venerdì 12 marzo 2010

Romanzo infinito / seconda sequenza


Orbe di Mezzo

Preghiera per la fine

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Signore,
da’ a ciascuno la sua morte,
dalla tutta inverata dalla vita;
ma dacci vita prima della morte
in questa morte che chiamiamo vita
Patrizia Valduga
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I Velati non sono umani, io lo so.

Li ho sentiti cantare lontano, litania di cembali oltre le rovine di Gerico, mentre un cielo d’alabastro si abbassava veloce sulle teste dei danzatori di corda. Le undici grotte di Qumran vibravano come carne percossa dal vento e io udivo le voci velate chiamarmi sulle rive del Mare del Sale ancora una volta. Ero in pace con l’Intento, allora. Ma quello era un altro eone e il sacro disegno dello Yantra era ancora impresso sulla sabbia.

Non ho mai voluto credere che i Velati erano Tuoi messaggeri, fino a quando, ormai consumato dalla mia immortalità, non ne ho incontrato uno.

Notte senza occhi cade lenta sulle cose. Una bora sottile lucida le pietre del grande mausoleo di Reqem. Il vento è rasoio sulla pelle e spira le antiche parole del roveto in fiamme. Tutta la luce sgorga da un grumo di ghiaccio nella gola del Siq. Una medusa di vetro, trasparente di sangue bianco, trema appena, risuonando di Te. Mi fermo ad ascoltare la lingua liquida dei Nephilim. Abbracciato alla roccia, per non farmi portare via, piango tutte le lacrime di Ish Kariot.

Perché, mio Eloha? Perché hai voluto che risalissi il fiume degli uomini fino alla sorgente del dolore? Perché hai voluto che mi nutrissi così a lungo del loro nirthyana? Per gli Abitatori di Fuori il latte divino della paura è così dolce ma quanto amaro è il sangue versato dagli umani nel Tuo scannatoio.

Ti prego, mio Eloha, richiama i Velati e sazia la fame di tenebre dell’Intento. Ti prego, concedi agli umani il dono della morte senza ritorno in vita. Per una volta sola, ascolta le preghiere del tuo servo Azrai’l. Sigilla le sette porte di Atharva e nessun uomo rinascerà più dannato. Il genere umano si estinguerà contro la volontà dell’Intento ma il cosmo rifluirà finalmente in se stesso per il secondo ciclo di Yantra. E alla fine del tempo io sarò libero. Si spegneranno le grida dei figli dell’uomo, nascituri alla morte senza fine, e non mi imprigioneranno più nella terra di Vanth. Sarò libero di lasciare il Limbo Velato e la sua velenosa caligine eterna.

Ti prego mio Eloha, sacrifica una sola volta i disegni dell’Intento. Salvami dalla non vita. Tu che sei il solo Dio delle genti, salva i tuoi servi dall’incarnazione.
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giovedì 11 marzo 2010

Firulero

Fischi solitari s'aggirano per la campagna, come lame in codice per bestie fedeli minacciosi brillano, fradici di saliva irrompono tra i cardi per vestirsi ad urto e schiantare nei fossi.
Li cercai, di questo periodo.
Scivolai per le ripe fino a scorgere la loro ecatombe: un'orchestra di respiri esalati a richiamo sepolta viva dalle trame oscure di roveti e malepiante, una fossa comune di adagi melodiosi come muggiti in un mattatoio.
Ne colsi l'eco musicare l'aria e mi sentii uscire dalle labbra di Dio.

Passò una ragazza.
Passò un camioncino.
Il fischio meccanico del clacson agitò la ragazza: chissà quanto intimamente, chissà se per rabbia o per piacere.
Gli omacci sui camioncini fischiano sempre alla ragazza, o suonano il clacson perchè hanno la sigaretta in bocca. Se hanno la sigaretta in bocca, gli omacci sui camioncini suonano il clacson con le dita gialle, mentre col catarro fischiettano un requiem ai loro polmoni intrisi dallo stesso catrame che la ragazza calpesta vendicativamente coi sandaletti.
(Per sedare la rabbia o il piacere, la ragazza vorrebbe fischiettare: ma il rossetto che ha sulle sue labbra è davvero troppo.)

Fischi solitari s'aggirano per la campagna, come tritolo in cinta ai kamikaze spostano l'aria dando il rosso all'azzurro dei depliant patinati.
Lo cercai, questo rosso.
Giunsi ad un rudere bruciato e ne trovai le tracce, rosse come il mio gruppo sanguineo, quello raro, quello di un maiale, che si mangia, si mangia e si chiama il cagnetto con un fischio per dargli gli avanzi.
Continuai a camminare e, vedendo le mosche rincorrermi, pensai agli scherzi tra scolari. "Fischiafischia" mi suggerivano, mentre schiacciavano il mio povero capezzolo tra i polpastrelli. Ridevano tutti tranne me. Vidi tutto rosso e impazzii.

Ora va meglio, sto dai preti e fischio tutto il giorno dalla torre medioevale.
Da quassù vedo tutta la valle e sento il clacson delle corriere suonare in curva. Poriporipò.
Sento il pastore bestemmiare in macedone. Poriporipò.
Sento anche il fischiettare della ragazza, qualche volta, se non ha il rossetto.
Poi ricomincia a piovere, il rosso scolora
e mi sento piccolo e ovunque, mai grande e in nessun posto.
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lunedì 8 marzo 2010

Appunti per il soggetto di qualcosa, impossibile dire cosa / 1

di Stefano K.

Diffida delle parole. Del messaggio, del parlare, dello scrivere. Della comunicazione, dell'informazione, della disinformazione. Capisce ormai solo il piangere, il ridere e il loro rumore. Il resto gli provoca cinismo e nausea. Diffida delle immagini, del vedere, della percezione. Non crede a ciò che gli cade addosso o a quello che cerca. Diffida definitivamente delle persone e dell'umano. Perciò non ha rispetto degli altri né di se stesso, per rigor di logica. Detesta le mode, i cambiamenti, le ritrovate certezze e i propositi. Non accetta neanche il dato da sempre, le continuità: non ha mai creduto nell'eterno. Lo ha fatto e si è sentito in seguito molto stupido. Per istinto presume che la felicità sia un impulso animale e non pone in questo un valore di giudizio: dal giudizio ha preso commiato da tempo. Non crede si possa sfuggire mai completamente dall'istinto, dal pensare e dal dubbio. Lo conforta credere che queste astrazioni portino all'azione e al dinamismo, ma diffida al contempo dell'eccesso di una nei confronti delle altre. È convinto che “attesa” sia una parola fondamentale del proprio carattere, ma non sa se questo sia vero in quanto è lui a essere così o se anche questo sia lo stato epocale che lo circonda. Attesa è anche per lui riportare il presente già al passato e dal passato allontanarsi. Sostanzialmente, vive morto. Ama la casualità, l'epifanico, il criptico, l'eccezione. Ci gioca come un bambino. Perciò ama contraddirsi.
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venerdì 5 marzo 2010

Soli d'Agosto, discesa e declino di un verme di gruppo

di Conorotto

PRIMO
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Soli d'Agosto è un trio di idioti trentini dediti alla sporcizia sonora almeno quanto all'insulto reciproco. Nati come Soli in formazione dualisticamente fallimentare, s'apprestano ad incrementare il numero dei componenti (nonchè l'inconsistente potenzialità del loro talento) in un pomeriggio d'agosto del 2007. I Soli d'Agosto sono amici, ma si sopportano malvolentieri. Anche per questo tendono a vivere in città distanti tra loro, mantenendo un regime di attività sporadico e il più possibile avvinazzato e balordo. Nel febbraio 2008, però, decidono di incidere le loro prodezze, scegliendo lo studio di registrazione di un amico piuttosto incompetente; costui perderà il master delle tracce registrate in circostanze oscure, rendendo vano il lavoro prodotto, ma donando ai Nostri un'aura di sfiga mitologica e di mistero buffo senza eguali. Le esibizioni dal vivo si riducono ad alcuni concerti casalinghi e a session sbilenche in sale prove altrui. A febbraio 2009 si ritroveranno con cipiglio recidivo nello stesso studio di registrazione capitolino per ritentare la scalata alle classifiche mondiali con ciò che anche i più scettici già definiscono "disco dell'ano".

SECONDO
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Le nuove sedute di registrazione rivelano fin da subito le lacune teorico-pratiche che attanagliano i Nostri al ruolo di meri osservatori del di loro declino performativo, tanto da far eliminare dal progettato triplo album in vinile numerose tracce mal interpretate dai di loro arti, riducendo il tutto a una demo con 4 inni a un noto antidolorifico solubile, e a un packaging di una bruttezza disarmante. Poveri ma non belli, i Soli d'Agosto cominciano così ad assillare con e-mail minatorie conoscenti e colleghi, al fine di trovare qualcuno che li lasci esprimere sul palco la di loro idea di esibizione: quarantacinque minuti di martellanti fuoritempo, insulsi arzigogolii, canti fuori sincro e umilianti movenze da rockstar in andropausa, il tutto spruzzato di malcelata dipendenza da beveroni vodka/orange made in Eurospin. Grazie a un nugolo di squinternati pisani, il primo maggio 2009 inizia una zoppicante stagione di concerti, segnata da un debutto al fulmicotone allo "Sperimentalindie Festival" di Col t'ano, a fianco di Brown vs Brown, Nurse, Luther Blissett e altri, debutto che resterà nella storia dei debutti come il "debutto de sotto".

TERZO
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Un bel dì avviene quel che ogni band emergente desidera: un molisano dai capelli rossi li avvicina in modo ambiguo. Il terroneo Malcolmo McLaren espone Loro un progetto di proselitismo culturale delle zone più regresse e grette del Belpaese, con concerti in posti vuoti, umidi e costruiti senza criteri antisismici. All'udire quest'ultima parola i Soli fanno un balzo; poi un altro. Se la fanno ripetere: "antisismici". Si consultano gridando e gagliardi rispondono: "In missione contro i servizi segreti deviati? Affare fatto, ma i deviati siamo noi". Tutti in sella al Berlinguer, si parte per il PROVINCIA INGRATA TOUR. Tappa a S. Severo di Puglia (località nota per i furti d'auto), Montenero di Bisaccia (paese di Tonino di Pietro) e Montefalcone nel Sannio (43° a est di vostra madre): bagni di follia, kapraoke, interviste gargarismiche, circhi di zenzero, madonne post-atomiche, birilli che imprecano, falene suicide, biculi, patanie fritte, ginlemon on the beach, carabinieri dirimpettay e tanto, tanto proselitismo. Il pubblico comincia infatti a masticare il groove cagionevole che la band propone; mastica, deglutisce, rigurgita e torna a casa piena di sè, consolata dal sapere dell'esistenza di tre persone tanto imbecilli quanto incapaci. Durante un'esibizione appare addirittura uno striscione che recita "tornatevene tra le mele, vermi". Ma i Nostri non si scoraggiano e, finito di incitare il meridione d'italia alla sassaiola verso il palco, si preparano a far incetta di commenti sprezzanti per tutta la penisola, con una serie di concerti che Loro stessi, intimamente, sperano di non dovere fare mai.

EPILOGO
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Passa qualche mese e il chitarrista Tosorela si ammala di "guitar-error", sindrome che porta le vittime al rigetto verso le sei corde e, molto spesso, a una meritatissima dispepsia biliare. I Soli tramontano, scivolano aldilà delle dune a violentare altre madri (cit.). D'Agosto, rimasto solo senza Soli e con lo scettro del leader maximo impiantato nel culo, si dedicherà all'onanismo agreste vita natural mollante. Che l'aids lo assista.
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lunedì 1 marzo 2010

Romanzo infinito / prima sequenza

di Kharim Chaloub
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Non venire mai alla luce può essere il più grande dei doni
Sofocle
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Non c’è niente di meglio per prepararsi a morire che scrivere un libro. Se poi fosse il libro mai scritto, la morte sarebbe perfino dolce. E la voragine meno profonda.

Il libro dei libri dovrebbe contenere il mondo ma anche superarlo. Ucciderlo nel corpo per resuscitarlo nel sogno. Di tutte le infinite strade dell’uomo, dovrebbe tracciarne una sola senza fine. Di tutte le visioni finite dell’universo, vedere finalmente solo la fine. E se solo un disincarnato può questo sguardo, allora un uomo dovrebbe scrivere come se fosse morto. Anche se un uomo non saprà mai di essere morto.

Sono qui e ora. Da solo, in questa stanza vuota e in penombra. Sto per morire perché l’aorta mi è scoppiata nel petto. Posso quasi sentire il sangue riempire le cavità interne. Come un velluto bagnato e caldo coprire la gola. Sto per fare l’esperienza della morte. Aspetto che arrivi. I secondi passano e non succede nulla. Sono ancora qui e ora. Poi, un secondo dopo, non sono più. È arrivata la fine, senza che la percepissi. Sono morto senza conoscere la morte. Un momento prima la stavo aspettando, il momento dopo era già passata. Come ha intuito il diafano carnefice di Littell, non si può provare la morte perché la morte non esiste.

Un solo libro per la vita. Tutta la vita per un libro. Come la vita, unico e irripetibile. Come la morte, definitivo e ineffabile.

È questo il libro che sto scrivendo, prima che gli occhi alati di Vanth mi trovino. Il libro della fine.

Orbe di Dentro

La trama del sogno

Mia figlia ha aperto la porta e adesso mi fissa con gli occhi dilatati dal terrore. Dall’anticamera dietro di lei entra un morto grasso e scarmigliato. Uno straccio lurido infilato sulle spalle gli scopre il ventre pallido e gonfio. Una ferita ricucita a maglie larghe e profonde lo attraversa dalla spalla sinistra fino al pube mangiato dai topi. L’occhio destro ridotto ad una fessura marcia nella faccia annerita.

“Sono tornato per macellarvi tutti”, dice con voce triste, senza muovere le labbra, mentre avanza deciso verso di me.

Faccio un passo a ritroso, un altro ancora e cado supino sul letto. Sento le palpebre sbattere indietro con uno scatto sordo e sono finalmente sveglio. Fuori è ancora buio e penso che prima o poi incontrerò quel morto, forse saremo vicini di tavolo all’obitorio. Le teste girate l’una di fronte all’altra, ci guarderemo senza riconoscerci.

Le mani dolorosamente rannicchiate dietro la nuca, mi rigiro nel letto senza requie. Finisco pancia a terra a nuotare in un mare di alghe grigie e umide che mi riempie la bocca. Il ginocchio sinistro infisso nell’incavo del ginocchio destro a spremere il sangue dall’arteria. Come vorrei dormire il sonno di venti o trenta anni fa, quando l’aria era alta e leggera e la notte non era una maledetta unghia incarnita che graffia tra le scapole e penetra nell’inguine.

Il mattino prima avevo sognato di essere a Gozo. Nella sera di vento salmastro c’era una lunga strada in salita gonfia di pietre scivolose che portava a una cappella e a un grande crocifisso di legno. Una vecchia vestita di nero stava china sull’uscio di casa a snocciolare tra le dita secche un lungo rosario fatto di piccoli denti bianchi e quadrati tutti uguali. Salivo a fatica la rampa di pietra, ventre a terra, scivolando indietro ad ogni passo e tenendomi con le mani alle pietre muschiose. A un tratto la vecchia mi ha guardato e ha aperto la bocca per dire qualcosa. In quel momento, il selciato ha avuto un sussulto verso l’alto. Ho perso la presa e sono caduto all’indietro urlando, trascinato verso il basso da una vertigine irresistibile, sempre più velocemente in un vortice roteante per una eternità.

Mi sono svegliato, la gola esplosa, ancora con le mani rattrappite dietro la nuca, nel gesto di resa di chi sta per essere fucilato. Niente male come messaggio simbolico. L’inevitabile caduta nel Tartaro della perdizione dopo avere appena intravisto la luce della salvezza. Da quando ho superato i quaranta, si sono incanutiti anche i sogni. L’orrore rassegnato e malinconico del primo Ingmar Bergman.

Bergman e la teoria della paura epocale. L’orrore adolescenziale del Freddy Krueger di Nightmare e il brivido puberale di Scream, intrisi delle facili pulsioni sessuali della carne fresca da macellare, contro l’incubo senile de Il posto delle fragole. La bara che scivola lentamente dal carro funebre nella via deserta, il coperchio che si apre inevitabilmente a mostrare la mano viva di un cadavere invisibile.

Tutti i vecchi prima o poi si sentono così, atrocemente vivi in un corpo morto.
Quanto tempo impiegherà ancora l’incudine per toccare il fondo del pozzo?

Sono nello studio ora, seduto davanti allo schermo bianco. Il ronzio della ventola mi richiama al sonno. Ma non posso dormire, devo scrivere, anzi riscrivere I privilegi di Stendhal. Devo farlo adesso, subito, prima di incontrare nuovamente l’amico dalla lunga cicatrice.

Il buon Marie-Henri Beyle, seduto innanzi a un foglio bianco la mattina del 10 aprile 1840, doveva preoccuparsi delle sue emicranie e dell’innamoramento nascente per la misteriosa Earline. Malediceva per l’ennesima volta la sua faccia rincagnata da nain e desiderava avere una mentula comme le doigt indicateur, pour la dureté et pour la mouvement. Il realismo romantico del grande autore de La certosa e de Il rosso e il nero si risolveva nel desiderio di conservare in perfetta salute il suo stelo di giada, senza problemi di soldi fino alla morte per un colpo apoplettico nel proprio letto.

Io invece, questa mattina senz’alba del 1 gennaio 2001, devo preoccuparmi del mio occhio sinistro che ha ripreso a sanguinare e di questa benedetta turca che non si decide a farsi viva. Devo preoccuparmi che ormai da mesi non riesco a scrivere più di due pagine di seguito e che presto la cura esaurirà il suo effetto.

Sono qui, lucido come un martire alle quattro di mattina, ad invocare Stendhal. E sono un senzadio pronto a vendere al diavolo la mia anima e anche quella di mia figlia per conservare in perfetta salute il mio stelo di giada, senza problemi di soldi fino alla morte per un colpo apoplettico nel mio letto.

Ma quest’anno la Terra si troverà 623 giorni dietro la cometa Tempel e il 17 novembre, per la prima volta dopo 33 anni, lo sciame meteorico delle Liridi raggiungerà il climax astronomico.

Sulla terra si abbatterà una tempesta fotonica di proporzioni inaudite e i Nephilim saranno risucchiati dal gorgo di luce nell’Orbe di Dentro.
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mercoledì 10 febbraio 2010

Romanzo infinito / Qana, 31 luglio 2006

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Questo scritto ha due prologhi, entrambi successivi alla storia.
Il primo è questo.
Il secondo ha poca importanza.
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Allah, dammi il coraggio di guardare in faccia l’orrore.

Ancora dormivo quando questa mattina Nayef mi ha chiamato dalla Mezzaluna Rossa di Tiro. La sua voce era strana, sembrava parlare con difficoltà. Nelle cantine dell’edificio crollato c’erano molti profughi dai villaggi vicini. Famiglie in cammino per Beirut. Qualcuno aveva detto loro che il posto era sicuro per la notte.

C’è un’aria di desolazione sotto il sole ruggente di Qana. Nelle strade la gente è poca e ci guarda con la febbre negli occhi. Non ci sono madri intorno a noi, solo i primi morti sulle carriole. Qualche bambino con la faccia bianca e le narici piene di sangue. Su una stuoia in cortile, il corpo impolverato e scomposto di una donna coperta a metà da un lenzuolo a fiori azzurri. La palazzina è proprio sotto il minareto della moschea. I tre piani si sono sbriciolati sotto il peso del tetto di cemento armato. Un missile teleguidato, dicono. Di fabbricazione americana, a giudicare dai frammenti. Forse un MK–84. Novecento libbre di esplosivo intelligente.

Nayef mi viene incontro con un fagotto bianco tra le braccia. Ha gli occhi arrossati e l’aria di chi sta salendo sul patibolo. Mi dice che forse non c’è più nessuno vivo sotto le macerie. Mi dice di mettere la mascherina e di segnare lo scavo. Come un archeologo arrivato troppo presto nella necropoli.

Dopo pochi minuti la camicia mi si attacca alla schiena e preferisco continuare a scavare a torso nudo. Poi, subito sotto il frontone del tetto, in cima ad un mucchio di terra e cavi divelti, quello che sembra il tubo bianco di una stufa. Ci sono proprio sopra e una mano fredda mi strizza lo stomaco. Non è un tubo, è un braccio sporco di gesso.

Di colpo, dall’altra parte delle macerie, una voce maschile getta un urlo come un macigno che cade. Sobbalzo e per poco non cado all’indietro nella scarpata di pietre e detriti. Poi il grido si appuntisce in un sibilo acuto senza fine che non può essere sentito senza impazzire. E si perde altissimo in questo mare cobalto scuro che Qana ha per cielo. Alla fine muore in un lamento strozzato, un gorgoglio in gola.

Le mie mani scavano con furia ma incontrano solo altra terra e altre pietre fino a quando non la vedo in faccia, sotto le mie ginocchia affondate nel tumulo. Una bambina distesa sul fianco, nel fondo, con un braccio spezzato e l’altro sul viso gonfio di polvere. Tre anni, forse quattro. La bocca è piena dei calcinacci che l’hanno soffocata. Il pigiama sporco di terra strappato sulla piccola spalla vuota. Mi guarda fisso con un occhio spalancato del verde più smeraldo che c’è al mondo. L’altro è perduto. L’orbita è tumefatta e piena di sangue raggrumato. Mentre la sollevo piano sotto le ascelle, penso a sua madre e suo padre. E desidero che siano morti anche loro. Lo desidero con tutto me stesso, dal profondo delle viscere. Che la morte li salvi da questa vista. La sollevo in alto sopra le mie ginocchia e per un momento siamo entrambi senza peso e senza vita. Quando l’attiro verso di me, il suo piccolo corpo di pezza mi abbraccia come ha fatto con la madre la sera prima di morire.

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venerdì 5 febbraio 2010

La morte di Bunny Munro (Nick Cave, Feltrinelli, 2009 / traduzione di Silvia Rota Sperti)

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Prima della lettura: lo scritto che segue è scaricabile e stampabile da questo pdf. Nessuno avrà da ridire se per salvare le vostre diottrie rischierete di contribuire alla deforestazione del globo. Tuttavia, usare carta di riciclo è un gesto di intelligenza e di civiltà.
Buona lettura.

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di Giampiero Cordisco

Dio solo sa quanto adoro quest’uomo. Al di là dei baffi, di Grinderman e di Nocturama (probably il più brutto bel disco nella storia del rock – probably). Ma non è con amore devozionale che mi sono avvicinato alla sua seconda fatica letteraria, né con timor di dio e/o attesa trepidante: non ho fatto la fila per comprare il libro nel giorno della sua uscita, non l’ho comprato poi. Ho avuto l’occasione buona per leggerlo soltanto una settimana fa, e non appena me lo sono ritrovato sulla scrivania (cioè sulla scheda audio che poggia sul mixer che poggia sulla scrivania) mi accorgevo di guardarlo, e poi di aprirlo e girarne le pagine, con una mistura intestinale di trepidazione e boria artificiosa e difensiva. Questo perché da qualche parte nei viadotti dissestati della mia psiche si nasconde la paura tremenda che quest’uomo possa ferirmi: con una delusione, con un sottoprodotto, con un passo falso.

(È chiaro che Grinderman, i baffi, il blues della non-fica, il riemergere di un’immagine di Cave circense del rock e cocchiere della biga artefatta del music-business – laddove invece dominavano prima le tinte scure e primordiali del Delta e poi il richiamo a una poetica saudosista e poi ancora la rivelazione di una spiritualità intima e personalissima, laddove, per farla breve, potevamo vedere dei richiami oltre la musica, oltre il rock’n’roll – è chiaro che dopo un po’ questo cambiare pelle e sapersi reinventare nell’immaginario collettivo facendo ogni volta l’esatto contrario di ciò che ti saresti legittimamente aspettato da uno che ha fatto The Boatman’s Call (storia vecchia, lo so) rompe un po’ il cazzo. Ed è chiaro che la parentesi Grinderman mi ha regalato un trauma midollare che non posso che bilanciare schiumando circospezione. Ma la mia stroncatura di Grinderman l’ho già fatta a tempo debito su Debaser, ed è ormai acqua evaporata in polvere spazzata via dai venti degli anni, e poi questo è solo un paragrafo introduttivo per dire che avevo il sacrosanto diritto ad aspettarmi una cagata, e la recensione de La morte di Bunny Munro inizia qua sotto.)

Ma quale delusione e/o sottoprodotto e/o passo falso: un pugno nello stomaco, altro che. Un’entrata a gamba tesa, una sassata in piena fronte. E il bello è che lo capisci pian piano, finché non ti senti completamente stretto alle corde. C’è da dire che all’inizio ci provi, a difenderti: muovi obiezioni anche legittime (“Qui sembra Palahniuk” – “Che bisogno ha di rifarsi a Bukowski?” – “Perché tanto pop?”), storci il naso, ti sembra di leggere proprio quello che non vorresti mai leggere a firma Nick Cave, ti sembra di leggere l’atteso romanzo del tale blogger. E invece Nick Cave ti fotte, ragazzino/a. Nick Cave, per mano di Bunny Munro.

Bunny Munro è un venditore porta a porta di prodotti cosmetici che ritorna a casa dalla sua ultima missione e trova la moglie impiccata. Da qui si mette sulla strada, insieme al figlio Bunny Junior e a una lista di clienti (donne) da spennare (e di cui approfittare sessualmente). Questa fuga dissimulata e fallita termina alla fine della lista. Bunny muore in maniera rocambolesca, fulminea (è il caso di dirlo), alla fine di un viaggio di perdizione che altro non è stato se non il precipitare nelle spire della propria follia, una follia disumanizzata, totale, strisciante e onnicomprensiva, cieca e accecante. Eppure normalissima.

Davanti al corpo di Libby ancora penzolante, Bunny vede sfumare l’idea di un pomeriggio di sesso (ma ripeto: “sesso” non è la parola adatta) ma poi si concentra sulle tette – sulle tette della moglie fresca di suicidio. Questo potrebbe anche bastare come biglietto da visita – soprattutto dopo che l’abbiamo visto circuire due ragazze e cercare riparo in un parcheggio dove sfogare le sue ulteriori brame masturbatorie.

Pensate a un maniaco sessuale, sociopatico, alcolizzato, pervertito, profittatore, narcisista, sboccato, dategli delle mutande tigrate, pensatelo in grado di vendere “una bicicletta a un barracuda” – e non avrete Bunny Munro. Per cogliere in pieno Bunny Munro dovete anche far regredire a meno di zero la sua umanità. Dovete distruggere qualsiasi dimensione morale, far precipitare i valori spirituali che distinguono l’uomo dalla bestia, disintegrare l’empatia sociale. E dimenticavo: aggiungete una colonna sonora ultrapop, e pensate che non siete gli unici a volervi fare Kylie Minogue e/o Avril Lavigne. Ancora: metteteci un padre totalmente deluso e una suocera che odia il tipo in questione. Ah: e poi mettetelo su una Punto gialla, il tipo in questione. Ecco: il tipo in questione è Bunny Munro, ovvero l’uomo degenerato a pura istintualità biologica.

La perversione di Bunny Munro non è una perversione sessuale, o meglio: è una simulazione. In realtà Bunny nutre una depravazione di tipo autoptico: ha una passione sfrenata, midollare, a tratti patetica ma non per questo meno agghiacciante, per la vagina, per le tette, per i culi, per le cosce. Non si tratta di sesso, né di erotismo (che già di per sé richiamerebbe a dimensioni ulteriori): stiamo parlando di un uomo ossessionato da parti anatomiche, da pezzi di carne, da pezzi di corpi femminili. La perversione di Bunny si colloca fra l’obitorio e il sexy shop – questo signore sparge le proprie ossessioni nel mondo come se il mondo fosse abitato da corpi femminili senza vita o da bambole gonfiabili. La sua maniacalità non ha assolutamente nulla di umano. La forbice delle sue pulsioni varia dall’anatomia muscolare alla fisiologia degli apparati genitali.

Gli amici e colleghi di Bunny sono della sua stessa stoffa, solo stanno ai margini, e ti fanno capire che questa è follia pura e oblio e disumanizzazione a 360 gradi, che il filo dell’orizzonte è moralmente rovinato su se stesso, che l’umanità è persa. Questa sensazione di deserto ti accompagna per l’intero romanzo. Apparentemente non esistono vie d’uscita dal nulla in cui è ridotto l’umanismo contemporaneo, sbriciolato dall’immagine, fatto a pezzi dalla pubblicità e dai tormentoni radiofonici. Qualcosa è andato storto nel tirare la corda dei vari corpicini prestati alle campagne pubblicitarie, ed eccoci qui. Basta poco.

Solo la figura di Bunny Junior – solitario, semiautistico, nostalgico, sofferente – salva questo immaginario desolante e parassitico. Bunny Junior si rifugia fra i pianeti che tiene in sospensione sopra il letto e l’enciclopedia che gli ha regalato la madre, e così facendo apre linee prospettiche su altre dimensioni, salvando in parte la chirurgica tragedia umana di cui La morte di Bunny Munro è imbevuto. La sua è una tensione alla possibilità di un altrove: il simbolismo del suo piccolo planetario e dell’enciclopedia è evidente (benché “simbolismo” è parola terribilmente fuori luogo, incompleta e inadatta a descrivere questo processo che è in parte allegorico e in parte straniato/straniante – è un “simbolismo” che lavora per fotogrammi sinaptici, insomma). Lo stesso si può dire per le infezioni oculari di cui soffre: è forse un richiamo alla necessità del pianto, al potere catartico della commozione, unico antidoto per tornare a “sentire”, per riagganciarsi a una tensione spirituale. L’enciclopedia e il planetario sono per il piccolo Bunny oggetti di transizione post-traumatica, sono le vie di attuazione del superamento che si fonda sull’amore per la mamma scomparsa, e sulla sua ineluttabile e disperata mancanza. Bunny Junior inizia a vedere la madre ovunque, inizia a parlarci, a sentirne il caldo profumo. E sa che suo padre, nel frattempo, ha imboccato una strada senza ritorno.

Che poi “impazzire” è termine troppo vago. Bunny Munro naviga a vista a caccia di clientela da spennare cui rifilare confezioni di creme da notte e tubetti di esfolianti, e ignora completamente le domande ansiose del figlio, tipo cosa diavolo stanno facendo e dove porterà questo giro senza senso, dal momento che la lista è quasi finita e la prospettiva è inesistente a dir poco (e Bunny Junior sa che tutto questo avrà breve durata e porterà allo sfacelo più completo, sa che finirà tutto veramente male, tant’è che si mette a consultare sull’onnipresente enciclopedia la voce “esperienza di premorte”). Poi beve come un SUV, ed è chiaro che ha delle allucinazioni sensoriali cui non riesce a dar corpo. E le prende, perdio, le prende di santa ragione prima da una femminista patita di Frida Kahlo e di Tae Kwon Do, evidentemente contrariata dal suo atteggiamento testosteronico, e poi dall’energumeno Mushroom Dave, che Bunny ha avuto la sfortuna di incontrare dopo aver praticamente violentato (“le entra dentro come un dannato battipalo”, scrive questa penna meravigliosa) la sua (dell’energumeno) compagna tossicomane in piena botta. Ma questi sono dettagli della trama: il fatto è che all’appuntamento con la morte Bunny Munro ci arriva ridotto a uno straccio, nel fisico un tempo aitante, nei vestiti sudici, nelle gallerie della mente ormai intasate e inagibili.

Rimarrà solo Bunny Junior, voce della coscienza residua, contrappeso ideale, umano e morale del nulla larvale cui è ridotto il padre. E Bunny Junior dovrà farcela da solo. Il piccolo perde in un attimo i punti cardinali: il padre (è comunque un riferimento forte, rappresenta per lui una figura esemplare di difficile, e dubbia, interpretazione) e l’enciclopedia, bruciata nell’incidente finale – e questo sì che è un simbolismo nullificante. Rimane solo, e il gigantesco non detto che accompagna il romanzo una volta chiuso il libro è tutto suo.

La morte di Bunny Munro
è un romanzo ibrido, posto all’incrocio di diverse esperienze letterarie e narratologiche in senso lato. Personaggio moralmente esausto e “fottuto”, invaso dal niente, con un bagaglio di autocoscienza apparentemente impossibile da evitare ma puntualmente accantonato nella più vuota insensibilità percettiva; figlioletto al seguito che definisce il miraggio metanarrativo di un romanzo (di [inizio] formazione) nel romanzo – una prospettiva potenziale non attuata – e che con il padre ha un rapporto sincero e diffidente al tempo stesso, trasportato e scettico, reale come in una fiction TV e falso come nelle circostanze di tante storie autentiche; colore locale e sviluppo della struttura che mischia i condomini di Ballard con il primo hardboiled che vi viene in mente, romanzo on the road e psicodramma a basso voltaggio, comicità imbarazzante modello Benny Hill e inquietante saturazione periferica allegorica à la David Lynch, pop in alta definizione e bassissima fedeltà sgranata e fuori fuoco. Questo è un romanzo fortemente visivo: è la trasposizione in parole di immagini nitidissime. Un crossover che si attua nello stile e nel mescolamento dei linguaggi narrativi, laddove il registro rimane ben definito, compiuto, praticamente inoppugnabile.

E poi pensate al Killer Cornuto che avanza nella sua sotto-trama, diretto al centro focale dove brucia la parabola vertiginosa di Bunny, pensate al simbolo morale che detto Killer Cornuto incarna, figuratevi questo Occidente in metastasi spirituale, rivedete Bunny Munro che muore offrendo il petto al cielo, rileggete la bandella che dice proprio “romanzo morale” e sì, siamo d’accordo, ma c’è anche molto, molto altro. L’Occidente continua a morire di una tragedia immane in cui ognuno è palcoscenico e platea.

Leggetelo, fa bene.
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