lunedì 20 dicembre 2010

Regalo di Natale (un mixtape è per sempre)

Non è solo tempo di classifiche di ogni tipo, playlist, singoli di Natale. È anche tempo di regali veri e propri, e ne ho uno anch’io. Il fatto è che l’altra sera abbiamo festeggiato il compleanno di un’amica, e siccome mi sembrava davvero fuori discussione regalarle un libro (lei lavora nell’editoria e davvero non mi andava l’idea) o fare una compilation classica con i pezzi staccati eccetera eccetera (e se queste erano le uniche alternative, lo capirete da voi che non ho molta fantasia nel fare i regali), mi sono ricordato di una cosa importante in mio possesso, e cioè il mitico controller Behringer BCD2000, e dopo aver messo sottosopra la mia umile cameretta già disseminata di cavi, monitor, casse sproporzionate, mixer, tastiere, batuffoli di polvere, cespugli rotolanti, strade sterrate, deserti dell’Arizona, ho attrezzato il tutto per fare un mixtape, un’unica sequenza mixata (spesso in modo becero, ma io non sono poi un dj, anche se mi avventuro senza timor di dio in loop, effetti e sovrapposizioni fuori sync che molte volte fanno davvero schifo) con molte canzoni uscite in questo 2010 che si avvia alla fine.

Questo è stato il regalo che ho fatto all’amica di cui sopra, che a quest’ora sono sicuro avrà ascoltato il tutto, e i patti impliciti erano che una volta che lei avesse ascoltato io avrei potuto mettere questo mix in download per regalarlo al mondo intero.

Bene: è così. Potete scaricarlo direttamente da qui (cartella .rar, 175 MB, magari ci mette un po’), e ascoltarvelo dove vi pare.

Questa è la tracklist:

UNDER URANIA, Intro
ANTONY AND THE JOHNSONS, Swanlights
EINSTUERZENDE NEUBAUTEN, Goodmorning Everybody
AMON TOBIN, Dualistic
UOCHI TOKI, Mi basta udire voci lontane per sentirmi a casa ovunque,

*medley 1*
MAHJONGG, Grooverider Free
GOLD PANDA, Before We Talked
ROBYN, Dancehall Queen

!!!, Jamie, My Intentions Are Bass

*medley 2*
SUFJAN STEVENS, Too Much
DIRTY PROJECTORS, No Intention

DUM DUM GIRLS, Play With Fire
DEERHUNTER, Desire Lines
JAILL, The Stroller
MARNIE STERN, Building A Body
PIXIES, Monkey Gone To Heaven (Doolittle 20th anniversary live)
MOVIE STAR JUNKIES, Loneliness Like Clouds Above
GRINDERMAN, Worm Tamer
PONTIAK, Young
LIARS, Scissors
MASSIMO VOLUME, Litio
DISTANTI, Abitacoli
DEERHUNTER, Earthquake
UNDER URANIA, Outro

(A pensarci bene, ci sono delle assenze pesanti, e sono The Hair Song dei Black Mountain – la canzone più GIUSTA dell’anno – Not In Love dei Crystal Castles con Robert Smith alla voce, The Overachievers dei Liars rifatta da Devendra Banhart con i Grogs, Once Again di Blixa Bargeld e Alva Noto. E i Buzz Aldrin, cazzo – i Buzz Aldrin, e IOSONOUNCANE, e manzOni, ed è meglio se mi fermo qui, perché le assenze iniziano ad essere un po’ troppe e mi vengono in mente solo a mix fatto, dannazione.)

Ah: buone feste eccetera eccetera. E che il 2011 sia un anno di gioie, realizzazioni, e tutto quello che volete.

DISCLAIMER: Va da sè che ogni pezzo è protetto dal diritto d'autore, e che questa cosa è possibile grazie alla magnanimità dei singoli artisti/produttori/label/distro eccetera. Qualora la cosa dovesse risultare fastidiosa a chi di competenza, resto a disposizione eccetera eccetera. La mia mail è calearo_m@camera.it.
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mercoledì 15 dicembre 2010

Scusa, Antony

La domanda è cosa diavolo sto facendo e dal momento che una risposta decente non esiste la domanda non si pone. Nel breve termine, brevissimo, immediato, contingente, già finito, sto dando un ascolto all’ultimo dei Pontiak, uscito da chissà quanto, scaricato solo oggi. Scaricato. E non venite a farmi la morale perché non me ne frega un cazzo, e lo dico davvero senza sbruffoneria. Ho scaricato Living dei Pontiak, ho scaricato tanti di quei dischi da meritarmi l’inferno, ma ripeto che non me ne frega niente, anzi: me ne frega nella misura in cui una possibile condanna ed esecrazione per il mio scaricare ovvero scambiare illegalmente file mi mette di fronte a un potere d’acquisto così scarso – il mio esiguo e labilissimo potere d’acquisto – che se non fosse per lo scambiarsi file in maniera illegale con perfetti sconosciuti dall’altra parte di mediafire o di chissà quale altro abominio della pirateria mascherata [qui c’è un’interruzione perché non so se ho terminato la frase né se, avendola terminata, l’ho terminata correttamente – sotto un punto di vista logico, grammaticale, sintattico, quindi ciccia] col cazzo che potrei soddisfare questa voglia. Adesso metto The Coward di Vic Chesnutt. Caro vecchio Vic. Mi vengono i brividi. E poi Flirted With You All My Life, che sembra un pezzo di Bob Marley, e la cosa mi fa quasi piangere, per quanto i miei rapporti con l’universo Marley si limitino a Songs Of Freedom e a una pioggia di cannoni fumati in tempi più sereni.

I Pontiak sono stati fra i cinque concerti di quest’anno 2010 e questa affermazione non avrà nessun seguito, perché devo ancora vedermi i Mahjongg il 22 al Circolo, e perché nel frattempo è partita Not In Love dei Crystal Castles featuring Robert Smith alla voce, e se finora non l’avete ascoltata vorrà dire che passerete un brutto Natale. (Il mio Natale lo passerò probabilmente vicino al fuoco a finire di leggere Il tamburo di latta e a fare a meno di facebook, twitter, google reader, blogger. Probabilmente farò un capodanno sottotono, ma si vedrà.)


Crystal Castles - Not In Love (feat. Robert Smith) by AudioThursdays

Mi sono arrivati un po’ di CD da Vitaminic dei quali alcuni già recensiti e altri che devo ancora ascoltare. Ho ascoltato l’ultimo Marnie Stern e mi è sembrato una bomba, e così gli Annuals che nemmeno conoscevo, se non fosse che in realtà non ho motivo per mettere nel lettore un CD come quello degli Annuals per il semplice fatto che gli Annuals sono persone che fanno un’ottima musica ma senza quell’attitudine al male e alla sofferenza e alla tensione rumorosa che tanto mi piace nella musica. Ognuno ha il suo. Degli Annuals ho già scritto e non starò qui a complicarmi la serata cercando di ampliare il discorso.

Questa cosa che scrivo mentre ascolto un misto di Vic Chesnutt, Pontiak, Crystal Castles, Sufjan Stevens – questa cosa la metterò sul blog visto che è da tempo che non ci metto niente, ma è chiaro che la cosa non ha importanza. Anche Romanzo Infinito sembra in stallo, ma capisco Karim (aka Fabio, aka Denis) che in questo periodo ha l’esistenza un po’ complicata. D’altronde Romanzo Infinito (una selezione delle sequenze già apparse quassù) sarebbe dovuto partire da settembre come un reading espanso per la voce di Karim (aka Fabio, aka Denis) con le nostre incursioni sonore, ma per vari motivi non se ne è poi fatto ancora nulla, quindi questa cosa va a finire di diritto fra i Buoni Propositi per il 2011. Comunque nel frattempo la scialuppa di salvataggio ce l’ha data il Sirente, che ci ha rimediato due serate a Roma in cui sviluppare questa performance audio-video per la presentazione dell’edizione italiana di Metro, graphic novel egiziana censurata in Egitto e tradotta in Italia per la collana Altriarabi. Insomma, ponendo che si prova in studio da un anno, abbiamo fatto tre live (ma al momento sono ancora due, la terza esibizione sarà il 16) di cui uno in Salento – del tutto disastroso, ma tanto nessuno stava ad ascoltarci. Come sono a finito a parlare di Obsolescenza Programmata non lo so, ma non vedo l’ora di ideare il reading di Romanzo Infinito e la possibile Sinfonia Per Soli Feedback.

Oggi a lavoro ho avuto una giornata accelerata e terribile. Sono uscito per prendere qualcosa da mangiare, dopo aver saltato il pranzo, verso le quattro e mezza del pomeriggio, mentre a Piazza del Popolo succedeva il disastro. Mi sono buttato su Largo Argentina e c’era questa calma totale, impossibile, con un odore di bruciaticcio che arrivava forse da qualche blindato messo a fuoco dalle parti di Montecitorio. Poi gli storni: un’infinità, che volteggiavano inseguendosi l’un l’altro senza perdere il senso della geometria aerea, disegnando spirali e fumetti nel cielo nitido e turchese poco prima della sera che sarebbe arrivata a minuti. Beh: in genere gli storni, da Largo Argentina, li vedi che volano lontani. Invece oggi li ho visti davvero sopra la zona dei templi, e cagavano liberamente su tutto, soprattutto sulle persone. Quindi solo adesso posso dirlo: sono un uomo fortunato, ho attraversato a viso scoperto una tempesta di guano di storni senza venire sfiorato neppure da una granata, anche se sentivo chiaramente di fianco a me i pat pat con cui questi proiettili si spiaccicavano al suolo. Ho pensato un sacco di cose, ma in realtà è tutto riassumibile così: il Tempo se ne frega – della mia giornata di lavoro, dei pranzi saltati, della pizzeria Florida, del Milan, del voto di fiducia, dei Book Bloc, dei Black Bloc, delle riforme, della Storia. Io sono una contingenza, valgo nel Tempo quanto la scoreggia di un microbo che muore scoreggiando, e lo stesso dicasi di voi. Gli storni ci cagano in testa e noi non possiamo farci nulla, a parte cercare di divertirci e di stare bene e di voler bene a qualcuno e di farci voler bene e di non ascoltare i negramaro, per dire (si scrivono con l’iniziale minuscola, adesso, sappiatelo). È il Gioco del Tempo.

Devo farmi la barba. Mi sa che faccio davvero schifo. Voglio scrivere tanto e non voglio scrivere più nulla. Ho fatto bene a non mettere The Age Of Adz fra i dischi dell’anno. Molto male, invece, non aver indicato Swanlights. Scusa, Antony.


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mercoledì 20 ottobre 2010

Romanzo infinito / ottava sequenza

di Karim Chaloub


Orbe di Dentro

In fondo al pozzo


Perché gli uomini vanno alla loro dimora
eterna e i dolenti si aggirano per le vie
.

Ecclesiaste 12,5

Un paio di occhi grigi mi fissano dal sedile di fronte.

Mia piccola Lara, è veramente giunto il tempo di sguainare quel cuore tumefatto. Ancora un ultimo respiro, prima di lasciarlo esplodere nel petto e riempire di sangue le cavità riarse del tuo corpo. Solo allora morirà la sete di quel latte che non è mai stillato dal seno di tua madre. Colpa di quella sete se sei qui adesso. In questo vagone lercio che corre senza occhi nella notte. Su questo stesso treno della sopraelevata per la Seventh Avenue, un mese fa trovarono il bambino del rosario sotto un sedile. Un neonato di pochi mesi, livido come il piombo ma vivo. Avvolto in una coperta legata con una chotkij bianca. Una di quelle corde di cotone rigido che i cristiani ortodossi intrecciano a mano per la preghiera. Il rosario degli impiccati per fasciare quel piccolo corpo esposto al dio dei pozzi.

Siamo in pochi sulla metro che questa notte va a casa mia. In fondo al vagone, una vecchia con un grande gozzo rosa continua a litaniare parole in una lingua crepitante. È la regina degli stracci. Issata sul suo iperbolico trono di fagotti e buste gonfie di altre buste.

E poi ci sono loro due seduti di fronte. L’aria trucemente spenta. Alti e massicci. I sedili non riescono a contenere i loro corpi giganteschi. Intabarrati dentro gli impermeabili lucidi di pioggia, sembrano piovre spiaggiate. Il primo mi inchioda con i suoi occhi di fango. Senza curiosità. Con l’interesse e la concentrazione del chirurgo che si prepara a tagliare. Pure quello sguardo vivisettorio ha qualche cosa di inguaribilmente triste. Una perdita definitiva, forse. L’altro tiene la testa bassa sul petto, con i capelli lunghi sul viso. La scuote ritmicamente seguendo il rollio del vagone. Non riesco a vedergli la faccia. Poi, di colpo la solleva e mi sorride, aprendo una chiostra di denti bianchissimi. Tutti uguali. In mezzo alla fronte come un’orma bianca.

È molto tardi questa volta. Non avresti dovuto fare così tardi, piccola Lara. Non avresti dovuto accettare l’invito al party di Derek e Vivienne. Splendida serata, certo, e tutto il gotha dell’accademia. Ma lo sai che ore sono adesso? A quest’ora il tuo feticcio di legno è nel suo fodero di pelle nera. Al sicuro a casa tua. Tu, invece.

Prima di ogni lezione, il violino deve luccicare da cima a fondo. Deve risplendere del suono di cristallo che produrrà. E tu devi sorbirti tutte le interminabili lectures su Ševčík. E devi provare dieci volte al giorno il colpo d’arco di Paganini. Fino allo slogamento del polso. Credere, obbedire e combattere per raggiungere un giorno the unbelievable noisy, come lo chiama lui. Non ti bastava aver vinto una borsa di studio del Conservatorio di Venezia per la New York Musical Academy. Non ti bastava aver fatto il grande salto nella Big Apple a soli ventitré anni. No, scricciolo mio, avevi urgente bisogno di lucidare il tuo sogno americano con la benedizione di Mr. Derek Lewis. The greatest living string pedagogue, come recita lo slogan del suo sito web. Solo che ti costa un occhio della testa. O meglio, costa a mamma e papà un occhio della loro testa. Solo che per andare e tornare dal grande maestro devi attraversare mezza New York in metro. Magari alle due e mezzo del mattino come adesso. To get back into the hell asshole where you live. Già, perché la dolce Lara abita in una specie di scantinato lastricato d’oro. Un gold cellar al centro di Manhattan. Niente a che vedere con il grande e soleggiato appartamento all’ultimo piano di un condominio di Astoria Boulevard che il paparino le aveva trovato a metà prezzo. No, miss Lara Fornaro, la grande violinista, deve irradiare la sua augusta presenza perlomeno in un neighbourhood stile sex and the city. Come minimo nell’Upper East Side.

Posso vedere accendersi l’impronta in mezzo alla fronte dell’uomo che ride. Come una macchia di latte che tremando si dilata e allaga di luce opaca il mio campo visivo. Fino a coagularsi nelle onde di colore di una scena che lentamente si mette a fuoco davanti a me.

Lattine vuote e ciocche di capelli scuri sul pavimento di legno chiaro. Un afrore acido di sudore e birra. Di fronte al divano di stoffa verde, un televisore acceso sull’effetto neve. Sotto un paralume alto a fiori, due figure in controluce sul pavimento. Non sento suoni. Solo lo scatto ritmico di una goccia che scende nell’acquaio in cucina. Assordante nel silenzio. L’uomo che ride è sdraiato addosso a un corpo bianco. Una donna completamente nuda. Le sta sopra da tergo, schiacciandola con il corpo massiccio vestito solo di una giacca di pelle nera. Spinge con il bacino allo stesso ritmo della metro. La testa affondata nel collo della donna. Non riesco a vedergli la faccia ma posso vedere quella di lei. Bianca di gesso. E le mani piantate nel legno con le unghie. Non ci sono suoni. Il corpo bianco è muto come pietra che trema appena. Ma il volto è rigato di schiuma e rimmel. E gli occhi sono rovesciati all’indietro a mostrare la sclera bianca.

Quella donna sta avendo un attacco epilettico. Mio Dio, gli occhi bianchi su quel corpo bianco che affoga nel limbo. Quel corpo bianco che sta espirando la sua anima bianca nel vuoto. Quel corpo bianco che già non trema più e continua a dondolare avanti e indietro sotto il corpo nero di lui senza faccia che continua a spingere rabbiosamente come un grande cane nero su quel corpo bianco che non trema già più e quella goccia che continua a scendere dritta nell’acqua e il piccolo tonfo di follia liquida accompagna le frustate della muta bestia e le spinte alternate a due a due del vagone che corre sventrato nel buio e nella mia testa tutte le frustate e le spinte risuonano all’unisono con lo schiocco assordante di quella goccia maledetta.

La doppia vita del codice binario intesse la trama dei suoni di questa notte.
Questa corsa senza occhi non finirà mai e il giorno non sorgerà più.

Mio Dio, perché mi fai vedere questo? Quale peccato ho fatto per meritarmi questa dannazione? Abbi pietà di me. Chiudi gli occhi della mia mente. Non voglio più vedere il capro senza faccia scuotere la sua testa affondata nel corpo dell’angelo atterrato come muta cenere sul pavimento del vagone.

Dio aiutami, ti prego. Non voglio più vedere i suoi occhi macchiarmi l’anima. Quei piccoli uncini furenti schiacciarmi sul pavimento di questo vagone. Senza fiato schiacciata nel limbo dalla goccia di Belial sotto il corpo del cane nero che spinge la mia anima bianca nel vuoto fuori di me. La sputa come cenere nell’Orbe di Mezzo a sciogliersi nella schiuma del tempo. Dio, ti prego. Salvami. Se
non puoi strapparmi l’occhio di Ra, fammi morire adesso.

Piccola Lara, a lungo hai pregato per vivere la tua tragedia e non quella degli altri. Vedi, per la prima volta il Dono ti rinchiude dentro il tuo stesso corpo. Non c’è scampo nel vedere prima le cose. Già non gridi più. Già non tremi più e la schiuma bianca ti riempie la bocca. Lui ha deposto le sue uova dentro di te e vivrà per sempre. Nessuno potrà mai aiutarti. Nessuno ti salverà. Sei tu la carnefice di te stessa.

Ma adesso l’onda di colore sta cambiando. La scena si contrae e si raggriccia come pelle bruciata. La luce bianca va spegnendosi e il cane nero sembra sciogliersi nel fumo. Riaffiorano i contorni sbiaditi dei sedili. L’uomo senza faccia si volta a guardare dietro di sé. Il treno si è fermato e le porte si sono aperte sull’oscurità.
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lunedì 20 settembre 2010

Grinderman: Grinderman 2 (Mute/ANTI-)

Questa recensione è apparsa su vitaminic.

Te ne accorgi dai loop in reverse che accompagnano l’arpeggio introduttivo, prima dell’ingresso col fucile spianato della linea di basso: il secondo capitolo del progetto Grinderman ha un livello di produzione ben diverso dal primo, e se hai seguito la cosa capisci bene che Lazzaro, nel frattempo, ha fatto la sua parte. Grinderman 2 è, ancora, una versione aggiornata del blues mescolata con quell’attitudine post-punk tutta caveiana, come eravamo abituati dai Birthday Party, per restare in tema.
Tutto il disco si tiene in un amalgama sonoro che ammorbidisce le asperità più ruvide e garage del primo album. La qualità delle distorsioni, il tutto pieno, l’atmosfera bruciacchiata e mefitica e lontanamente psicotica, quel rullante aperto e profondissimo, i dettagli degli arrangiamenti, la compressione del basso, gli archi nella bellissima When My Baby Comes, il pitch-shifting di Bellringer Blues, i cori immancabili e splendidi, la stessa voce di Nick Cave che sembra – e dico “sembra” – tornare agli antichi fasti baritonali: Grinderman 2 è un disco prodotto con perizia eccellente, è un disco rock che ti dice come dovrebbe suonare un disco rock nel 2010.
Poi, e solo in un secondo momento, è anche un album di Nick Cave e di alcuni dei suoi Bad Seeds, che si divertono come pazzi in quello che sanno fare meglio, mettendo da parte qualsiasi dimensione ulteriore della musica (dimensioni che Nick Cave ha frequentato fino a The Boatman’s Call, tanto per capirci), chiudendosi in studio con una pila di dischi impolverati e un po’ di whiskey fin troppo buono. E, certo, mandando tutti affanculo.

Ora: se siete arrivati fin qui sapete esattamente cosa cercare, e d’altronde non sarò io a scrivere banalità del tipo “[è come un] pugno allo stomaco”, “[certi passaggi fanno] tremare le vene dei polsi”, o altre amenità buone per i fan dell’ultima ora che non conoscono neppure Murder Ballads. Il progetto Grinderman si definisce da sé, e questo secondo episodio – a tratti bellissimo, mai banale, addomesticato ma non per questo meno nervoso, con lo sguardo sempre rivolto a una qualche concezione molto larga del Male Profondo – è esattamente quello che era lecito aspettarsi dopo il primo. Voglio ripeterlo: è un album Potente, Viscerale, Suonato Bene/Registrato Meglio/Mixato Da Paura/Masterizzato Coi Controcazzi. Però ho questa sgradevole sensazione di starmene qui a cliccare su un misero tasto Mi Piace, e lo sa solo il diavolo quanto Nick Cave meriterebbe altre argomentazioni.
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venerdì 17 settembre 2010

"e tu non mi rompi più i coglioni"

A tutti gli invitati a Venerdi 17 Settembre: SPECIAL ANIMATION GIRL!

16 settembre alle ore 18.37

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::::::::::::::::::::::::::::::::::: SUD EST DISCO PUB :::::::::::::::::::::::::::::::::::

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★ ☼ ❤ ♬ ♪ ♡ ♩ ♭ ♪ __SPECIAL ANIMATION GIRL__ ♪ ♭ ♩ ♡ ♪ ♬ ❤ ☼ ★
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■ VENERDI 17 SETTEMBRE, IL SUD EST DISCO PUB VI DA LA RICETTA
PER UNA NUOVA FANTASTICA SERATA, ECCO GLI INGREDIENTI:


-► LA SORPRESA N°1: Speciale "Live Animation Girl" ;))
-► I COCKTAILS a soli 4 €: GinTonic, GinLemon, Rum&Coca, PinhaColada, RedBull&Vodka, etc. etc. etc. ......
-► LA PRASSIi: >>>> INGRESSO RIGOROSAMENTE GRATUITO <<<< -► La PRECISAZIONE: il locale è al chiuso quindi eventuale pioggia, vento, neve, nebbia o grandine nn ci fermeranno!!! -► I Djs: Elio Petti & Francesco Rossi direttamente dai locali della costa molisana ♪ ♫ -► La musica: di tutto e di più!! Dalla disco '70 e '80 passando per i ritmi folli degli anni '90 fino ad arrivare alla commerciale e in fine all'house!!! ♩ ♭ ♪ -► LA SORPRESA N°2: ....????...tanti tanti gadgets luminosi e ho già detto troppo!! ;)) ═════════════════════════════════════════════ ◙ TUTTO QUESTO SOLO E SOLTANTO PER VOI, QUINDI NON POTETE MANCARE PER NESSUN MOTIVO.....IL DIVERTIMENTO E' ASSICURATO!!! ☞ VI ASPETTIAMO VENERDI 17 SETTEMBRE AL SUD EST DISCO PUB!!

Giampiero Cordisco 17 settembre alle ore 9.44
Mi hai rotto i coglioni.

Elio Petti 17 settembre alle ore 12.41
Anche tu. Cancellati dal gruppo se non vuoi messaggi!

Elio Petti 17 settembre alle ore 12.46
Anzi aspetta: dato che ti ho proprio sulla punta del cazzo e non so neanche per quale motivo ti ho tra gli amici ti ci tolgo così io non ti mando messaggi e tu non mi rompi i coglioni.
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lunedì 30 agosto 2010

Matrice

Lo so da come mi sta guardando, o dalla generale disposizione delle cose e dal sentimento di esse, in questa successione di istanti. E so che non posso farci granché: mi appare da subito chiaro (meglio: è stato chiaro da sempre, e continua ad essere evidente in questo tratto infinitesimo della traiettoria spazio-temporale, ed è in questo angolo della piegatura dimensionale che la coscienza della cosa assume forme non prescindibili) che la decisione è irrevocabile, e a un bel nulla servirebbero i miei consigli vuoti che con tutta probabilità infarcirei di una retorica impotente. Il signore che ho di fronte ha preso la sua decisione, e questa decisione è ormai in pieno possesso di lui, nel senso che non si tratta di una presa di posizione razionalmente concepita, quanto di una suggestione concretizzatasi e avanzata in modo subliminale dentro le strutture corticali, negli angoli remoti del subconscio. È stata presa una decisione, proprio adesso, in questo preciso istante, e proprio adesso questa decisione è maturata in modo perfetto e autosufficiente all’interno del cervello i cui più lontani recessi ne hanno incubato i germi. Il signore che è qui con me ha realizzato di aver maturato una decisione. A me ha trasmesso l’evidenza di tutto ciò. La sua decisione sta nell’aria in cui siamo immersi, è il tempo ed è lo spazio ed è inevitabile.

La sua decisione è presto detta: togliersi la vita.

Nel frattempo le mura della stanza (che è spaventosamente vuota) mi appaiono improvvisamente segnate da un’umidità atavica, come se fosse stata riempita d’acqua e poi svuotata. Le pareti sono diventate verdi, sono striate di muschi spessi e viscidi, mi sembra addirittura che gli angoli dove le pareti si toccano sgocciolino ancora. E quindi tutto vira al verde più marcio e deteriore. Lui continua a indurire l’espressione del viso. È l’effetto della decisione, da cui sa ormai di non poter scampare. C’è un che di opaco nei suoi occhi, e la rassegnazione ha preso piede, definendo in qualche modo una ennesima sfumatura di colore. D’altronde so pure che questa casa ha un numero abbastanza elevato di stanze: lui entra ed esce, infatti, da una porta oltre la quale io non vedo molto. Qui dove si svolge il tutto doveva essere uno sgabuzzino. Ah: questa casa non è mia, e non è sua. Deve essere stata abbandonata da qualche mese dai legittimi proprietari, e non so per quale motivo adesso ci siamo noi. Ecco: questa è la casa del Mulino Bianco, in chiave aggiornata, adeguatasi in seguito alla fuga dei proprietari e del loro bagaglio di felicità preconfezionata come un Saccottino.

Tornando alla decisione, io non mi sento impotente: so che non posso in nessun modo cambiare il corso degli eventi che si verificheranno (ho la certezza matematica che la decisione verrà attuata in un tempo né lontano né vicino), so che non dipende da me la ricerca della felicità di questo signore, so di non poter opporre nulla alla realizzazione del fallimento cui questo signore sa di essere giunto. È arrivato a fine corsa: dopo aver provato e riprovato ad attuare il proprio elementare diritto alla felicità, sa di non averne più l’obbligo. Sulla sua faccia grigia leggo la rassegnazione. Ha realizzato la volontà di farla finita con quella che ormai è solo un’impostura a se stesso: questo me lo fa sembrare beato. Ha raggiunto una forma di saggezza, benché mi sembri tutto così tremendo.

Posso soltanto ideare dei diversivi. Da qualche parte scopro una chitarra giocattolo, rossa, modello Bontempi, quelle per i bambini. La chitarra ha solo tre corde, due delle quali di nylon (originali) e una fatta con un elastico di colore blu, spesso, della sezione di un centimetro. Propongo al signore di fronte a me, sempre più condensato nel destino che andrà a realizzarsi, di fare qualcosa insieme. Suonare, buttare giù un progetto sonoro, disegnare architetture audio. Distrarsi, non pensarci. Sbucano, non so come, altri dispositivi che tornano utili a quest’idea: mixer, registratori multitraccia, pedaliere e processori di segnale.

Finisce qui: mi sveglio, le lame di luce che filtrano da dietro le persiane. Sono nel mio letto, da solo. È un altro giorno.

Ho appena sognato David Foster Wallace.
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venerdì 27 agosto 2010

TRAVASO # 1 - Giuseppe Genna: La Vita ai tempi dell'Impero

Ma vaffanculo, dico io. In un modo o in un altro toccherà ricominciare, uscire dall'inerzia ancora estiva, ridefinire degli obiettivi, per quanto inutili. Vuotare il sacco, insomma, per riempirlo di nuovo, per vuotarlo ancora. Eccetera. Ed è chiaro che la cosa non ha senso, no no no.

Allora: quale migliore occasione per dare il via alla categoria dei Travasi, pezzi di letteratura raccolti nel mare della Rete con criteri assolutamente arbitrari. Eh: quale migliore occasione?

Il primo Travaso (con relativi dettagli) proviene da qui.


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LA VITA AI TEMPI DELL'IMPERO di Giuseppe Genna


Se devi arrivare al luogo della terapia, svolta a destra della immensa piazza dove correre è impossibile. Spezzata, diffranta piazza: ha eletto il marciume a sua natura seconda, uno strato di scaglie plastiche e organiche tra ricordi di aiuola. C’è una scuola verso l’angolo con Pellegrino Rossi. Davanti sono schierati i militari che il sindaco richiese, le tute mimetiche, i baschi scuri, l’indolenza di una foga trattenuta. Si tengono lontani oramai gli egiziani, i marocchi, anche i turchi.
La piazza è gremita, interrotta dalle rotaie dei tram lunghi e verdi, acquistati da una controllata Fiat, deragliano spesso, molti feriti a Milano per i tram che sono deragliati da quando sono entrati in funzione. Una strada verticale attraversa e si spegne nella piazza stessa al passaggio pedonale, verso la buca della metropolitana, da cui soffia un vento caldo e carico di polvere chimica. I giornali free press, invecchiati in poche ore, pagine calpestate nella fretta da centinaia di persone, stanno ingricciati tra dente e dente della griglia orizzontale gialla per lo scolo dell’acqua al termine della scalinata di granito della linea tre, la gialla.
Si prende per la pista piatta e sconnessa di Pellegrino Rossi. Passava di qui un tram, quattro binari sulla sinistra della carreggiata puntando verso fuori città. Hanno seppellito con l’asfalto quei binari rugginosi, nemmeno li hanno estratti dalla loro sede, per allargare via Pellegrino Rossi, e dopo un anno emergevano pezzi di rotaia ossidata arancione, a passare in moto si scivola, si muore.
Hanno ricostruito tutto, abbattendo tutto. Il centro polifunzionale policolorato Virgin. Sulla destra sono crollate le case svuotate, malsicure, l’odore di coniglio bollito e carne in umido ormai impregnava le pareti, le scale emanavano un vapore di stantio e minerale. Abbattute da giganteschi rostri, macchine che scagliavano enormi piombi sferici, le facciate come volti tumorati, sfondati da un carcinoma, da un’esplosione ossea: non dall’esterno, ma dall’interno.
Vado verso il neurolaboratorio, ad Affori, l’ultimo quartiere, superata la svolta verso piazzale Dèrgano.
In piazzale Dèrgano ero stato anni prima. Tutto era carbonato e umido lì. Stracci pesanti di acqua, non strizzati, attaccati a fili della biancheria corrosi nella plastica, arrugginiti nel ferro interno, pendevano dai balconi di ferro, la graniglia povera commista alla vernice della muratura, le mollette in legno consunto.
Là avevano sparato a un uomo.
Lo avevo visto riverso, tutto attorno era una realtà rallentata, il colpo – dicevano – era stato secco, rauco, una tosse. La polizia stazionava lì, gli stivali opachi dell’ufficiale alto, il numero fittissimo di randagi affacciati in cerchio per scorgere lo scanalare del sangue, a sorpresa scurissimo e mucoso, sull’asfalto di piazza Dèrgano.

Il luogo della terapia è una piccola casa al centro della corte in un palazzo di ringhiera, non distante dall’ex nosocomio psichiatrico Paolo Pini, dove alla madre di mia madre praticarono cinquantasei sedute di terapia elettroconvulsivante, gli elettrochoc che la condussero al suicidio. L’accademia della sua morte di esausta. La terapia elettroconvulsivante sta per essere reintrodotta a Guardia Seconda, presso il Policlinico: si sappia.
La piccola casa è adibita a terapie sperimentali. Sono terapie che tentano di ridurre l’assunzione di farmaci, l’opposto delle ricerche condotte dalle multinazionali. E tuttavia gli psichiatri e le psichiatre del centro firmano ricette per farmaci di seconda, terza, quarta generazione (i ricaptatori noradrenalinici, li si può prescrivere per un anno al massimo, gli effetti collaterali inducono sospetti, il mal di testa grigio colpisce il 10% dei soggetti). I pazienti non tollerano l’impatto con le terapie di avanguardia. Sono colpiti da delirium tremens, a volte, da orticarie giganti, da febbri costanti.
E si distribuisce metadone pure. Si fa da SERT. Allora c’è la fila dei nuovi tossici.
I nuovi tossici milanesi io non credevo esistessero in questo modo. Sono universitari della Bicocca, della Bocconi, quadri, manager, gente del terziario e però anche bulli da discoteca, gente che sta in officina o in cantiere – questa dittatura del proletariato che annulla ogni differenza di classe e invera il suo opposto, che è comunque dittatura di un proletariato.
Entra nella stanza dove collaboro io una ragazza alta e pallida, fuori fa freddo, lei si è levata ogni abito fino alla maglietta. Controllo: non buchi sulle braccia. Il suo sguardo, intristito o etilico, comunque svuotato o internato, incarcerato in un’interiorità non qualificabile, è ciò che tento di studiare abolendo le differenze tra me e lei, tentando di vibrare insieme a lei, il suo minuscolo inarrivabile sisma psichico: esistenziale.
Io sono qui per collaborare con i terapeuti, sotto la supervisione rigorosa degli addetti responsabili. Un umanista che si trova in mezzo alla città delle alte torri calcaree che crollano, le torri che Sigmund Freud e i suoi figli putativi per un secolo avevano eretto – quella città della speranza già malata.
“E’ perché stanno ai piedi”
“Cosa?” domando, mi scuoto dal torpore dell’empatia e della fantasticheria.
“I buchi. Lei stava cercando i buchi”.
“Dammi del ‘tu’, per favore”. E’ perché mi sento coetaneo, ma non è vero: io sono un quarantenne, la ragazza ha vent’anni appena.
“Stanno nei piedi, perché nessuno così li vede”.
“Lo so”. Lo so: si fanno in casa, da soli, vivono con i genitori e si chiudono nella stanzetta, per chi ha anche soltanto visto i Settanta, per chi giocando a pallone osservava i gruppi in circolo di tossici ai giardini mentre scaldavano con la fiamma dell’accendino sotto la scatoletta del Saridon – è incomprensibile che questi ragazzini si facciano da soli. Lo speedball che si procurano, coca o anfe con ero. Cosa piace?, cosa conduce a un’onda depressiva commista all’eccitante?, cosa li trascina da dietro la Centrale alla camera dove iniettano nel piede? Soli…
“Non sento niente. Non è che ne voglio uscire, ma voglio uscirne”.
Dicono sì e dicono no: contemporaneamente.
L’aumento delle patologie legate al borderline, la semipsicosi al limite della personalità multipla, ha subìto un’accelerazione impressionante in questi anni.
Alle risorse umane delle aziende, quando ancora assumevano, prima della crisi finale, sceglievano spontaneamente e senza accorgersene i candidati più borderline: deboli nell’identità, davano tutto sul lavoro, distruggevano il microclima dell’ufficio, confliggevano, era un disastro.
Che cos’è politico, oggi?
Dove ruota il disgregamento?
Dove si trova il ciclo senza fine dell’invenzione, dell’idea e dell’azione?
La fine di tutto il nostro esplorare…
“Il corpo, non lo sento. Vado con ragazzi e ragazze, non lo sento”.
“Non stiamo facendo psicoterapia” dico. “Non parlarne, se non vuoi”.
“E’ indifferente. Non sento niente, nemmeno questo che sto dicendo. Ci sei tu lì davanti a me, non lo sento”.
La materia è diventata la nostra idea. La teodicea del banale, la difesa delle bave umanistiche.
“Tu non puoi capire. Noi amiche ce lo diciamo. Non sentiamo. Ci lecchiamo. E’ indifferente. Tu sei lì che ascolti, io sono là che guardo. Non si sente niente. Coi ragazzi è uguale. La fine delle serate: è uguale”.
Alzatevi, andate: leccatevi l’un l’altro. Le notti fosforescenti, le notti dell’impero di occidente.
“Non puoi capire. Senso del futuro. Che domanda del cazzo…”
E’ bella, lievemente sciupata, sotto gli zigomi. Sarebbe recuperabile: sì, recuperabile a cosa? Ecco la Dea Normalità, alla cui presenza invisibile la mia generazione è stata abituata nella fascia prenatale. Il feticcio della generazione metropolitana che ci precedette. “Non immagini un futuro? Figli? Lavorare?”
Tace. Lievemente imbronciata, solleva le mie stanche capacità di eccitarmi per qualcosa. Vorrei trasmetterle carne, vorrei inoculare in lei sperma sterile, vorrei scuoterle il gomito e slogarlo contro il muro. Lasciare la bava della mia generazione sulla sua schiena che non potrà comprendere…
“Se mi dicono domani di andare in Australia, ci vado. Non c’è qualcosa di preciso, non so, non penso al domani. Quando mi faccio, forse, non penso, ma magari penso anche al domani”.
La nuova generazione italiana si esprime quotidiamente con un lessico medio di 500 termini. Il resto è: puntini di sospensione, avverbi, treni di parole, gesti extraverbali. Lei agita le mani.
Io tremo la mattina, in ansia, nel sisma, non avverto la terra sotto i miei piedi, la pavimentazione non esiste più, tremo per la crisi. Sono scosso dalla mia povertà futura. Sono precario da quando lavoro, da ventidue anni… Io… Io… E la ragazza che sta pronunciando parole come immersa in un liquore brunito, denso: “… che il senso del futuro è una stronzata. Quali sogni?”
Dove è la cittadella del potere da assediare? Dove noi, se mi guardo attorno nel sisma del futuro, assalito dagli spettri? Noi non ci siamo, siamo inesistiti, introiettammo la borghesia mangiandola.
All’improvviso entra R.: è la psichiatra che fa la volontaria ogni domenica. La ragazza che ho davanti la osserva svuotata. Uomini vuoti, svuotati, che siamo… Sta urlando, R., io non capisco, sta urlando di venire, venire a vedere, la televisione, è gravissimo, io mi alzo, è tutto rallentato e convulso al contempo.
La ragazza è abbandonata. Sembra indifferente all’abbandono, ma non lo è: la radice nera, lo so, è l’abbandono – un abbandono infertole prima ancora che iniziasse.
La sindrome universale, planetaria.
Vado alla sala comune dei terapeuti, il televisore è acceso, Silvio Berlusconi è pallido, è buio, è allungato nel volto cavallino, è il Padre di Tutti, ha la bocca rotta, sanguinante, Nosferatu contrario, ineludibile, su qualunque canale televisivo, chiunque sta avvertendo pietà per Silvio Berlusconi, l’Uomo Colpito: da cosa? Si alza, spalanca la pesante portiera blindata dell’auto, la body guard tenta di coprirlo, ha lo sguardo assente, fuori di sé, spiritato, è il piccolo Dioniso dei misteri brianzoli, è assurto a re ed eccolo colorato di sangue shakesperiano. “Shakespeariano” non significa nulla, oggi. E’ in mezzo alla folla, c’è confusione, è piazza Duomo a Milano, ha i denti rotti, gli incisivi scheggiati e il labbro lacero, spalanca le braccia, mostra a chiunque che è salvo, con un gesto cristico. “Cristico” è un aggettivo privo di senso, oggi.
E’ lui.
Tutto è lui e lui è tutto. Ha occupato tutto: qualunque simbolo, qualunque gesto, ogni accadimento, passato presente e futuro, ogni falsificazione e qualunque certificazione di verità, la regola e la normalità e l’illegalità e il terrore e l’assenza di terrore. Ha portato a termine il progetto rivoluzionario, capovolgendolo.
E’ la Carne del Buon Nonno: ecco la sua fragilità mortale. Empatizzano tutti. In un film su Hitler, La caduta, interpretato dall’attore tedesco Bruno Ganz, indugia il regista col primo piano della mano che trema per il Parkinson, la mano di Adolf Hitler: ecco l’oltraggio, ciò rende empatico chi ha tentato di distruggere l’empatia in toto.
E noi? Io, gli psichiatri, la ragazza dello speedball? Dove siamo? Non siamo nel luogo dove si tenta di ricostruire l’empatia?
Quale atto è l’atto politico? Chi ha ferito Silvio Berlusconi oppure le braccia aperte mentre sanguina di Silvio Berlusconi?
Perché assistiamo? Perché, ancora una volta, gli occhi svuotati davanti allo speedball “schermo”?
Perché la sensazione disperata della domanda: e ora cosa facciamo? Quale punizione ci capiterà?
Verrà accertato che il quarantenne feritore del premier è sotto terapia psicofarmacologica, viene seguito in un centro come quello dove collaboro io. Il quarantenne feritore invierà subito le scuse al premier che ha sfregiato: chiederà: “Scusami”.
O mia generazione, tra le perdute dei secoli tu sei la pallida – la tua violenza ti spaventa e il padre non ti perdona. Strappa il tuo cuore, nelle buche della terra nasconditi.
Fora l’occidente l’impero che transita di qui.
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