martedì 26 gennaio 2010

Passa il tram

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Questo scritto è apparso, con variazioni minime, sul portale letterario-cartografico microcenturie.
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di Giampiero Cordisco

Devo averci fatto l’abitudine o cosa, come con la pendola in casa dei miei, ad esempio, quando i colpi sordi che segnavano i secondi avevano coperto tutto lo spettro acustico dell’ambiente, restituendo una versione contaminata di quello che comunque – in virtù di una segreta e generalmente accettata convenzione fra apparato uditivo e fisica acustica – poteva ancora dirsi “silenzio”, tanto che nemmeno ci facevi più caso (un secondo dopo l’altro dopo l’altro ancora, per ventiquattr’ore al giorno, tutti i santi giorni dell’anno chissà per quanti anni, finché mio padre non uscì di testa quella notte di Sant’Antonio quando mamma gli diede il benservito, spaccando la pendola in tanti di quei pezzi che il più grosso potevi raccoglierlo con le pinzette – ma questa è decisamente un’altra storia): fatto sta che mi tocca fare uno sforzo di astrazione per sentire i tremori sotto i piedi e notare l’impercettibile movimento della schiuma nella birra sulla scrivania, e le penne che si spostano in maniera infinitesimale sulla mensola di vetro da cinque millimetri, e il lievissimo effetto stroboscopico della lampada alogena sul soffitto che perde d’intensità e subito dopo torna a regime per quelle tre-quattro volte al secondo, tutto questo per un lasso di tempo di almeno venti secondi che è più o meno quanto impiega il 19 direzione Gladioli ad attraversare questo pezzo di strada. I libri intanto assorbono i colpi e quelli che stanno più in alto nelle due pile di volumi che ho eretto sul comodino sembrano cedere pian piano alla perdita dell’equilibrio. Le ante dell’armadio sbattono con una frequenza che può essere quella dei colpi d’ala del colibrì, e così anche il termosifone sotto la finestra, arrugginito e parkinsoniano. All’interno delle mura riusciresti a indovinare il tragitto della scossa, il tremito che sonda le capacità elastiche dell’edificio, che insegue senza successo un punto di rottura qualsiasi. Le camicie si sfregano dentro il guardaroba, e le grucce di metallo rimaste vuote abbozzano una melodia percussiva e vagamente cristallina che ogni volta mi propongo di registrare, insonorizzata nella cavità risonante del mobile, dentro il truciolato scandinavo. Riesco a sentire i piatti sporchi lasciati nell’acquaio che seguono la loro partitura, in questa sinfonica involontaria e contingente, e i filtri Rizla™ di cotone dentro la confezione cartonata che frusciano come maracas in una stanza imbottita. Il lavandino sgocciola un tempo dispari incalcolabile. Va bene: sì, ma con riserva.

Perché prima o poi tutto questo finirà. E ci ritroveremo a lottare con la sveglia e la baby sitter e la rata del mutuo e l’imposta condominiale e il vicino ottuagenario che si lamenta perché il piccolo piangerà di notte come facevo io quando mi impegnavo a distruggere i nervi già poco saldi dei miei poveri genitori.

Ma intanto restiamo qui, col 19 direzione Gladioli che raschia sulla crosta terrestre e sfrega i chilometri di rotaie che hanno cicatrizzato la terra, e se fossi uno agli inizi potrei solo scrivere che “sferraglia”, proprio come il mare “sciaborda”, ma dal momento che agli inizi non ci sono più da un pezzo, e che ormai mi pettino i capelli all’indietro, e che ho smesso di credere che quello che sto facendo sia soltanto ispirazione e intimismo romantico, so bene che esistono modi e modi – e allora quando passa il 19 direzione Gladioli sembra che debba crollare il mondo ma in realtà è solo una porzione del silenzio più generale che ci avvolge, e il suo idioma siderurgico si allontana maestosamente con solenne lentezza – questo mostro di acciaio e plastica che non intimorisce più nessuno – roboando fino alle profondità estreme del pianeta dove bruciano i gas dell’esplosione primordiale che ha scolpito i reticolati stellari, in un doppler apparentemente infinito, eterno, geologico, che ci fa vivere costantemente e in maniera semi-inconsapevole nella dissolvenza di un tuono minaccioso e familiare al tempo stesso, nel digradare di una tempesta tropicale che ha sbagliato continente, subito prima che tornino a ciurlare disorientati i volatili di ogni specie e di tutti i colori, e prima che il riflesso del sole – che continuerà oggi domani e sempre a fare lo yo-yo in questa parte di universo – si disintegri magnificamente attraverso i goccioloni incollati sulle foglie carnose di una vegetazione irriconoscibile, io davanti a uno schermo che mi renderà ipovedente nel giro di qualche anno e la donna di cui sono innamorato che continua a vomitare in bagno la sua prima gravidanza, e sembra che ce la facciamo, in questo buco di casa che non abbiamo costruito noi, e prima o poi ci compreremo un televisore al plasma, un divano nuovo, e una culla che dondolerà senza che noi ci facciamo caso.

Ogni volta che passa il tram.
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lunedì 25 gennaio 2010

Il bassista degli Amanda Knox dice che non ce la fa più

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Prima della lettura: lo scritto che segue è scaricabile e stampabile da questo pdf. Nessuno avrà da ridire se per salvare le vostre diottrie rischierete di contribuire alla deforestazione del globo. Tuttavia, usare carta di riciclo è un gesto di intelligenza e di civiltà.
Buona lettura.
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di Giampiero Cordisco

Signori: non è questo il punto.
Voi continuate a fraintendermi e la cosa mi dà fastidio, perché in qualche modo devo considerare l’ipotesi che lo facciate deliberatamente. Davvero. Se dico "non è questo che voglio" voi pensate subito che vi voglia pisciare, che me ne voglio andare con chissà chi, imbarcandomi per altri progetti che contemplino anche ipotesi immaginarie come suonare in posti più gratificanti, lasciando i beati Amanda Knox privi di molta parte della sezione ritmica, a brancolare nel buio.
Non è così, vi dico. Non ci sono side project, non mi interessa suonare con altri perché forse non mi interessa più davvero suonare – ed è questo il nocciolo della questione.
(Adesso non spaventatevi, il discorso è più complicato, non c’è bisogno di prendere tutto alla lettera.)

Il fatto è che io credo che ci siamo rinchiusi in un angolo che sta diventando man mano più stretto, e non vi posso negare che se ci penso davvero a fondo tutta questa situazione mi sembra un gioco a perdere che ormai non ha più nessuna via d’uscita. È un vicolo cieco, non so se mi spiego. A un certo punto uno sente l’urgenza di un chiarimento, soprattutto verso se stesso. Con questo non voglio dire che è necessario da parte di tutti e tre un atto di coscienza riguardo a quello-che-abbiamo-sempre-voluto e a quello-che-è-stato-fatto, e sulla base di questa specie di equazione stabilire poi delle direttrici per il futuro in cui l’altra costante fondamentale è quello-che-vogliamo-adesso. No: vi dico solo che per me funziona così, è un’esigenza alla quale non riesco neppure lontanamente a pensare di volermi sottrarre, e in fin dei conti mi sembra tutto riconducibile proprio a questo: al volere, alla costante della volontà personale, a quello che si stabilisce come linea guida essenziale per la propria condotta umana. Al desiderio. Di più: al desiderio del desiderio. Alla Sehnsucht, se mi passate il rigurgito romantico.

Ognuno ha dei doveri verso se stesso – su questo mi sembra siamo ormai d’accordo – verso se stesso come persona e poi verso se stesso come tra virgolette artista, ammettendo che questa parola non ci faccia ormai schifo, e tenendone ben presente la curva d’inflazione di questi ultimi anni, e poi ci sono doveri ulteriori che da questi doveri basilari si diramano tipo ad albero, perché la mia convinzione più vera, la mia necessità più inevitabile e ingombrante adesso è quella di affrontare il discorso dell’interazione, della comunicazione eccetera, di tutto ciò che riguarda il messaggio che si trasmette al di là dell’egomania del mittente, e forse anche al di là delle peculiarità contingenti del canale cui affidiamo quello che abbiamo da dire.

Io ho bisogno di sapere cosa succede al messaggio che comunichiamo al destinatario una volta che questo messaggio viene recapitato nella sua mente passandogli per le orecchie. Il destinatario. Ok: chiamatelo anche pubblico, ascoltatore, persona depressa che ascolta musica tosta per tirarsi su dalle brutture delle sue proiezioni mentali o per affogarci definitivamente. Chiamatelo come vi pare. Non mi sembra davvero il caso di sottilizzare. E lungi da me l’idea malsana di mettermi a fare morali e pedagogismi grossolani, so benissimo che può anche essere che non ci sia assolutamente nulla da comunicare, da insegnare, da suggerire, ma voglio solo dirvi che questa forma di nichilismo concettuale delle arti musicali così come le conosciamo oggi – con la benedetta coda lunga che ci livella tutti in questa specie di mare magnum di lavori magari strepitosi e fondanti e tra virgolette seminali ma in fin dei conti scontati e dimenticabili all’interno delle migliaia di uscite mensili, e che ad ogni modo ha esasperato al parossismo la carica del post-punk di allora, cazzo – questo svuotare ogni concetto e ogni pretesa verso il nonsense e l’anomia più superficiale mi induce a credere che in realtà non si arrivi a cogliere un significato nella Cosa, che non si arrivi nemmeno lontanamente a concepire di avere tutte le facoltà e le carte in regola per tentare l’assalto al senso, per provare l’ebbrezza superba e a questo punto blasfema di sezionare l’Esistente e spremerne il succo semantico, che sono convinto di poter provare ad avvicinare, con molta calma, col duro lavoro, con l’impegno quotidiano, un giorno dopo l’altro, per uscire da questo piattume di idiosincrasie e rumori piazzati lì solo come vessillo di una manifesta incapacità e impossibilità ad accedere al senso. Costruire, vi dico, invece di distruggere ogni volta, edificare qualcosa su cui poi edificare qualcos’altro e via dicendo. Non si può continuare a distruggere in eterno, già adesso non è rimasto niente e noi stiamo solo continuando a giocare con le nostre feci e con i cadaveri dei nostri padri che non siamo nemmeno stati capaci di seppellire degnamente – la rappresentazione della realtà nella musica, proprio quello, ci siamo intesi.

È da un po’ che sto ripensando a tutti questi discorsi, alla mimesi, al processo creativo che imita e condensa l’Esistente in una cosiddetta opera, al reale filtrato e setacciato per mano del cosiddetto artista, al ruolo di questo cosiddetto artista, alla parola “impegno”, alle implicazioni negativissime dell’isolazionismo come diniego ultimativo del rapporto basato sulla condivisione di un messaggio, quale esso sia, di un qualcosa di detto da una parte e recepito da un’altra. Non voglio pensare che si possano progettare guidare e attuare le tra virgolette rivoluzioni, non è questo il fine del ragionamento, ammesso che queste divagazioni possano assumere dentro di me delle finalità positive e oggettuali. Non credo che si potrà fare politica e dare un significato di costruzione politica alla musica, su questo siamo d’accordo così come lo siamo sempre stati. Ma non voglio nemmeno pensare che il nostro fine ultimo sia quello di assecondare le pulsioni più autoescludenti di quei pochi che invece avrebbero bisogno magari di piantarla con queste cazzate e di ascoltarsi un po’ di radio in FM mentre se ne vanno al mare con quei pochi amici che hanno e che si stanno impegnando (i primi) a evitare perché a un certo punto nella propria vita di fruitori musicali qualcosa è andato storto, o è stato premuto troppe volte un tasto sbagliato e dal nulla si è verificato un cortocircuito cerebrale che di colpo li ha messi a conoscenza della irrisolvibilità di una rappresentazione non dico pacifica ma almeno impegnativa e costruttiva della realtà. E guardate che questo percorso l’ha vissuto ognuno di noi: inizi con qualcosa di vagamente iconoclasta magari americano magari il grunge, passi per l’industriale andandoti a ripescare le vecchie guardie di tutti i filoni di musica distruttiva che con sommo piacere hai scoperto nel frattempo, inizi a coltivare la frattura, la ferita diventa pian piano insanabile dopo che già sono saltati i primi punti di sutura (applicati inconsapevolmente quando si prova ad ascoltare un prodotto post-punk più confortante – che so: i Talking Heads? E’ un esempio fra mille), poi arriva una lenta e inesorabile cancrena di ascolti sempre più totalizzanti e massivi che infine ti portano ad una prima morte, che è la morte del senso, o meglio: la morte della volontà di impegnarsi nella ricerca e nella codifica del senso. E quindi la musica diventa solo perversione e autodistruzione. E ne vuoi sempre di più, e tutto questo può sembrare una distorsione perfettamente romantica del concetto di titanismo e di quello beneamato di nichilismo, ma io mi sto chiedendo, se non l’aveste ancora capito, se tutto ciò porta da qualche parte, se esiste un riscontro minimo, se vale ancora qualcosa dire che niente ha più un cazzo di senso, o se piuttosto non si dia il caso di riflettere sul fatto che tutta questa massa di negazioni e di profanazioni e di iconoclastìe storicamente accumulate non si sia nel frattempo sedimentata e stratificata e non ci permetta adesso di lavorare in maniera positiva, cioè costruttiva e non autoreferenziale, a una materia sostanzialmente nuova, inedita, inaudita, in modo da poter finalmente risanare la frattura e dedicarci alle esplorazioni di tutte le dimensioni utopiche ed eucroniche sottintese al cosiddetto potere della musica.

Sapete una cosa? Il giorno che ho compiuto trent’anni ho sentito come squillare un campanello, appena sveglio, e guardandomi allo specchio ho notato la stessa identica persona che avevo sempre visto riflessa. Nessun cambiamento sostanziale, i capelli sempre quelli, la faccia impenetrabile, lo sguardo quasi cattivo, una giusta angolazione delle orecchie, le proporzioni generali più che a posto come lo erano sempre state. Però non mi quadrava tutto. Era come se dentro fosse, in qualche maniera inspiegabile, cambiata la fisionomia. C’erano degli allarmi che suonavano a una distanza imprecisata, e a me, alle mie orecchie, al cervello, questi allarmi giungevano così attutiti ma allo stesso tempo inevitabili, e non riuscivo a farli smettere. Lo stesso accadeva sotto la doccia, anche se avevo aperto l’acqua a una pressione mai sperimentata, e poi durante il caffè. Sentivo tutti questi segnali. Avevo trent’anni. Ho trent’anni. E non posso più permettermi di perdere pezzi di vita, né di continuare così, nell’indecisione più sfrenata, a fare il vuoto delle esperienze accumulate nei ventinove anni precedenti. Come se ogni cosa esperita venisse a chiedermi conto, capite? Era questo il senso di quello che avvertivo come un ultimatum. Era come se qualcuno o qualcosa mi dicesse che quello era il momento di tra virgolette tirare le somme, fare i conti, chiudere delle porte, aprirne altre. Quello che ho fatto finora viene a chiedermi di dare una sistemata alle cose, individuare un senso che sia coerente e positivo, capire chi cazzo sono io. E che voi possiate crederci o meno tutta la storia con Federica non c’entra nulla, anche se è normale che da qualche parte possa far male, una ragazza che dopo cinque anni ti lascia senza uno straccio di spiegazione, con un foglietto sul tavolo in cucina su cui scrive: “Perdonami, ho bisogno di una nuova intimità. Non farti del male”. Ma vaffanculo, tu e la tua nuova intimità. E io che scelgo di non farmi del male.

Perché dopo aver finito il caffè, la mattina dei miei trent’anni, ho capito che sarebbe stato tutto infinitamente più complicato del semplice atto di oblio del mettere da parte una storia d’amore finita così, e ho preso quel bigliettino che tenevo da cinque mesi dentro l’agenda e l’ho strappato in mille pezzi piccolissimi che ho fatto volare dalla finestra, indovinando in quel volteggiare tutto il significato di ciò che mi aspettava e che ancora mi aspetta.

(Avreste dovuto vederli, quei minuscoli pezzi di carta che se ne stavano lì, nell’aria grigia del primissimo mattino in cui tutto il mondo sembrava avere il colore dell’asfalto vecchio, librandosi vinti dall’inerzia della corrente ascensionale che saliva dalla strada e arrivava al terzo piano del mio appartamento, galleggiando nella leggerezza della carta al vento tanto più che la carta era ridotta alle dimensioni di un’unghia e il vento era ancora freddo della notte che se ne andava pigramente, scoprendo il cielo ridotto a una placenta di cenere, quei pezzi che ondeggiavano senza andare da nessuna parte, nè in alto, nè tantomeno in basso, rischiando così di rendere inutile e sovrastimata la mia azione di distruzione dei residui. L’avrei capito dopo qualche minuto, ancora lì coi gomiti sul davanzale, mentre tre piani più in basso iniziavano a passare le prime macchine e la signora Gualdrini si avviava per andare a messa e Black attaccava con quella stupida abitudine di abbaiare a tempo, abitudine che ormai rientra costantemente nelle varie ed eventuali delle riunioni di condominio – mentre insomma il mondo si svegliava, e ritornava alla vita di ogni giorno con tutti i meccanismi che la quotidianità aveva impiegato secoli a consolidare, io stavo alla finestra a fissare l’impasse, e a sputare addosso a questa pretesa immobilità tremolante il fumo della prima sigaretta della giornata, in un gesto che mi sembrava sacrilego nel momento stesso in cui lo esaminavo, storicizzando estemporaneamente le coordinate principali di quello che era a tutti gli effetti il Primo Momento Epifanico del Primo Giorno Del Resto Della Mia Vita. Avrei capito, avrei ricevuto un input.
Dunque: c’era la litania in tempo pari di Black e una macchina ferma allo stop che permetteva alla signora Gualdrini di attraversare sulle strisce pedonali. C’era questa luce opaca che filtrava dal cielo che aveva lo stesso colore di una prova di stampa cianografica, un riverbero ottico indeciso, così pieno di penombra. Poi il suono delle campane che sembrava arrivare da una chiesa oltre le montagne, in lontananza.
E c’era questo sciame di pezzettini di carta che fino a qualche minuto prima – prima del risveglio molesto di Black e prima delle campane che richiamavano la signora Gualdrini alla funzione del mattino e prima che venisse tirata su la saracinesca del tabaccaio – erano la lettera d’addio che Federica mi aveva lasciato sul tavolo, e la finestra sul cui davanzale appoggiavo i gomiti, e la corrente inavvertibile che saliva da dieci metri più in basso. C’ero io fisso su questi pezzi di carta che volteggiavano in tutta quiete mentre il giorno si andava facendo, con una sigaretta che già mi dava la nausea, e non avrei di certo passato la giornata dei miei trent’anni in ufficio, dal momento che da qualche parte nel mio cervello andava formandosi l’idea di telefonare e darmi malato, per il semplice motivo che per un lasso di tempo indefinibile mi ero visto davanti alla possibilità di capire, di intuire nel movimento sospeso della lettera d’addio fatta a pezzi una luce per il futuro che rimaneva – e rimane – in attesa, come un segnale che finalmente potesse essere in grado di indicarmi una tra virgolette strada, una linea di discrimine fra le cazzate e ciò-che-conta-davvero, un messaggio ineffabile, un po’ come il famoso messaggio dell’imperatore, solo con un finale diverso, col messo che dopo aver percorso tutti i mondi conosciuti riesce finalmente a recapitarti la missiva [e poco importa adesso che la lettera dell’imperatore ti arrivi in concomitanza con la distruzione materiale delle ultime parole scritte della ragazza che hai amato e che chissà se ami ancora - anzi: è un simbolismo elevato a potenza, una lettera di chiusura di un qualcosa che diventa, nella sua scissione materiale, la lettera d’inizio di un qualcosa d’altro], e al cospetto di questo compito ìmpari e in fin dei conti ingrato tu non puoi che sentirti illuminato, come i frammenti della lettera che ancora volteggiano, sospesi nel grigio-asfalto di tutto quello che vedi, in orbita gravitazionale sul giorno che inizia timidamente, ancora intorpidito, e sono di una bellezza luccicante, sono tutto ciò che cattura e rifrange la poca luce, ottimizzandola solo per i tuoi occhi abbacinati da una luminosità potentissima benché all’apparenza così fioca e semplice e in definitiva irrilevante. Ok: scusate se mi lascio andare, ma se a voi sembra poco, per me è stata la chiamata a un cosiddetto Nuovo Ordine Delle Cose. Non fate quella faccia.)

E quello che mi aspetta è ancora un gesto che rapisce, totale e direi ultimativo, vedere la vita come impegno e costruzione, ricerca del senso, comunicazione, condivisione. Non ce l’ho con voi, è con me che sono in debito, è da me che adesso devo pretendere. Niente più anomia, niente più nichilismo, basta rumori messi a cazzo. Basta, zero. Sono stufo di fare questa roba di merda. D’ora in poi voglio ascoltare solo Vic Chesnutt. Voialtri fate come vi pare. Io me ne vado.
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giovedì 14 gennaio 2010

telefonorosa

Spulcio il cane e ti penso,
ingrata.
Vittima, però:
anche tu stuprata,
dagli anni violentata
in cima all'altare lasciata e persa
di ogni detta, di ogni pensata
che il mio vecchio arnese
t'ha oramai ripudiata.
Avremmo potuto amarci,
avremmo potuto mangiarci
a lume di candela,
vestiti a modo
con abiti di cera.

E invece ti menavo,
forte del mio sesso ti sfregiavo,
eri blu come i tuoi occhi
eri nera come il pane.

Ho un posto d'onore
per la tua faccia cattiva,
quando sputavi lacrime
schivando cazzotti,
quando mordevi il cuscino
con i denti rotti.
Avremmo potuto amarci,
avremmo potuto nutrirci
anche d'aria,
non fosse stato per quella
che dalla gola ti pignorai.

Ora,
la tua faccia cattiva mi perseguita,
ma ciò non fa che darmi ragione:
così faccio spazio tra le teste
e lascio a te un posto d'onore.
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mercoledì 13 gennaio 2010

Punto di domanda della situazione non aggiornata

Si lavora a rilascio graduale: di idee, di energie, di impegni strettamente detti.
Ci sono: missaggi possibilisti, compressioni al limite della deformazione digitale. Le frequenza basse, in fondo sulla sinistra, tranciate di netto mediante expander fatti di pixel. Stessa sorte per gli hiss: i filtri che salveranno il mondo sono multibanda.
Difficile, tutto. Ma suona bene, l'immondizia sonora purgata.
Pensi a un montaggio che possa restituirti due set up differenti da usare nello stesso lunghissimo pezzo per bilanciarne le diverse strutture. La saturazione sonora. Lo spettro ridotto a una parvenza. Si rischia di sfondare la dinamica, di sprofondare nel non-colore, che però ci sta bene, la cenere grigioperla monocroma. La risultante sonora di un parassita interno a uno dei miliardi di corpuscoli che hanno espiato i propri Anni Zero, attraversandoli inconsapevoli, storicizzando solo ora, e ora c'è questo, e questo è il massimo di quel che rimane di ciò che nel secolo scorso poteva dirsi (sbagliando) "volontà di potenza".
Sembra poco: lo è? Sembra fin troppo: è tanto?
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venerdì 18 dicembre 2009

Questa non è una lettera aperta al Presidente del Consiglio, On. Silvio Berlusconi

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Prima della lettura: lo scritto che segue è scaricabile e stampabile da questo pdf. Nessuno avrà da ridire se per salvare le vostre diottrie rischierete di contribuire alla deforestazione del globo. Tuttavia, usare carta di riciclo è un gesto di intelligenza e di civiltà.
Buona lettura.

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di Giampiero Cordisco

Onorevole signor Presidente,

innanzitutto vorrei esprimerLe il mio personale sollievo per essere stato dimesso dalle cure ospedaliere, e augurarLe di poter progredire rapidamente in quello che sarà a tutti gli effetti un periodo di convalescenza. Naturalmente, Le esprimo tutta la mia solidarietà per i fatti che hanno causato la Sua degenza presso il San Raffaele. Mi sento di sottoscrivere pienamente le parole pronunciate da Sabina Guzzanti (un nome che Lei dovrebbe conoscere fin troppo bene), parole di pena verso una persona colpita in maniera così improvvisa, e di stima verso l'atteggiamento fiero che questa persona (Lei, Onorevole signor Presidente) ha assunto subito dopo essere stato colpito al volto (uscire dall'auto blu che doveva portarLa dritto in ospedale per cercare con lo sguardo il suo attentatore, ecc...). Questo l'ha detto Sabina Guzzanti e io, come già scritto, mi associo completamente, se non altro perchè in quello che è successo non riesco a vedere altro che un uomo di quarant'anni, che pare abbia seri problemi psichici, che tira a un uomo di trent'anni più anziano di lui un oggetto contundente, pericoloso, glielo tira in faccia, a tradimento, rischiando di causare una tragedia di dimensioni ben più grandi di quella cui abbiamo assistito.
Io, Onorevole signor Presidente, sono una persona semplice, e in questa vicenda non riesco a vedere altro che questo: c'è una persona che lancia un oggetto in faccia a un'altra persona, e quest'ultima rimane ferita, con le labbra spaccate, il setto nasale fratturato, due denti rotti, qualche otturazione saltata, varie escoriazioni sul volto. La mia modesta sensazione di pena aumenta a dismisura quando rifletto sul fatto che la persona colpita è ben oltre i settant'anni. Quindi, per quello che può valere, Le rinnovo tutta la mia solidarietà.

Tuttavia, Onorevole signor Presidente, questa vicenda si è tinta di assurdità tali da confinare tutta l'umanità dell'accaduto nelle zone più in ombra della vita sociale del Paese di cui Lei è a capo. D'altronde in questo Paese dovremmo essere abituati alle assurdità, tutti quanti. E sto parlando del distacco, della discrasia, della mancanza totale di punti di contatto tra gli accadimenti reali e la loro rielaborazione socio-culturale. Senza vergogna di voler strafare, siamo tutti buoni (e uso il plurale perchè non posso fare altrimenti, oltre che per senso di comunità, benchè si parli di una comunità troppe volte scomoda ed esecrabile) a improvvisare indagini ermeneutiche degne dell'Ispettor Clouseau. Mentre i medici del San Raffaele erano intenti a suturarLe il labbro inferiore, già si scatenavano negli studi televisivi e nelle redazioni dei giornali i primi sistemi teorici a riguardo. L'infallibile dott. Vespa si era premunito di un oggetto del tutto uguale a quello che Le è arrivato balisticamente sul viso. I primi anatemi: la campagna d'odio, il gruppo De Benedetti, Travaglio, Annozero, la terza rete Rai. Chi sostiene "se l'è cercata", chi ribadisce "terrorista mediatico", chi abbandona l'aula quando parla Di Pietro, chi ha interesse a capire se Rosy Bindi verrà a farLe visita in ospedale, il sottosegretario Bonaiuti che ripete davanti a tutte le telecamere che Lei è "una macchina da lavoro". In un modo o nell'altro, la tendenza è sempre quella a inquinare il nucleo del fatto, a dirottarne la contingenzialità verso una spirale di discorsi che definiamo superflui solo per non cedere alla tentazione di usare il termine "stronzate" (d'altronde Lei saprà perdonarmi il linguaggio colorito).

I suoi collaboratori, Onorevole signor Presidente, si dimostrano sempre più incapaci nell'incarico di comprendere questa cosa così straordinariamente ordinaria che è il Reale. Mi viene in mente l'On. Maroni che preannuncia una stretta sui siti violenti, gruppi su facebook e quant'altro. Evidentemente, queste persone che fanno parte della Sua compagine governativa credono che la realtà sia davvero traducibile proporzionalmente in clic e accessi. Le ripeto: io sono una persona semplice, ma so bene che se fossero vere le congetture che guidano le azioni di questi signori, se i vari gruppi su facebook avessero qualche riscontro oggettivo nella realtà, se la cosiddetta realtà virtuale fosse effettivamente "reale" prima che "virtuale", allora io potrei contare sulla bellezza di quasi 180 "amici" e non dovrei mai sentirmi solo. Certe cose vanno prese con le molle, Onorevole signor Presidente. La realtà virtuale è per l 'appunto "virtuale". Operare determinate spannometrie sociali a partire dai dati virtuali dei social network e senza applicare nessun tipo di filtro è un po' come credere che in questo momento "hai vinto una fantastica BMW, sei il 100.000 visitatore". Non so se mi spiego, ma il discorso non è poi così complicato.

Ora, Onorevole signor Presidente, dai suoi collaboratori non ci si aspetta granchè, e questo non per disistima aprioristica, quanto per una stolida abitudine che ci rende avvezzi a tutto. E che continuino così, poco importa. Il bello è che mentre il mondo accade, loro sono seduti nello studio di Matrix a parlare dell'amore che vince sull'odio, ad attaccare manifesti con la scritta "CUORE AZZURRO... ecco perchè ti odiano...", ad additare i possibili colpevoli di aver instillato tanto odio nella gente.

La verità, Onorevole signor Presidente, è che la gente non è influenzabile da queste cose - non la gente italiana, almeno. La gente italiana firma appelli, partecipa alle manifestazioni, si indigna, si incazza. Ma poi il giorno dopo torna alle sue otto ore, ai gruppi su facebook per assicurarsi che non abbiano cambiato nome e ragione sociale (questo a riprova dell'affidabilità di certe cose a fini analitici), al fantacalcio, a Mourinho, agli spritz, a Fabrizio Corona, ai Cesaroni, a queste cose che rendono così stupidamente reale la realtà. Ma non vorrei essere frainteso: questa è per me solo occasione di analisi - il mio è un guardare, senza giudicare, senza biasimare, senza lamentare alcunché. Siamo un popolo di caproni, Onorevole, ma poteva anche andare peggio: potevamo essere un popolo di pidocchi di caprone, o di scoregge di caprone. Nel Paese di Pulcinella la morale è una questione, non una risposta, non una soluzione: senza in nessun modo atteggiarmi al moralista che non sono, trovo comunque illogica tale forma mentis istituzionale (cosa ne direbbe Kant? Quanto manca per ridurre anche il cielo stellato a un coagulo di chiacchiere inutili buone per l'Ultimora del Televideo?).
Il Made in Italy antropologico, così come de-formatosi negli ultimi trent'anni, è un fallimento umano, sociale, culturale, oltre che morale. Siamo il Paese dell'assenza di merito istituzionale: i meritevoli - quelli bravi davvero, le persone di talento - combattono nella realtà, giorno dopo giorno, e ce la fanno ad andare avanti, ognuno dentro il proprio cono d'ombra. Non incamerano denaro, non operano speculazioni immobiliari, non acquistano SUV per girare nei centri storici delle città d'arte, non fremono per una comparsata in TV: lavorano, si rendono operosi, si danno da fare, esercitano la propria coscienza critica, allenano l'intelligenza. In questo Paese, è stato possibile che un suo collaboratore, l'On. Brunetta, li abbia apostrofati come "culturame". Persone che esercitano la propria facoltà di critica all'esistente; uomini e donne con le proprie idee non necessariamente allineate; operatori della (sotto)cultura non ufficiale che arricchiscono immensamente il patrimonio immateriale delle arti: "culturame". In questo Paese i più grandi impostori siedono ai troni di comando.

Lei, Onorevole signor Presidente, è definitivamente fra questi impostori, per il fatto semplicissimo, reale, evenemenziale, di essere un pubblicitario, un venditore, un imprenditore, di essere pubblicamente qualcosa d'altro rispetto al Suo ruolo governativo. Io non sto tirando in ballo la P2, la lista interminabile di processi, le corruzioni, i conflitti di interessi, gli stallieri, i pentiti (non mi importa la Storia, c'è gente più brava che si occupa di questi aspetti, c'è la magistratura di cui mi fido, c'è il Codice): sto semplicemente facendo chiarezza sul fatto che Lei riveste un ruolo che non dovrebbe essere Suo. Ed è questa distorsione delle cose che sta alla base della capronaggine di una nazione che inspiegabilmente l'ha eletta democraticamente (lo spavento è questo, Onorevole: è la democrazia, in questo caso, e NON la sua assenza, è il consenso volontario, e NON la sublimazione di un broglio socio-psicologico; quello che non torna è che la maggiornaza degli italiani abbia effettivamente eletto Lei a capo della coalizione di governo in elezioni libere). Noi siamo dipendenti dalle distorsioni dell'immagine e della comunicazione: siamo dipendenti dalle deformazioni delle appendici sensoriali dei fatti che semplicemente accadono. Non è solo la TV, ma anche la nostra predisposizione a fare in modo che la TV commerciale da Lei lanciata, in piena epoca da craxismo rampante, si sostituisca ai filtri con cui abitualmente esercitiamo le nostre scelte critiche sull'esistente. Noi non siamo un Paese libero dal momento in cui abbiamo perso la capacità di scegliere la realtà (la Realtà) come bacino critico da cui trarre un significato da conferire all'Esperienza. Noi esperiamo l'esistente seduti sul divano, viviamo solo delle parvenze di Vita: navighiamo, chattiamo, guardiamo quintali di fiction oggettivamente disgustose, mandiamo sms gratis, è tutto intorno a noi. E infatti i suoi collaboratori fanno una confusione tremenda fra le istanza della Rete e quelle della società reale.

Il modello da Lei imposto in questi ultimi trent'anni, Onorevole, è un modello di surrogazione dell'esperienza. Ne risulta che siamo tutti svuotati, insoddisfatti, infelici; e l'infelicità, che può essere sì preziosa ma solo come giusto contraltare all'eccesso euforico di felicità gratuita, ci si para davanti come unica alternativa emozionale. Io sono una persona semplice, ma la vedo così: i governi, i poteri, le istituzioni, indipendentemente da qualsiasi credo politico-filosofico-economico possano seguire, devono lavorare unicamente per la felicità della collettività. Ora: al di fuori delle svariate mura delle Sue svariate proprietà, Le risulta per caso un disavanzo di felicità in questo nostro Paese? Le sembra una nazione felice quella che inizia la digestione, la sera, guardando sul primo canale della TV pubblica queste persone che si mettono a piangere perchè hanno appena scartato il pacco con i 500.000 euro e in ballo rimane solo il coccodrillo? Va da sè che la felicità della collettività è interconnessa con la felicità, la realizzazione, la buona occasione del singolo. La invito a chiedersi, Onorevole, se in Italia si verifica tutto ciò: senza sorrisi forzati, senza ansie da indice di gradimento, senza autoinvestirsi a proclamatore della pubblica tranquillità - si chieda se siamo felici. Ci provi, almeno.
Fatto? OK.

Lei, Onorevole signor Presidente, è una persona di indubbio carisma, e il carisma genera sentimenti forti. (Questa l'ho sentita ieri sera da Galimberti.) Ci sono decine di milioni di persone che La amano, perchè Lei è un presidente "con le palle", perchè Lei è il migliore in 180 anni, benché bersagliato dalla magistratura e dagli altri milioni di italiani che invece la odiano - e La odiano, gli Altri, forse per gli stessi motivi, ai quali si possono aggiungere, in maniera molto intuitiva: la Sua sbruffonaggine, il Suo non voler sottostare alla Legge, il Suo bonapartismo alla milanese, la mancanza di trasparenza di molti capitoli del Suo passato rampante, le Sue amicizie equivoche, il Suo potere mediatico, questa Sua realpolitik in odor di mafia e tutto il resto, che ripetere sarebbe ormai una forzatura. Io credo che molti italiani siano arrivati a odiarLa per quello che Lei rappresenta: l'arrivismo, la menzogna, l'apparenza, il culto dell'immagine, la dipendenza dalla popolarità, l'incoerenza sul piano umano e istituzionale.
Ma io credo, Onorevole, che sia semplicemente arrivato il momento di ribaltare i piani semantici, ossia: Lei non rappresenta, Lei è rappresentato; Lei non è un simbolo, Lei un'allegoria; e infine Lei non è la causa, perchè Lei è l'effetto.

L'effetto della nostra costitutiva e genetica abilità nell'arrivare tardi agli appuntamenti con il Progresso, l'effetto del nostro lassismo indifendibile, della nostra mancanza di midollo, del nostro vuoto politico. L'effetto. Punto. Non la causa.
Noi ci siamo meritati tutto ciò, e continuiamo a farlo giorno dopo giorno. Non ci fregherà mai e poi mai di indagare i perchè di tutto questo. Ognuno si becca ciò che si merita. Noi ci siamo meritati i Suoi scherzi internazionali, le inchieste di Repubblica, le leggi ad personam, fannulloni Vs Cesaroni, la D'Addario, i/le trans, Cicchitto che va in TV, la Santanchè che va in TV - tutto, davvero tutto quest'universo di nullità. (Non mi costringa, La prego, a proseguire nell'elenco.)

Vede, Onorevole signor Presidente, da persona molto semplice io avrei di gran lunga preferito essermi meritato una statuetta in faccia, sapendo però che fuori dall'ospedale avrei comunque trovato un Paese intelligente.

Colgo l'occasione per augurarLe un Buon Natale, e un felice Anno Nuovo.

Cordiali saluti.
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mercoledì 16 dicembre 2009

Invernosimile

D'inverno,
fili d'erba e latrati.
D'inverno appena accennato,
la prima passata di brio grigio
misto a sole incerto,
la prima mano di tinta incolore
su tela disabitata.

E così, tonto,
mi dò al vento in tecnica mista.

Cenere.

Polvere.

Nuvola d'ossa.

Colpevole di dubitare il reale
divampo in polemica sterile,
come vuoto a perdere
mi sbronzo coi profeti
che stuzzicano i grugni divini.

Mastico il freddo
sperando nell'innocenza dei tempi,
ma, come serpe,
quest'innocenza imposta
striscia in bocca ai neonati
e come rabbia
scaturisce in conati.

D'inverno, appena accennato,
ma il sangue gela al sol pensiero
di render mite il mio letargo.
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martedì 15 dicembre 2009

Capirci una sega

Al sorger del sole
il blu delle vene riemerge,
le linee ambrate dei seni
ridisegnano il giorno.
Il piegarsi degli arti
lieve e onirico adombra
dove il piacere in rivoli
si sdraia contratto.

La sua gelosa incarnazione
mi fa piangere e ridere.

Cattivo d'abito mi sveglio,
chiamo a me cento cani,
cento gatti, cento topi
e, divertito,
guardo combattere
la santa trinità dei bambini:
rischiando di capirci poco,
perchè gli opposti pare possano amarsi,
nonostante l'abbraccio ch'essi cercano
sia lo stesso che saprebbero darsi da sè.
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