lunedì 20 settembre 2010

Grinderman: Grinderman 2 (Mute/ANTI-)

Questa recensione è apparsa su vitaminic.

Te ne accorgi dai loop in reverse che accompagnano l’arpeggio introduttivo, prima dell’ingresso col fucile spianato della linea di basso: il secondo capitolo del progetto Grinderman ha un livello di produzione ben diverso dal primo, e se hai seguito la cosa capisci bene che Lazzaro, nel frattempo, ha fatto la sua parte. Grinderman 2 è, ancora, una versione aggiornata del blues mescolata con quell’attitudine post-punk tutta caveiana, come eravamo abituati dai Birthday Party, per restare in tema.
Tutto il disco si tiene in un amalgama sonoro che ammorbidisce le asperità più ruvide e garage del primo album. La qualità delle distorsioni, il tutto pieno, l’atmosfera bruciacchiata e mefitica e lontanamente psicotica, quel rullante aperto e profondissimo, i dettagli degli arrangiamenti, la compressione del basso, gli archi nella bellissima When My Baby Comes, il pitch-shifting di Bellringer Blues, i cori immancabili e splendidi, la stessa voce di Nick Cave che sembra – e dico “sembra” – tornare agli antichi fasti baritonali: Grinderman 2 è un disco prodotto con perizia eccellente, è un disco rock che ti dice come dovrebbe suonare un disco rock nel 2010.
Poi, e solo in un secondo momento, è anche un album di Nick Cave e di alcuni dei suoi Bad Seeds, che si divertono come pazzi in quello che sanno fare meglio, mettendo da parte qualsiasi dimensione ulteriore della musica (dimensioni che Nick Cave ha frequentato fino a The Boatman’s Call, tanto per capirci), chiudendosi in studio con una pila di dischi impolverati e un po’ di whiskey fin troppo buono. E, certo, mandando tutti affanculo.

Ora: se siete arrivati fin qui sapete esattamente cosa cercare, e d’altronde non sarò io a scrivere banalità del tipo “[è come un] pugno allo stomaco”, “[certi passaggi fanno] tremare le vene dei polsi”, o altre amenità buone per i fan dell’ultima ora che non conoscono neppure Murder Ballads. Il progetto Grinderman si definisce da sé, e questo secondo episodio – a tratti bellissimo, mai banale, addomesticato ma non per questo meno nervoso, con lo sguardo sempre rivolto a una qualche concezione molto larga del Male Profondo – è esattamente quello che era lecito aspettarsi dopo il primo. Voglio ripeterlo: è un album Potente, Viscerale, Suonato Bene/Registrato Meglio/Mixato Da Paura/Masterizzato Coi Controcazzi. Però ho questa sgradevole sensazione di starmene qui a cliccare su un misero tasto Mi Piace, e lo sa solo il diavolo quanto Nick Cave meriterebbe altre argomentazioni.
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venerdì 17 settembre 2010

"e tu non mi rompi più i coglioni"

A tutti gli invitati a Venerdi 17 Settembre: SPECIAL ANIMATION GIRL!

16 settembre alle ore 18.37

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★ ☼ ❤ ♬ ♪ ♡ ♩ ♭ ♪ __SPECIAL ANIMATION GIRL__ ♪ ♭ ♩ ♡ ♪ ♬ ❤ ☼ ★
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■ VENERDI 17 SETTEMBRE, IL SUD EST DISCO PUB VI DA LA RICETTA
PER UNA NUOVA FANTASTICA SERATA, ECCO GLI INGREDIENTI:


-► LA SORPRESA N°1: Speciale "Live Animation Girl" ;))
-► I COCKTAILS a soli 4 €: GinTonic, GinLemon, Rum&Coca, PinhaColada, RedBull&Vodka, etc. etc. etc. ......
-► LA PRASSIi: >>>> INGRESSO RIGOROSAMENTE GRATUITO <<<< -► La PRECISAZIONE: il locale è al chiuso quindi eventuale pioggia, vento, neve, nebbia o grandine nn ci fermeranno!!! -► I Djs: Elio Petti & Francesco Rossi direttamente dai locali della costa molisana ♪ ♫ -► La musica: di tutto e di più!! Dalla disco '70 e '80 passando per i ritmi folli degli anni '90 fino ad arrivare alla commerciale e in fine all'house!!! ♩ ♭ ♪ -► LA SORPRESA N°2: ....????...tanti tanti gadgets luminosi e ho già detto troppo!! ;)) ═════════════════════════════════════════════ ◙ TUTTO QUESTO SOLO E SOLTANTO PER VOI, QUINDI NON POTETE MANCARE PER NESSUN MOTIVO.....IL DIVERTIMENTO E' ASSICURATO!!! ☞ VI ASPETTIAMO VENERDI 17 SETTEMBRE AL SUD EST DISCO PUB!!

Giampiero Cordisco 17 settembre alle ore 9.44
Mi hai rotto i coglioni.

Elio Petti 17 settembre alle ore 12.41
Anche tu. Cancellati dal gruppo se non vuoi messaggi!

Elio Petti 17 settembre alle ore 12.46
Anzi aspetta: dato che ti ho proprio sulla punta del cazzo e non so neanche per quale motivo ti ho tra gli amici ti ci tolgo così io non ti mando messaggi e tu non mi rompi i coglioni.
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lunedì 30 agosto 2010

Matrice

Lo so da come mi sta guardando, o dalla generale disposizione delle cose e dal sentimento di esse, in questa successione di istanti. E so che non posso farci granché: mi appare da subito chiaro (meglio: è stato chiaro da sempre, e continua ad essere evidente in questo tratto infinitesimo della traiettoria spazio-temporale, ed è in questo angolo della piegatura dimensionale che la coscienza della cosa assume forme non prescindibili) che la decisione è irrevocabile, e a un bel nulla servirebbero i miei consigli vuoti che con tutta probabilità infarcirei di una retorica impotente. Il signore che ho di fronte ha preso la sua decisione, e questa decisione è ormai in pieno possesso di lui, nel senso che non si tratta di una presa di posizione razionalmente concepita, quanto di una suggestione concretizzatasi e avanzata in modo subliminale dentro le strutture corticali, negli angoli remoti del subconscio. È stata presa una decisione, proprio adesso, in questo preciso istante, e proprio adesso questa decisione è maturata in modo perfetto e autosufficiente all’interno del cervello i cui più lontani recessi ne hanno incubato i germi. Il signore che è qui con me ha realizzato di aver maturato una decisione. A me ha trasmesso l’evidenza di tutto ciò. La sua decisione sta nell’aria in cui siamo immersi, è il tempo ed è lo spazio ed è inevitabile.

La sua decisione è presto detta: togliersi la vita.

Nel frattempo le mura della stanza (che è spaventosamente vuota) mi appaiono improvvisamente segnate da un’umidità atavica, come se fosse stata riempita d’acqua e poi svuotata. Le pareti sono diventate verdi, sono striate di muschi spessi e viscidi, mi sembra addirittura che gli angoli dove le pareti si toccano sgocciolino ancora. E quindi tutto vira al verde più marcio e deteriore. Lui continua a indurire l’espressione del viso. È l’effetto della decisione, da cui sa ormai di non poter scampare. C’è un che di opaco nei suoi occhi, e la rassegnazione ha preso piede, definendo in qualche modo una ennesima sfumatura di colore. D’altronde so pure che questa casa ha un numero abbastanza elevato di stanze: lui entra ed esce, infatti, da una porta oltre la quale io non vedo molto. Qui dove si svolge il tutto doveva essere uno sgabuzzino. Ah: questa casa non è mia, e non è sua. Deve essere stata abbandonata da qualche mese dai legittimi proprietari, e non so per quale motivo adesso ci siamo noi. Ecco: questa è la casa del Mulino Bianco, in chiave aggiornata, adeguatasi in seguito alla fuga dei proprietari e del loro bagaglio di felicità preconfezionata come un Saccottino.

Tornando alla decisione, io non mi sento impotente: so che non posso in nessun modo cambiare il corso degli eventi che si verificheranno (ho la certezza matematica che la decisione verrà attuata in un tempo né lontano né vicino), so che non dipende da me la ricerca della felicità di questo signore, so di non poter opporre nulla alla realizzazione del fallimento cui questo signore sa di essere giunto. È arrivato a fine corsa: dopo aver provato e riprovato ad attuare il proprio elementare diritto alla felicità, sa di non averne più l’obbligo. Sulla sua faccia grigia leggo la rassegnazione. Ha realizzato la volontà di farla finita con quella che ormai è solo un’impostura a se stesso: questo me lo fa sembrare beato. Ha raggiunto una forma di saggezza, benché mi sembri tutto così tremendo.

Posso soltanto ideare dei diversivi. Da qualche parte scopro una chitarra giocattolo, rossa, modello Bontempi, quelle per i bambini. La chitarra ha solo tre corde, due delle quali di nylon (originali) e una fatta con un elastico di colore blu, spesso, della sezione di un centimetro. Propongo al signore di fronte a me, sempre più condensato nel destino che andrà a realizzarsi, di fare qualcosa insieme. Suonare, buttare giù un progetto sonoro, disegnare architetture audio. Distrarsi, non pensarci. Sbucano, non so come, altri dispositivi che tornano utili a quest’idea: mixer, registratori multitraccia, pedaliere e processori di segnale.

Finisce qui: mi sveglio, le lame di luce che filtrano da dietro le persiane. Sono nel mio letto, da solo. È un altro giorno.

Ho appena sognato David Foster Wallace.
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venerdì 27 agosto 2010

TRAVASO # 1 - Giuseppe Genna: La Vita ai tempi dell'Impero

Ma vaffanculo, dico io. In un modo o in un altro toccherà ricominciare, uscire dall'inerzia ancora estiva, ridefinire degli obiettivi, per quanto inutili. Vuotare il sacco, insomma, per riempirlo di nuovo, per vuotarlo ancora. Eccetera. Ed è chiaro che la cosa non ha senso, no no no.

Allora: quale migliore occasione per dare il via alla categoria dei Travasi, pezzi di letteratura raccolti nel mare della Rete con criteri assolutamente arbitrari. Eh: quale migliore occasione?

Il primo Travaso (con relativi dettagli) proviene da qui.


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LA VITA AI TEMPI DELL'IMPERO di Giuseppe Genna


Se devi arrivare al luogo della terapia, svolta a destra della immensa piazza dove correre è impossibile. Spezzata, diffranta piazza: ha eletto il marciume a sua natura seconda, uno strato di scaglie plastiche e organiche tra ricordi di aiuola. C’è una scuola verso l’angolo con Pellegrino Rossi. Davanti sono schierati i militari che il sindaco richiese, le tute mimetiche, i baschi scuri, l’indolenza di una foga trattenuta. Si tengono lontani oramai gli egiziani, i marocchi, anche i turchi.
La piazza è gremita, interrotta dalle rotaie dei tram lunghi e verdi, acquistati da una controllata Fiat, deragliano spesso, molti feriti a Milano per i tram che sono deragliati da quando sono entrati in funzione. Una strada verticale attraversa e si spegne nella piazza stessa al passaggio pedonale, verso la buca della metropolitana, da cui soffia un vento caldo e carico di polvere chimica. I giornali free press, invecchiati in poche ore, pagine calpestate nella fretta da centinaia di persone, stanno ingricciati tra dente e dente della griglia orizzontale gialla per lo scolo dell’acqua al termine della scalinata di granito della linea tre, la gialla.
Si prende per la pista piatta e sconnessa di Pellegrino Rossi. Passava di qui un tram, quattro binari sulla sinistra della carreggiata puntando verso fuori città. Hanno seppellito con l’asfalto quei binari rugginosi, nemmeno li hanno estratti dalla loro sede, per allargare via Pellegrino Rossi, e dopo un anno emergevano pezzi di rotaia ossidata arancione, a passare in moto si scivola, si muore.
Hanno ricostruito tutto, abbattendo tutto. Il centro polifunzionale policolorato Virgin. Sulla destra sono crollate le case svuotate, malsicure, l’odore di coniglio bollito e carne in umido ormai impregnava le pareti, le scale emanavano un vapore di stantio e minerale. Abbattute da giganteschi rostri, macchine che scagliavano enormi piombi sferici, le facciate come volti tumorati, sfondati da un carcinoma, da un’esplosione ossea: non dall’esterno, ma dall’interno.
Vado verso il neurolaboratorio, ad Affori, l’ultimo quartiere, superata la svolta verso piazzale Dèrgano.
In piazzale Dèrgano ero stato anni prima. Tutto era carbonato e umido lì. Stracci pesanti di acqua, non strizzati, attaccati a fili della biancheria corrosi nella plastica, arrugginiti nel ferro interno, pendevano dai balconi di ferro, la graniglia povera commista alla vernice della muratura, le mollette in legno consunto.
Là avevano sparato a un uomo.
Lo avevo visto riverso, tutto attorno era una realtà rallentata, il colpo – dicevano – era stato secco, rauco, una tosse. La polizia stazionava lì, gli stivali opachi dell’ufficiale alto, il numero fittissimo di randagi affacciati in cerchio per scorgere lo scanalare del sangue, a sorpresa scurissimo e mucoso, sull’asfalto di piazza Dèrgano.

Il luogo della terapia è una piccola casa al centro della corte in un palazzo di ringhiera, non distante dall’ex nosocomio psichiatrico Paolo Pini, dove alla madre di mia madre praticarono cinquantasei sedute di terapia elettroconvulsivante, gli elettrochoc che la condussero al suicidio. L’accademia della sua morte di esausta. La terapia elettroconvulsivante sta per essere reintrodotta a Guardia Seconda, presso il Policlinico: si sappia.
La piccola casa è adibita a terapie sperimentali. Sono terapie che tentano di ridurre l’assunzione di farmaci, l’opposto delle ricerche condotte dalle multinazionali. E tuttavia gli psichiatri e le psichiatre del centro firmano ricette per farmaci di seconda, terza, quarta generazione (i ricaptatori noradrenalinici, li si può prescrivere per un anno al massimo, gli effetti collaterali inducono sospetti, il mal di testa grigio colpisce il 10% dei soggetti). I pazienti non tollerano l’impatto con le terapie di avanguardia. Sono colpiti da delirium tremens, a volte, da orticarie giganti, da febbri costanti.
E si distribuisce metadone pure. Si fa da SERT. Allora c’è la fila dei nuovi tossici.
I nuovi tossici milanesi io non credevo esistessero in questo modo. Sono universitari della Bicocca, della Bocconi, quadri, manager, gente del terziario e però anche bulli da discoteca, gente che sta in officina o in cantiere – questa dittatura del proletariato che annulla ogni differenza di classe e invera il suo opposto, che è comunque dittatura di un proletariato.
Entra nella stanza dove collaboro io una ragazza alta e pallida, fuori fa freddo, lei si è levata ogni abito fino alla maglietta. Controllo: non buchi sulle braccia. Il suo sguardo, intristito o etilico, comunque svuotato o internato, incarcerato in un’interiorità non qualificabile, è ciò che tento di studiare abolendo le differenze tra me e lei, tentando di vibrare insieme a lei, il suo minuscolo inarrivabile sisma psichico: esistenziale.
Io sono qui per collaborare con i terapeuti, sotto la supervisione rigorosa degli addetti responsabili. Un umanista che si trova in mezzo alla città delle alte torri calcaree che crollano, le torri che Sigmund Freud e i suoi figli putativi per un secolo avevano eretto – quella città della speranza già malata.
“E’ perché stanno ai piedi”
“Cosa?” domando, mi scuoto dal torpore dell’empatia e della fantasticheria.
“I buchi. Lei stava cercando i buchi”.
“Dammi del ‘tu’, per favore”. E’ perché mi sento coetaneo, ma non è vero: io sono un quarantenne, la ragazza ha vent’anni appena.
“Stanno nei piedi, perché nessuno così li vede”.
“Lo so”. Lo so: si fanno in casa, da soli, vivono con i genitori e si chiudono nella stanzetta, per chi ha anche soltanto visto i Settanta, per chi giocando a pallone osservava i gruppi in circolo di tossici ai giardini mentre scaldavano con la fiamma dell’accendino sotto la scatoletta del Saridon – è incomprensibile che questi ragazzini si facciano da soli. Lo speedball che si procurano, coca o anfe con ero. Cosa piace?, cosa conduce a un’onda depressiva commista all’eccitante?, cosa li trascina da dietro la Centrale alla camera dove iniettano nel piede? Soli…
“Non sento niente. Non è che ne voglio uscire, ma voglio uscirne”.
Dicono sì e dicono no: contemporaneamente.
L’aumento delle patologie legate al borderline, la semipsicosi al limite della personalità multipla, ha subìto un’accelerazione impressionante in questi anni.
Alle risorse umane delle aziende, quando ancora assumevano, prima della crisi finale, sceglievano spontaneamente e senza accorgersene i candidati più borderline: deboli nell’identità, davano tutto sul lavoro, distruggevano il microclima dell’ufficio, confliggevano, era un disastro.
Che cos’è politico, oggi?
Dove ruota il disgregamento?
Dove si trova il ciclo senza fine dell’invenzione, dell’idea e dell’azione?
La fine di tutto il nostro esplorare…
“Il corpo, non lo sento. Vado con ragazzi e ragazze, non lo sento”.
“Non stiamo facendo psicoterapia” dico. “Non parlarne, se non vuoi”.
“E’ indifferente. Non sento niente, nemmeno questo che sto dicendo. Ci sei tu lì davanti a me, non lo sento”.
La materia è diventata la nostra idea. La teodicea del banale, la difesa delle bave umanistiche.
“Tu non puoi capire. Noi amiche ce lo diciamo. Non sentiamo. Ci lecchiamo. E’ indifferente. Tu sei lì che ascolti, io sono là che guardo. Non si sente niente. Coi ragazzi è uguale. La fine delle serate: è uguale”.
Alzatevi, andate: leccatevi l’un l’altro. Le notti fosforescenti, le notti dell’impero di occidente.
“Non puoi capire. Senso del futuro. Che domanda del cazzo…”
E’ bella, lievemente sciupata, sotto gli zigomi. Sarebbe recuperabile: sì, recuperabile a cosa? Ecco la Dea Normalità, alla cui presenza invisibile la mia generazione è stata abituata nella fascia prenatale. Il feticcio della generazione metropolitana che ci precedette. “Non immagini un futuro? Figli? Lavorare?”
Tace. Lievemente imbronciata, solleva le mie stanche capacità di eccitarmi per qualcosa. Vorrei trasmetterle carne, vorrei inoculare in lei sperma sterile, vorrei scuoterle il gomito e slogarlo contro il muro. Lasciare la bava della mia generazione sulla sua schiena che non potrà comprendere…
“Se mi dicono domani di andare in Australia, ci vado. Non c’è qualcosa di preciso, non so, non penso al domani. Quando mi faccio, forse, non penso, ma magari penso anche al domani”.
La nuova generazione italiana si esprime quotidiamente con un lessico medio di 500 termini. Il resto è: puntini di sospensione, avverbi, treni di parole, gesti extraverbali. Lei agita le mani.
Io tremo la mattina, in ansia, nel sisma, non avverto la terra sotto i miei piedi, la pavimentazione non esiste più, tremo per la crisi. Sono scosso dalla mia povertà futura. Sono precario da quando lavoro, da ventidue anni… Io… Io… E la ragazza che sta pronunciando parole come immersa in un liquore brunito, denso: “… che il senso del futuro è una stronzata. Quali sogni?”
Dove è la cittadella del potere da assediare? Dove noi, se mi guardo attorno nel sisma del futuro, assalito dagli spettri? Noi non ci siamo, siamo inesistiti, introiettammo la borghesia mangiandola.
All’improvviso entra R.: è la psichiatra che fa la volontaria ogni domenica. La ragazza che ho davanti la osserva svuotata. Uomini vuoti, svuotati, che siamo… Sta urlando, R., io non capisco, sta urlando di venire, venire a vedere, la televisione, è gravissimo, io mi alzo, è tutto rallentato e convulso al contempo.
La ragazza è abbandonata. Sembra indifferente all’abbandono, ma non lo è: la radice nera, lo so, è l’abbandono – un abbandono infertole prima ancora che iniziasse.
La sindrome universale, planetaria.
Vado alla sala comune dei terapeuti, il televisore è acceso, Silvio Berlusconi è pallido, è buio, è allungato nel volto cavallino, è il Padre di Tutti, ha la bocca rotta, sanguinante, Nosferatu contrario, ineludibile, su qualunque canale televisivo, chiunque sta avvertendo pietà per Silvio Berlusconi, l’Uomo Colpito: da cosa? Si alza, spalanca la pesante portiera blindata dell’auto, la body guard tenta di coprirlo, ha lo sguardo assente, fuori di sé, spiritato, è il piccolo Dioniso dei misteri brianzoli, è assurto a re ed eccolo colorato di sangue shakesperiano. “Shakespeariano” non significa nulla, oggi. E’ in mezzo alla folla, c’è confusione, è piazza Duomo a Milano, ha i denti rotti, gli incisivi scheggiati e il labbro lacero, spalanca le braccia, mostra a chiunque che è salvo, con un gesto cristico. “Cristico” è un aggettivo privo di senso, oggi.
E’ lui.
Tutto è lui e lui è tutto. Ha occupato tutto: qualunque simbolo, qualunque gesto, ogni accadimento, passato presente e futuro, ogni falsificazione e qualunque certificazione di verità, la regola e la normalità e l’illegalità e il terrore e l’assenza di terrore. Ha portato a termine il progetto rivoluzionario, capovolgendolo.
E’ la Carne del Buon Nonno: ecco la sua fragilità mortale. Empatizzano tutti. In un film su Hitler, La caduta, interpretato dall’attore tedesco Bruno Ganz, indugia il regista col primo piano della mano che trema per il Parkinson, la mano di Adolf Hitler: ecco l’oltraggio, ciò rende empatico chi ha tentato di distruggere l’empatia in toto.
E noi? Io, gli psichiatri, la ragazza dello speedball? Dove siamo? Non siamo nel luogo dove si tenta di ricostruire l’empatia?
Quale atto è l’atto politico? Chi ha ferito Silvio Berlusconi oppure le braccia aperte mentre sanguina di Silvio Berlusconi?
Perché assistiamo? Perché, ancora una volta, gli occhi svuotati davanti allo speedball “schermo”?
Perché la sensazione disperata della domanda: e ora cosa facciamo? Quale punizione ci capiterà?
Verrà accertato che il quarantenne feritore del premier è sotto terapia psicofarmacologica, viene seguito in un centro come quello dove collaboro io. Il quarantenne feritore invierà subito le scuse al premier che ha sfregiato: chiederà: “Scusami”.
O mia generazione, tra le perdute dei secoli tu sei la pallida – la tua violenza ti spaventa e il padre non ti perdona. Strappa il tuo cuore, nelle buche della terra nasconditi.
Fora l’occidente l’impero che transita di qui.
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mercoledì 7 luglio 2010

Racconto in forma di biografia non autorizzata del racconto medesimo

Questo Racconto (d’ora in avanti: QR) è stato scritto su un notebook Acer Travelmate 2700, Intel Pentium 4 CPU 3.00 GHz, 448 MB di RAM, sistema Windows XP Home Edition versione 2002 Service Pack 3, registrato a nome di Giampiero, acquistato nell’aprile 2005 presso un negozio della catena Euronics a Termoli (CB). Il computer si avvale di una unità VGA esterna a marca Sony (monitor da 19 pollici), acquistata di seconda mano in seguito al danno occorso alla retroilluminazione dello schermo originale, il quale schermo originale funge attualmente da bacheca fisica tant’è che ospita una cartolina dall’Olanda del capodanno 2007/2008 (sfondo rosso e scritte bianche e nere in Helvetica Bold), il secondo numero di “Finzioni – progetto di lettura creativa”, e un post-it su cui è scritto, con grafia incerta, “racconto in forma di biografia non autorizzata del racconto medesimo”. Altre componenti esterne sono un controller MIDI/scheda audio Behringer modello BCD2000 e un hard disk backup Maxtor da 1000 GB. Queste periferiche sono comunque irrilevanti ai fini di QR e della sua stesura pratica.

Tutto l’hardware poggia su due scrivanie disposte a L. La scrivania orientata a ovest ospita il cosiddetto corpo centrale, oltre a: due pile di libri, un’agenda del 2007, un tappo in sughero, un accendino Bic bianco, una scatola di filtri Rizla (slim) di cotone, un barattolo contenente una matita e qualche moneta, un sacchetto in plastica di medie dimensioni con chiusura ermetica pieno di gadget (fra cui una cartina stradale della Transilvania, una fotografia che risale al settembre 2006, dei portachiavi, biglietti di concerti, cassette audio), alcuni fogli sciolti A4 disposti in risma, su cui è stampato un racconto che inizia con “La madre di Lucia ci guardava torva dal balcone spoglio, l’abete e le luci natalizie spente la incorniciavano come una gioconda di periferia”, una tazza da caffelatte sporca, una lampada da tavolo Ikea.

La scrivania che dà a sud, oltre al monitor Sony da 19 pollici e al controller Behringer summenzionati, ospita il tappetino azzurro e liso per il mouse ottico, una candela consumata, un CDR dei Twoprong, una ciabatta elettrica con tasto switch on/off.

La parte posteriore del corpo centrale del notebook Acer Travelmate 2700 con cui QR è stato scritto è posta sul libro “La Fortezza” di Róbert Hász (edizioni nottetempo), questo per creare un’intercapedine che possa agevolare il lavoro di raffreddamento operato dalle ventole, che per tutto lo sviluppo esecutivo di QR non hanno mai smesso di brusire (va da sé che quest’ultimo enunciato descrittivo si fonda su una sicurezza empirica aprioristica).

Per le condizioni su elencate, non esuli da un rapporto di pauperismo creativo che l’autore ha instaurato nel tempo con l’utilizzo massiccio dei dispositivi tecnologici, nonché per l’oggettiva bruttezza del cosiddetto corpo centrale (estetica obsoleta, cromatura dello chassis consuntasi in corrispondenza delle parti su cui poggiano i polsi con conseguente doppio colore argento/nero di dubbio gusto, costante ronzare delle ventole di raffreddamento del disco rigido), tutto questo sistema-computer viene amichevolmente e ironicamente chiamato Frankenstein.

L’idea di una resa metatestuale di QR, e di un incipit di tipo descrittivo-bellettristico o virtuosista-massimalista dello stesso, è nata in maniera approssimativa dalla lettura di un risvolto di copertina di un volume della casa editrice Nutrimenti (potrebbe trattarsi, con buona approssimazione, di un romanzo di Perceval Everett [“La cura dell’acqua”?]) presso una libreria remainders di nuova apertura nel quartiere di San Lorenzo, Roma. Come dovrebbe risultare ovvio – nihil sub sole novi – le righe iniziali di QR avrebbero l’intento non dichiarato di spingere la tecnica della “biografia del testo” oltre un certo limite intuitivo, che dovrebbe essere il punto di rottura fra scrittura tecnica e scrittura narrativa. Per il fatto palese che in questo preciso istante (nel “preciso istante” in cui si è scritta la parola “istante” in corsivo prima di questa parentesi) si è in una fase di raccolta ed elaborazione sommaria e aperta del materiale per QR – le idee iniziali, i primi barlumi circa le tecniche di approfondimento narrativo, le ipotesi stilistiche eccetera – e che in quest’altro preciso istante (parentesi come sopra), a seguito di una rilettura ahimé scettica delle righe iniziali fino al primo “preciso istante” in corsivo, QR appare in una forma atomizzata, inservibile, spuria e probabilmente irrealizzabile, oltre che di discutibile riuscita estetica, la fase immaginativa che ne prepara la scrittura estemporanea rischia di essere alimentata con del nuovo materiale mentale frattanto sopraggiunto a eliminare artatamente l’approccio parossistico e tecnico-metatestuale finora portato avanti. Ecco perché si è deciso di negare la libertà autoriale e il libero arbitrio metastorico-narratologico, invalidando qualsiasi intervento successivo di correzione e revisione del materiale finora scritto (è chiaro che si sta parlando di una forma di autocastrazione da parte dell’autore) (“finora”: cioè fino a queste parentesi, comprese).

QR, oltre a ripiegarsi metatestualmente su se stesso nei paragrafi dedicati, narrerà la storia, al momento del tutto sconosciuta, del Personaggio in Questione.

Ma non è vero niente: QR finisce, per debolezza e improduttività compulsiva di chi scrive ovvero dell’Autore, esattamente qui.
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mercoledì 30 giugno 2010

Romanzo infinito / settima sequenza

Orbe di Dentro
La visione del sabba


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Quei s’attuffò, e tornò su convolto;
Ma i demon, che del ponte avean coverchio,
Gridar: Qui non ha luogo il Santo volto:
Qui si nuota altrimenti che nel Serchio;
Però, se tu non vuoi de' nostri graffi,
Non far sovra la pegola soverchio.

(Inferno, Canto XXI – 47-51)
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Sentiamo il tuo fiato sfiorarci. Come l’eco di una preghiera, adorarci.

Di vertigine in abisso ti muovi, solcando le scie stellanti di una caduta all’indietro nel tempo. Di lume in membrana, respiri senz’aria, ondeggiando dai tendini contratti alle suture tra le cellule stanche.

Il volo sotto la pelle del tempo fende torrioni di alveoli e carne sgranata. Trapassa trame di sonno e battiti di morte. Rade orizzonti di vertebre e ventricoli serrati. Trabocca il liquor dalla pia madre dentro il midollo e l’apnea si scioglie nel brivido della discesa. La sistole impazzita increspa linee vermiglie di sangue e la risacca schiude papille umide di sale. Arde allora più forte il ricordo sotto la cenere del sonno e brucia come ghiaccio in mezzo agli occhi. Occhi senza palpebre è la tua giovane pazzia. Aperti per sempre abbagliati dal sole in picchiata dentro la casa di vetro senza porte.

Sei sveglia ancora una volta e le tue labbra tremano parole.


Con gli occhi spalancati scivolo nel letto disfatto al suo fianco, ma senza toccarlo. Continuo a sognare senza dormire. A chiedermi se è giorno o notte. A rovesciare le mani contro il soffitto, così vicino. A traguardare il suo sonno stupido e stupito. Il volto riverso sul cuscino e la bocca spalancata come morto. L’aureola dei capelli scolpita intorno alla testa di un santo dopo il martirio.

Il martirio di quella notte. Il ricordo brucia come ghiaccio sulla fronte. Il tuo martirio senza santificazione. Lui è lontano e non sa e non vede. Tu sei sola, ai piedi di una scala. Stai salendo i gradini. Uno ad uno, nell’oscurità.

Ti senti come se fossi già morta. Una morta caduta su questi gradini. L’angoscia ti mangia lo stomaco ma devi salire ancora. Fino in cima alla scala. Fino alla porta di ferro. Aprirla e trovare la voce per chiedere aiuto.

La salvezza è oltre quella porta. Qualcuno ti aiuterà. Qualcuno sentirà la tua voce. Ma i tuoi piedi sono torpidi e pesanti e tutt’intorno è nero come fuliggine nera e il dolore è rosso animale rabbioso rinchiuso dentro le viscere offese. Grida il tuo nome che non ricordi. Ti chiama alla resa e all’abbandono su questa scala sbrecciata.

Sto salendo un gradino dopo l’altro. Lentamente, meccanicamente, appoggiando entrambe le mani a destra. Sotto i polpastrelli un muro liscio e freddo come la pelle dell’iguana. Come la bolla sottile e tesa della mia coscienza che può rompersi da un momento all’altro e rigettarmi indietro nel gorgo senza volto che mi insegue e che sento ringhiare dietro di me.

Lara, piccola Lara, crisalide impastata di nervi e paura, fermati. Ascolta. Dietro di te non c’è nessuno. Solo la tua ombra che galleggia a corpo morto in mare aperto. Sei pronta ad affondare pregando?

Lontano sopra di me qualcosa gocciola. Forse dietro la porta c’è un acquaio con i piatti dentro e un rubinetto con il becco di ceramica allentato. Le gocce cadono nell’acqua cadenzate. Una ad una, una goccia dopo l’altra. Un gradino dopo l’altro, una goccia dopo l’altra. E poi un gradino e un altro ancora. Un’altra goccia e un’altra ancora. Una goccia sempre la stessa che torna a cadere quando invece dovrebbe essere già acqua morta nell’acqua dell’acquaio.

Quella goccia maledetta che non arriva a bagnare la tua pelle alida. Si gonfia lenta e lucida spingendosi fuori dal foro di gomma e poi cade esplodendo nella tua testa. Scocca nel fondo del mondo, freccia infissa nell’aria con la sua sottile ansa di acqua. Si infrange in mille gocce di luce contro la scintilla del buio. Sempre più in fondo, dentro l’alveo che ti ha generato, là dove gli elementi si fondono nella polvere, senza possibilità di bere una sola goccia.

Ti prego, una goccia sola per nutrire il mio arido cuore arso che ha sete di quella goccia che non cadrà mai dentro di me.

Eppure il cuore di sabbia è ancora nel tuo petto. Falsamente al suo posto. Lo senti battere cupo da molto lontano. La schiena è bagnata e devi avere la febbre. Ora la tua ombra è un gorgo di braccia e bocche che vuole afferrarti e spremere dalle tue membra il succo di quella goccia che non cadrà mai dentro di te. Affrettati a salire, Lara.

Forse adesso salgo ancora un gradino e le mie dita trovano un interruttore sul muro. Una luce che si accende e scioglie le ombre della fuga. E illumina il volto sorridente di mio padre che mi tiene stretta al petto sul divano di vimini nella terrazza della casa sulla spiaggia, quando avevo sei anni e avevo deciso di non crescere più.

Lara, scricciolo senza piume che sorride strizzando gli occhi azzurri in faccia al sole, perché non sei con tuo padre adesso? Solo lui può salvarti da te stessa. Lo sapevi già prima di andartene. Non hai voluto credergli.

Ma l’interruttore non c’è e i gradini non finiscono mai. Allora la luce può essere dall’altra parte della scala. Perché non ci ho pensato prima? Allungo il braccio e faccio un passo verso sinistra. Mi sposto ancora a tentoni di due passi. La mia mano sfiora l’altro muro e di colpo la goccia smette di cadere lontano e l’oscurità si fa di velluto. Allora mi saetta di nuovo in mente l’immagine sfocata di una piccola porta di ferro, bassa in cima alla scala, con la maniglia segnata dalla ruggine.

Devo andare avanti ad ogni costo. In alto verso, quella porta. Il respiro mi graffia i polmoni ad ogni passo, ma devo salire ancora. Mi trascino verso l’alto non so come e salgo altri due gradini, fino a quando nel buio qualcosa di viscido mi cade sulla faccia. Una lanugine fredda mi si attacca alle labbra e al naso. La respiro dentro le narici e sento la pelle delle braccia accapponarsi e grido di sorpresa e ribrezzo. Ma non odo la mia voce. Allora urlo di nuovo, espellendo tutta l’aria dai polmoni, ma sento solo la gola strozzarsi in un fiotto d’aria.

Le labbra brulle battono a vuoto. Non riesco ad articolare alcun suono. Non posso gridare. La mia laringe spreme solo gorgoglii indistinti. Come fiocchi di vetro. Ho perso la voce e sono quasi nuda. Inchiodata alla parete, realizzo di avere addosso solo la camicia. Sfioro le mie gambe nude e sento sulle dita una colla tiepida. Sangue. Sto perdendo sangue. Allora mi sento morire e posso solo morire ora, su questa scala d’inferno. Chiudo gli occhi e abbraccio il buio quasi con sollievo. E finalmente piango. In silenzio, senza il conforto del lamento.

Vieni, corri da me piccola Lara. Vieni tra le mie braccia a piangere le mille pene che senti salire dentro e non avrai più paura. Un giorno anche tu ti perdonerai, come io ti ho già perdonato. E non fuggirai più in quell’altro mondo. Perché io non ti lascerò più andare via.

La tenebra intorno a me è tanto fitta che quando riapro gli occhi vedo solo pece e per un momento mi sembra di essere anche cieca e lo stomaco mi abbaia un morso di orrore. Poi, sollevando una mano sul viso, mi balena davanti agli occhi una forma guizzante e incerta, come una macchia grigia nella notte. Passo ancora velocemente la mano davanti agli occhi e la forma si staglia ancora una volta nel buio. Solo allora sfioro con le dita le palpebre, per toccare la verità delle pupille.

Grazie al tuo Dio non puoi parlare. Non puoi chiedere aiuto. Ma almeno puoi vedere. Ti ha fatto grazia della vista, il tuo Dio assente. Non contare più su di Lui e continua a salire.

Una voce dentro mi dice che devo muovermi subito, adesso. Devo riprendere la salita di questa scala senza fine, prima che l’orrore senza nome guadagni un volto alle mie spalle. Ma non posso muovere un solo passo, perché proprio adesso mi sta succedendo ancora. Quella sensazione di freddo urticante al centro della fronte, come un occhio di ghiaccio. Poi qualcosa che si strappa piano in fondo alla testa. Sembra il rumore di una porta che si apre dietro gli occhi. E vedo. Vedo scorrere le immagini come su uno schermo acceso.
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martedì 22 giugno 2010

Quello che (non) dico: specie di lettera d’amore per ragazza già fidanzata

Ma io invece dico che sarebbe molto meglio se prendessimo e ce ne andassimo a scopare, mentre il tuo ragazzo sul palco continua a fare pessime figure suonando un basso da quattro soldi che tra l'altro ha un suono a dir poco imbarazzante, invece di starcene qui a proseguire questa messa in scena della chiacchiera di avvicinamento, con te che parli sempre e troppo e io che non parlo mai se non per monosillabi gutturali tipo ah e oh e mmm e per dirla tutta nemmeno ti ascolto, cioè nemmeno presto attenzione a quello che dici, tipo il tuo prossimo viaggio a New York e la tua coinquilina cattolica che va in chiesa la domenica mattina e il gattino pulcioso che sei andata a prendere dall’altra parte della città riportandolo a casa in motorino dentro la borsetta, e come vedi, a dispetto del mio disinteresse, sono fin troppo attento a quello che dici, se pensi che a quello che dici sto dedicando un due-tre per cento di tutta la mia capacità di attenzione, perché la restante parte delle mie facoltà cognitive è sparata nello spazio a immaginare certe scene che sarebbe meglio si realizzassero all’istante, e la Scena Madre di tutte queste scene vede noi due che ci alziamo da questa panca lercia e tagliamo in due il piazzale polveroso pieno di merde di cani e bicchieri di plastica che potrebbero risalire al paleozoico e ci inerpichiamo su per la salita che porta alle casupole dei punkabbestia, lassù oltre il muro di cinta, non senza aver fatto ciao ciao al tuo ragazzo che si crede fichissimo, su quel palco, si crede troppo fico lui e il suo gruppo di – cosa? – post-punk, ecco, un cosiddetto gruppo post-punk che fa parte della cosiddetta scena post-punk, e adesso che il post-punk e relativa scena sono morti da venticinque anni capirai l’entità dell’abbaglio di cui il tuo povero ragazzo è vittima nel continuare a suonare quelle quattro corde arrugginite col plettro del bassista degli Splatterpink – pace all’anima loro – e quello che ne viene fuori è un suono così povero che mi fa solo pena, solo pena e nient’altro, ma in fin dei conti non mi importa nulla, davvero, perché quello che dico mentre tu accendi una sigaretta dopo l’altra, quello che dico io mentre guardo di sguincio la forma tenerissima delle tue tette di marshmallows – perché non appena ti guardo negli occhi e/o ti fisso le labbra piene di orsetti Haribo ecco che tu giri lo sguardo da un’altra parte, e allora praticamente mi costringi a guardarti nello scollo del vestitino – è che dovremmo prendere e alzarci e attraversare la piazzola sporca da millenni e arrivare all’inizio della stradina ricoperta dalle erbacce, e muovere un passo dopo l’altro sulle scale sgretolate e anch’esse invase da questa giungla rasoterra, lassù per la collinetta, dove tu e le tue scarpette da signorina chic – che guarda alla Grande Mela non disdegnando affatto il Sol Levante, da questo punto privilegiato della strada consolare Prenestina – tu e le tue scarpette troverete non poche difficoltà nel mantenere l’equilibrio, e allora mi tenderai il braccio che io afferrerò con piacere cardiaco, e poi ti cingerò la vita, e nel frattempo la frequenza del tremito della mia carne in mezzo alle tasche dei pantaloni aumenterà, aumenterà quando sentirò nel palmo della mano sinistra la carne morbida del tuo fianco, tutto questo mentre il tuo ragazzo migliora la performance perché suona più incazzato e dunque più autenticamente punk, pieno di rancore per come stanno andando le cose nel momento in cui ci ha visto alzarci e dirigerci verso l’inizio della scalinata sepolta fra gli sterpi, e probabilmente l’ultima cosa che ha visto è il tuo vestitino modello tovaglia da pic-nic a quadri rossi e bianchi che fa una specie di onda proprio quando tu rischi di cadere, e riesci ad aggrapparti subito a me, dopodiché per lui, per il tuo ragazzo, siamo solo l’immagine di due persone di spalle che entrano nel buio più fitto oltre l’ultimo lampione a metà delle scale sbrecciate, anche se per noi il buio non è così fitto, perché c’è questa luce diffusa e stranissima che getta un velo bluastro su ogni cosa, una luce che non si sa da dove viene e che per questo deve necessariamente provenire dall’ultima stella viva dell’universo lontano e profondissimo e cavo, ma intanto noi abbiamo terminato la risalita della collinetta e adesso siamo lassù, lungo il sentiero che costeggia i rifugi dei tipi di questo posto, sul muro di cinta, e camminiamo ormai avvinghiati e i nostri passi croccanti sopra i rametti e la ghiaia e i pezzetti di vegetazione morta hanno un volume di gran lunga più imponente dell’impianto del palco, che adesso è lontano anni luce e fa solo un rumore indistinto e nebuloso e il tuo ragazzo sta terminando quella farsa ridicola dell’assolo in piena distorsione a metà di My Last Fuckin’ Me – che titolo del cazzo, cioè – e quindi, davvero, tesoro, io dico che dovremmo alzarci da questa panca rovinata e levarci dalle scatole e andarcene lassù a scopare in mezzo ai rovi, col tuo vestitino modello tovaglia da pic-nic a quadretti bianchi e rossi appeso a un ramo qualsiasi, nella notte blu notte che sa di erba tagliata e azoto e polvere e Goleador alla frutta.
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