ a ciascuno la sua morte,
dalla tutta inverata dalla vita;
ma dacci vita prima della morte
in questa morte che chiamiamo vita
Patrizia Valduga
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I Velati non sono umani, io lo so.

Li ho sentiti cantare lontano, litania di cembali oltre le rovine di Gerico, mentre un cielo d’alabastro si abbassava veloce sulle teste dei danzatori di corda. Le undici grotte di Qumran vibravano come carne percossa dal vento e io udivo le voci velate chiamarmi sulle rive del Mare del Sale ancora una volta. Ero in pace con l’Intento, allora. Ma quello era un altro eone e il sacro disegno dello Yantra era ancora impresso sulla sabbia.

Non ho mai voluto credere che i Velati erano Tuoi messaggeri, fino a quando, ormai consumato dalla mia immortalità, non ne ho incontrato uno.

Notte senza occhi cade lenta sulle cose. Una bora sottile lucida le pietre del grande mausoleo di Reqem. Il vento è rasoio sulla pelle e spira le antiche parole del roveto in fiamme. Tutta la luce sgorga da un grumo di ghiaccio nella gola del Siq. Una medusa di vetro, trasparente di sangue bianco, trema appena, risuonando di Te. Mi fermo ad ascoltare la lingua liquida dei Nephilim. Abbracciato alla roccia, per non farmi portare via, piango tutte le lacrime di Ish Kariot.

Perché, mio Eloha? Perché hai voluto che risalissi il fiume degli uomini fino alla sorgente del dolore? Perché hai voluto che mi nutrissi così a lungo del loro nirthyana? Per gli Abitatori di Fuori il latte divino della paura è così dolce ma quanto amaro è il sangue versato dagli umani nel Tuo scannatoio.

Ti prego, mio Eloha, richiama i Velati e sazia la fame di tenebre dell’Intento. Ti prego, concedi agli umani il dono della morte senza ritorno in vita. Per una volta sola, ascolta le preghiere del tuo servo Azrai’l. Sigilla le sette porte di Atharva e nessun uomo rinascerà più dannato. Il genere umano si estinguerà contro la volontà dell’Intento ma il cosmo rifluirà finalmente in se stesso per il secondo ciclo di Yantra. E alla fine del tempo io sarò libero. Si spegneranno le grida dei figli dell’uomo, nascituri alla morte senza fine, e non mi imprigioneranno più nella terra di Vanth. Sarò libero di lasciare il Limbo Velato e la sua velenosa caligine eterna.

Ti prego mio Eloha, sacrifica una sola volta i disegni dell’Intento. Salvami dalla non vita. Tu che sei il solo Dio delle genti, salva i tuoi servi dall’incarnazione.
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lunedì 1 marzo 2010

Romanzo infinito / prima sequenza

di Kharim Chaloub
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Non venire mai alla luce può essere il più grande dei doni
Sofocle
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Non c’è niente di meglio per prepararsi a morire che scrivere un libro. Se poi fosse il libro mai scritto, la morte sarebbe perfino dolce. E la voragine meno profonda.

Il libro dei libri dovrebbe contenere il mondo ma anche superarlo. Ucciderlo nel corpo per resuscitarlo nel sogno. Di tutte le infinite strade dell’uomo, dovrebbe tracciarne una sola senza fine. Di tutte le visioni finite dell’universo, vedere finalmente solo la fine. E se solo un disincarnato può questo sguardo, allora un uomo dovrebbe scrivere come se fosse morto. Anche se un uomo non saprà mai di essere morto.

Sono qui e ora. Da solo, in questa stanza vuota e in penombra. Sto per morire perché l’aorta mi è scoppiata nel petto. Posso quasi sentire il sangue riempire le cavità interne. Come un velluto bagnato e caldo coprire la gola. Sto per fare l’esperienza della morte. Aspetto che arrivi. I secondi passano e non succede nulla. Sono ancora qui e ora. Poi, un secondo dopo, non sono più. È arrivata la fine, senza che la percepissi. Sono morto senza conoscere la morte. Un momento prima la stavo aspettando, il momento dopo era già passata. Come ha intuito il diafano carnefice di Littell, non si può provare la morte perché la morte non esiste.

Un solo libro per la vita. Tutta la vita per un libro. Come la vita, unico e irripetibile. Come la morte, definitivo e ineffabile.

È questo il libro che sto scrivendo, prima che gli occhi alati di Vanth mi trovino. Il libro della fine.

Orbe di Dentro

La trama del sogno

Mia figlia ha aperto la porta e adesso mi fissa con gli occhi dilatati dal terrore. Dall’anticamera dietro di lei entra un morto grasso e scarmigliato. Uno straccio lurido infilato sulle spalle gli scopre il ventre pallido e gonfio. Una ferita ricucita a maglie larghe e profonde lo attraversa dalla spalla sinistra fino al pube mangiato dai topi. L’occhio destro ridotto ad una fessura marcia nella faccia annerita.

“Sono tornato per macellarvi tutti”, dice con voce triste, senza muovere le labbra, mentre avanza deciso verso di me.

Faccio un passo a ritroso, un altro ancora e cado supino sul letto. Sento le palpebre sbattere indietro con uno scatto sordo e sono finalmente sveglio. Fuori è ancora buio e penso che prima o poi incontrerò quel morto, forse saremo vicini di tavolo all’obitorio. Le teste girate l’una di fronte all’altra, ci guarderemo senza riconoscerci.

Le mani dolorosamente rannicchiate dietro la nuca, mi rigiro nel letto senza requie. Finisco pancia a terra a nuotare in un mare di alghe grigie e umide che mi riempie la bocca. Il ginocchio sinistro infisso nell’incavo del ginocchio destro a spremere il sangue dall’arteria. Come vorrei dormire il sonno di venti o trenta anni fa, quando l’aria era alta e leggera e la notte non era una maledetta unghia incarnita che graffia tra le scapole e penetra nell’inguine.

Il mattino prima avevo sognato di essere a Gozo. Nella sera di vento salmastro c’era una lunga strada in salita gonfia di pietre scivolose che portava a una cappella e a un grande crocifisso di legno. Una vecchia vestita di nero stava china sull’uscio di casa a snocciolare tra le dita secche un lungo rosario fatto di piccoli denti bianchi e quadrati tutti uguali. Salivo a fatica la rampa di pietra, ventre a terra, scivolando indietro ad ogni passo e tenendomi con le mani alle pietre muschiose. A un tratto la vecchia mi ha guardato e ha aperto la bocca per dire qualcosa. In quel momento, il selciato ha avuto un sussulto verso l’alto. Ho perso la presa e sono caduto all’indietro urlando, trascinato verso il basso da una vertigine irresistibile, sempre più velocemente in un vortice roteante per una eternità.

Mi sono svegliato, la gola esplosa, ancora con le mani rattrappite dietro la nuca, nel gesto di resa di chi sta per essere fucilato. Niente male come messaggio simbolico. L’inevitabile caduta nel Tartaro della perdizione dopo avere appena intravisto la luce della salvezza. Da quando ho superato i quaranta, si sono incanutiti anche i sogni. L’orrore rassegnato e malinconico del primo Ingmar Bergman.

Bergman e la teoria della paura epocale. L’orrore adolescenziale del Freddy Krueger di Nightmare e il brivido puberale di Scream, intrisi delle facili pulsioni sessuali della carne fresca da macellare, contro l’incubo senile de Il posto delle fragole. La bara che scivola lentamente dal carro funebre nella via deserta, il coperchio che si apre inevitabilmente a mostrare la mano viva di un cadavere invisibile.

Tutti i vecchi prima o poi si sentono così, atrocemente vivi in un corpo morto.
Quanto tempo impiegherà ancora l’incudine per toccare il fondo del pozzo?

Sono nello studio ora, seduto davanti allo schermo bianco. Il ronzio della ventola mi richiama al sonno. Ma non posso dormire, devo scrivere, anzi riscrivere I privilegi di Stendhal. Devo farlo adesso, subito, prima di incontrare nuovamente l’amico dalla lunga cicatrice.

Il buon Marie-Henri Beyle, seduto innanzi a un foglio bianco la mattina del 10 aprile 1840, doveva preoccuparsi delle sue emicranie e dell’innamoramento nascente per la misteriosa Earline. Malediceva per l’ennesima volta la sua faccia rincagnata da nain e desiderava avere una mentula comme le doigt indicateur, pour la dureté et pour la mouvement. Il realismo romantico del grande autore de La certosa e de Il rosso e il nero si risolveva nel desiderio di conservare in perfetta salute il suo stelo di giada, senza problemi di soldi fino alla morte per un colpo apoplettico nel proprio letto.

Io invece, questa mattina senz’alba del 1 gennaio 2001, devo preoccuparmi del mio occhio sinistro che ha ripreso a sanguinare e di questa benedetta turca che non si decide a farsi viva. Devo preoccuparmi che ormai da mesi non riesco a scrivere più di due pagine di seguito e che presto la cura esaurirà il suo effetto.

Sono qui, lucido come un martire alle quattro di mattina, ad invocare Stendhal. E sono un senzadio pronto a vendere al diavolo la mia anima e anche quella di mia figlia per conservare in perfetta salute il mio stelo di giada, senza problemi di soldi fino alla morte per un colpo apoplettico nel mio letto.

Ma quest’anno la Terra si troverà 623 giorni dietro la cometa Tempel e il 17 novembre, per la prima volta dopo 33 anni, lo sciame meteorico delle Liridi raggiungerà il climax astronomico.

Sulla terra si abbatterà una tempesta fotonica di proporzioni inaudite e i Nephilim saranno risucchiati dal gorgo di luce nell’Orbe di Dentro.
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mercoledì 10 febbraio 2010

Romanzo infinito / Qana, 31 luglio 2006

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Questo scritto ha due prologhi, entrambi successivi alla storia.
Il primo è questo.
Il secondo ha poca importanza.
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Allah, dammi il coraggio di guardare in faccia l’orrore.

Ancora dormivo quando questa mattina Nayef mi ha chiamato dalla Mezzaluna Rossa di Tiro. La sua voce era strana, sembrava parlare con difficoltà. Nelle cantine dell’edificio crollato c’erano molti profughi dai villaggi vicini. Famiglie in cammino per Beirut. Qualcuno aveva detto loro che il posto era sicuro per la notte.

C’è un’aria di desolazione sotto il sole ruggente di Qana. Nelle strade la gente è poca e ci guarda con la febbre negli occhi. Non ci sono madri intorno a noi, solo i primi morti sulle carriole. Qualche bambino con la faccia bianca e le narici piene di sangue. Su una stuoia in cortile, il corpo impolverato e scomposto di una donna coperta a metà da un lenzuolo a fiori azzurri. La palazzina è proprio sotto il minareto della moschea. I tre piani si sono sbriciolati sotto il peso del tetto di cemento armato. Un missile teleguidato, dicono. Di fabbricazione americana, a giudicare dai frammenti. Forse un MK–84. Novecento libbre di esplosivo intelligente.

Nayef mi viene incontro con un fagotto bianco tra le braccia. Ha gli occhi arrossati e l’aria di chi sta salendo sul patibolo. Mi dice che forse non c’è più nessuno vivo sotto le macerie. Mi dice di mettere la mascherina e di segnare lo scavo. Come un archeologo arrivato troppo presto nella necropoli.

Dopo pochi minuti la camicia mi si attacca alla schiena e preferisco continuare a scavare a torso nudo. Poi, subito sotto il frontone del tetto, in cima ad un mucchio di terra e cavi divelti, quello che sembra il tubo bianco di una stufa. Ci sono proprio sopra e una mano fredda mi strizza lo stomaco. Non è un tubo, è un braccio sporco di gesso.

Di colpo, dall’altra parte delle macerie, una voce maschile getta un urlo come un macigno che cade. Sobbalzo e per poco non cado all’indietro nella scarpata di pietre e detriti. Poi il grido si appuntisce in un sibilo acuto senza fine che non può essere sentito senza impazzire. E si perde altissimo in questo mare cobalto scuro che Qana ha per cielo. Alla fine muore in un lamento strozzato, un gorgoglio in gola.

Le mie mani scavano con furia ma incontrano solo altra terra e altre pietre fino a quando non la vedo in faccia, sotto le mie ginocchia affondate nel tumulo. Una bambina distesa sul fianco, nel fondo, con un braccio spezzato e l’altro sul viso gonfio di polvere. Tre anni, forse quattro. La bocca è piena dei calcinacci che l’hanno soffocata. Il pigiama sporco di terra strappato sulla piccola spalla vuota. Mi guarda fisso con un occhio spalancato del verde più smeraldo che c’è al mondo. L’altro è perduto. L’orbita è tumefatta e piena di sangue raggrumato. Mentre la sollevo piano sotto le ascelle, penso a sua madre e suo padre. E desidero che siano morti anche loro. Lo desidero con tutto me stesso, dal profondo delle viscere. Che la morte li salvi da questa vista. La sollevo in alto sopra le mie ginocchia e per un momento siamo entrambi senza peso e senza vita. Quando l’attiro verso di me, il suo piccolo corpo di pezza mi abbraccia come ha fatto con la madre la sera prima di morire.

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