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venerdì 5 febbraio 2010

La morte di Bunny Munro (Nick Cave, Feltrinelli, 2009 / traduzione di Silvia Rota Sperti)

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Prima della lettura: lo scritto che segue è scaricabile e stampabile da questo pdf. Nessuno avrà da ridire se per salvare le vostre diottrie rischierete di contribuire alla deforestazione del globo. Tuttavia, usare carta di riciclo è un gesto di intelligenza e di civiltà.
Buona lettura.

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di Giampiero Cordisco

Dio solo sa quanto adoro quest’uomo. Al di là dei baffi, di Grinderman e di Nocturama (probably il più brutto bel disco nella storia del rock – probably). Ma non è con amore devozionale che mi sono avvicinato alla sua seconda fatica letteraria, né con timor di dio e/o attesa trepidante: non ho fatto la fila per comprare il libro nel giorno della sua uscita, non l’ho comprato poi. Ho avuto l’occasione buona per leggerlo soltanto una settimana fa, e non appena me lo sono ritrovato sulla scrivania (cioè sulla scheda audio che poggia sul mixer che poggia sulla scrivania) mi accorgevo di guardarlo, e poi di aprirlo e girarne le pagine, con una mistura intestinale di trepidazione e boria artificiosa e difensiva. Questo perché da qualche parte nei viadotti dissestati della mia psiche si nasconde la paura tremenda che quest’uomo possa ferirmi: con una delusione, con un sottoprodotto, con un passo falso.

(È chiaro che Grinderman, i baffi, il blues della non-fica, il riemergere di un’immagine di Cave circense del rock e cocchiere della biga artefatta del music-business – laddove invece dominavano prima le tinte scure e primordiali del Delta e poi il richiamo a una poetica saudosista e poi ancora la rivelazione di una spiritualità intima e personalissima, laddove, per farla breve, potevamo vedere dei richiami oltre la musica, oltre il rock’n’roll – è chiaro che dopo un po’ questo cambiare pelle e sapersi reinventare nell’immaginario collettivo facendo ogni volta l’esatto contrario di ciò che ti saresti legittimamente aspettato da uno che ha fatto The Boatman’s Call (storia vecchia, lo so) rompe un po’ il cazzo. Ed è chiaro che la parentesi Grinderman mi ha regalato un trauma midollare che non posso che bilanciare schiumando circospezione. Ma la mia stroncatura di Grinderman l’ho già fatta a tempo debito su Debaser, ed è ormai acqua evaporata in polvere spazzata via dai venti degli anni, e poi questo è solo un paragrafo introduttivo per dire che avevo il sacrosanto diritto ad aspettarmi una cagata, e la recensione de La morte di Bunny Munro inizia qua sotto.)

Ma quale delusione e/o sottoprodotto e/o passo falso: un pugno nello stomaco, altro che. Un’entrata a gamba tesa, una sassata in piena fronte. E il bello è che lo capisci pian piano, finché non ti senti completamente stretto alle corde. C’è da dire che all’inizio ci provi, a difenderti: muovi obiezioni anche legittime (“Qui sembra Palahniuk” – “Che bisogno ha di rifarsi a Bukowski?” – “Perché tanto pop?”), storci il naso, ti sembra di leggere proprio quello che non vorresti mai leggere a firma Nick Cave, ti sembra di leggere l’atteso romanzo del tale blogger. E invece Nick Cave ti fotte, ragazzino/a. Nick Cave, per mano di Bunny Munro.

Bunny Munro è un venditore porta a porta di prodotti cosmetici che ritorna a casa dalla sua ultima missione e trova la moglie impiccata. Da qui si mette sulla strada, insieme al figlio Bunny Junior e a una lista di clienti (donne) da spennare (e di cui approfittare sessualmente). Questa fuga dissimulata e fallita termina alla fine della lista. Bunny muore in maniera rocambolesca, fulminea (è il caso di dirlo), alla fine di un viaggio di perdizione che altro non è stato se non il precipitare nelle spire della propria follia, una follia disumanizzata, totale, strisciante e onnicomprensiva, cieca e accecante. Eppure normalissima.

Davanti al corpo di Libby ancora penzolante, Bunny vede sfumare l’idea di un pomeriggio di sesso (ma ripeto: “sesso” non è la parola adatta) ma poi si concentra sulle tette – sulle tette della moglie fresca di suicidio. Questo potrebbe anche bastare come biglietto da visita – soprattutto dopo che l’abbiamo visto circuire due ragazze e cercare riparo in un parcheggio dove sfogare le sue ulteriori brame masturbatorie.

Pensate a un maniaco sessuale, sociopatico, alcolizzato, pervertito, profittatore, narcisista, sboccato, dategli delle mutande tigrate, pensatelo in grado di vendere “una bicicletta a un barracuda” – e non avrete Bunny Munro. Per cogliere in pieno Bunny Munro dovete anche far regredire a meno di zero la sua umanità. Dovete distruggere qualsiasi dimensione morale, far precipitare i valori spirituali che distinguono l’uomo dalla bestia, disintegrare l’empatia sociale. E dimenticavo: aggiungete una colonna sonora ultrapop, e pensate che non siete gli unici a volervi fare Kylie Minogue e/o Avril Lavigne. Ancora: metteteci un padre totalmente deluso e una suocera che odia il tipo in questione. Ah: e poi mettetelo su una Punto gialla, il tipo in questione. Ecco: il tipo in questione è Bunny Munro, ovvero l’uomo degenerato a pura istintualità biologica.

La perversione di Bunny Munro non è una perversione sessuale, o meglio: è una simulazione. In realtà Bunny nutre una depravazione di tipo autoptico: ha una passione sfrenata, midollare, a tratti patetica ma non per questo meno agghiacciante, per la vagina, per le tette, per i culi, per le cosce. Non si tratta di sesso, né di erotismo (che già di per sé richiamerebbe a dimensioni ulteriori): stiamo parlando di un uomo ossessionato da parti anatomiche, da pezzi di carne, da pezzi di corpi femminili. La perversione di Bunny si colloca fra l’obitorio e il sexy shop – questo signore sparge le proprie ossessioni nel mondo come se il mondo fosse abitato da corpi femminili senza vita o da bambole gonfiabili. La sua maniacalità non ha assolutamente nulla di umano. La forbice delle sue pulsioni varia dall’anatomia muscolare alla fisiologia degli apparati genitali.

Gli amici e colleghi di Bunny sono della sua stessa stoffa, solo stanno ai margini, e ti fanno capire che questa è follia pura e oblio e disumanizzazione a 360 gradi, che il filo dell’orizzonte è moralmente rovinato su se stesso, che l’umanità è persa. Questa sensazione di deserto ti accompagna per l’intero romanzo. Apparentemente non esistono vie d’uscita dal nulla in cui è ridotto l’umanismo contemporaneo, sbriciolato dall’immagine, fatto a pezzi dalla pubblicità e dai tormentoni radiofonici. Qualcosa è andato storto nel tirare la corda dei vari corpicini prestati alle campagne pubblicitarie, ed eccoci qui. Basta poco.

Solo la figura di Bunny Junior – solitario, semiautistico, nostalgico, sofferente – salva questo immaginario desolante e parassitico. Bunny Junior si rifugia fra i pianeti che tiene in sospensione sopra il letto e l’enciclopedia che gli ha regalato la madre, e così facendo apre linee prospettiche su altre dimensioni, salvando in parte la chirurgica tragedia umana di cui La morte di Bunny Munro è imbevuto. La sua è una tensione alla possibilità di un altrove: il simbolismo del suo piccolo planetario e dell’enciclopedia è evidente (benché “simbolismo” è parola terribilmente fuori luogo, incompleta e inadatta a descrivere questo processo che è in parte allegorico e in parte straniato/straniante – è un “simbolismo” che lavora per fotogrammi sinaptici, insomma). Lo stesso si può dire per le infezioni oculari di cui soffre: è forse un richiamo alla necessità del pianto, al potere catartico della commozione, unico antidoto per tornare a “sentire”, per riagganciarsi a una tensione spirituale. L’enciclopedia e il planetario sono per il piccolo Bunny oggetti di transizione post-traumatica, sono le vie di attuazione del superamento che si fonda sull’amore per la mamma scomparsa, e sulla sua ineluttabile e disperata mancanza. Bunny Junior inizia a vedere la madre ovunque, inizia a parlarci, a sentirne il caldo profumo. E sa che suo padre, nel frattempo, ha imboccato una strada senza ritorno.

Che poi “impazzire” è termine troppo vago. Bunny Munro naviga a vista a caccia di clientela da spennare cui rifilare confezioni di creme da notte e tubetti di esfolianti, e ignora completamente le domande ansiose del figlio, tipo cosa diavolo stanno facendo e dove porterà questo giro senza senso, dal momento che la lista è quasi finita e la prospettiva è inesistente a dir poco (e Bunny Junior sa che tutto questo avrà breve durata e porterà allo sfacelo più completo, sa che finirà tutto veramente male, tant’è che si mette a consultare sull’onnipresente enciclopedia la voce “esperienza di premorte”). Poi beve come un SUV, ed è chiaro che ha delle allucinazioni sensoriali cui non riesce a dar corpo. E le prende, perdio, le prende di santa ragione prima da una femminista patita di Frida Kahlo e di Tae Kwon Do, evidentemente contrariata dal suo atteggiamento testosteronico, e poi dall’energumeno Mushroom Dave, che Bunny ha avuto la sfortuna di incontrare dopo aver praticamente violentato (“le entra dentro come un dannato battipalo”, scrive questa penna meravigliosa) la sua (dell’energumeno) compagna tossicomane in piena botta. Ma questi sono dettagli della trama: il fatto è che all’appuntamento con la morte Bunny Munro ci arriva ridotto a uno straccio, nel fisico un tempo aitante, nei vestiti sudici, nelle gallerie della mente ormai intasate e inagibili.

Rimarrà solo Bunny Junior, voce della coscienza residua, contrappeso ideale, umano e morale del nulla larvale cui è ridotto il padre. E Bunny Junior dovrà farcela da solo. Il piccolo perde in un attimo i punti cardinali: il padre (è comunque un riferimento forte, rappresenta per lui una figura esemplare di difficile, e dubbia, interpretazione) e l’enciclopedia, bruciata nell’incidente finale – e questo sì che è un simbolismo nullificante. Rimane solo, e il gigantesco non detto che accompagna il romanzo una volta chiuso il libro è tutto suo.

La morte di Bunny Munro
è un romanzo ibrido, posto all’incrocio di diverse esperienze letterarie e narratologiche in senso lato. Personaggio moralmente esausto e “fottuto”, invaso dal niente, con un bagaglio di autocoscienza apparentemente impossibile da evitare ma puntualmente accantonato nella più vuota insensibilità percettiva; figlioletto al seguito che definisce il miraggio metanarrativo di un romanzo (di [inizio] formazione) nel romanzo – una prospettiva potenziale non attuata – e che con il padre ha un rapporto sincero e diffidente al tempo stesso, trasportato e scettico, reale come in una fiction TV e falso come nelle circostanze di tante storie autentiche; colore locale e sviluppo della struttura che mischia i condomini di Ballard con il primo hardboiled che vi viene in mente, romanzo on the road e psicodramma a basso voltaggio, comicità imbarazzante modello Benny Hill e inquietante saturazione periferica allegorica à la David Lynch, pop in alta definizione e bassissima fedeltà sgranata e fuori fuoco. Questo è un romanzo fortemente visivo: è la trasposizione in parole di immagini nitidissime. Un crossover che si attua nello stile e nel mescolamento dei linguaggi narrativi, laddove il registro rimane ben definito, compiuto, praticamente inoppugnabile.

E poi pensate al Killer Cornuto che avanza nella sua sotto-trama, diretto al centro focale dove brucia la parabola vertiginosa di Bunny, pensate al simbolo morale che detto Killer Cornuto incarna, figuratevi questo Occidente in metastasi spirituale, rivedete Bunny Munro che muore offrendo il petto al cielo, rileggete la bandella che dice proprio “romanzo morale” e sì, siamo d’accordo, ma c’è anche molto, molto altro. L’Occidente continua a morire di una tragedia immane in cui ognuno è palcoscenico e platea.

Leggetelo, fa bene.
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venerdì 18 dicembre 2009

Questa non è una lettera aperta al Presidente del Consiglio, On. Silvio Berlusconi

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Prima della lettura: lo scritto che segue è scaricabile e stampabile da questo pdf. Nessuno avrà da ridire se per salvare le vostre diottrie rischierete di contribuire alla deforestazione del globo. Tuttavia, usare carta di riciclo è un gesto di intelligenza e di civiltà.
Buona lettura.

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di Giampiero Cordisco

Onorevole signor Presidente,

innanzitutto vorrei esprimerLe il mio personale sollievo per essere stato dimesso dalle cure ospedaliere, e augurarLe di poter progredire rapidamente in quello che sarà a tutti gli effetti un periodo di convalescenza. Naturalmente, Le esprimo tutta la mia solidarietà per i fatti che hanno causato la Sua degenza presso il San Raffaele. Mi sento di sottoscrivere pienamente le parole pronunciate da Sabina Guzzanti (un nome che Lei dovrebbe conoscere fin troppo bene), parole di pena verso una persona colpita in maniera così improvvisa, e di stima verso l'atteggiamento fiero che questa persona (Lei, Onorevole signor Presidente) ha assunto subito dopo essere stato colpito al volto (uscire dall'auto blu che doveva portarLa dritto in ospedale per cercare con lo sguardo il suo attentatore, ecc...). Questo l'ha detto Sabina Guzzanti e io, come già scritto, mi associo completamente, se non altro perchè in quello che è successo non riesco a vedere altro che un uomo di quarant'anni, che pare abbia seri problemi psichici, che tira a un uomo di trent'anni più anziano di lui un oggetto contundente, pericoloso, glielo tira in faccia, a tradimento, rischiando di causare una tragedia di dimensioni ben più grandi di quella cui abbiamo assistito.
Io, Onorevole signor Presidente, sono una persona semplice, e in questa vicenda non riesco a vedere altro che questo: c'è una persona che lancia un oggetto in faccia a un'altra persona, e quest'ultima rimane ferita, con le labbra spaccate, il setto nasale fratturato, due denti rotti, qualche otturazione saltata, varie escoriazioni sul volto. La mia modesta sensazione di pena aumenta a dismisura quando rifletto sul fatto che la persona colpita è ben oltre i settant'anni. Quindi, per quello che può valere, Le rinnovo tutta la mia solidarietà.

Tuttavia, Onorevole signor Presidente, questa vicenda si è tinta di assurdità tali da confinare tutta l'umanità dell'accaduto nelle zone più in ombra della vita sociale del Paese di cui Lei è a capo. D'altronde in questo Paese dovremmo essere abituati alle assurdità, tutti quanti. E sto parlando del distacco, della discrasia, della mancanza totale di punti di contatto tra gli accadimenti reali e la loro rielaborazione socio-culturale. Senza vergogna di voler strafare, siamo tutti buoni (e uso il plurale perchè non posso fare altrimenti, oltre che per senso di comunità, benchè si parli di una comunità troppe volte scomoda ed esecrabile) a improvvisare indagini ermeneutiche degne dell'Ispettor Clouseau. Mentre i medici del San Raffaele erano intenti a suturarLe il labbro inferiore, già si scatenavano negli studi televisivi e nelle redazioni dei giornali i primi sistemi teorici a riguardo. L'infallibile dott. Vespa si era premunito di un oggetto del tutto uguale a quello che Le è arrivato balisticamente sul viso. I primi anatemi: la campagna d'odio, il gruppo De Benedetti, Travaglio, Annozero, la terza rete Rai. Chi sostiene "se l'è cercata", chi ribadisce "terrorista mediatico", chi abbandona l'aula quando parla Di Pietro, chi ha interesse a capire se Rosy Bindi verrà a farLe visita in ospedale, il sottosegretario Bonaiuti che ripete davanti a tutte le telecamere che Lei è "una macchina da lavoro". In un modo o nell'altro, la tendenza è sempre quella a inquinare il nucleo del fatto, a dirottarne la contingenzialità verso una spirale di discorsi che definiamo superflui solo per non cedere alla tentazione di usare il termine "stronzate" (d'altronde Lei saprà perdonarmi il linguaggio colorito).

I suoi collaboratori, Onorevole signor Presidente, si dimostrano sempre più incapaci nell'incarico di comprendere questa cosa così straordinariamente ordinaria che è il Reale. Mi viene in mente l'On. Maroni che preannuncia una stretta sui siti violenti, gruppi su facebook e quant'altro. Evidentemente, queste persone che fanno parte della Sua compagine governativa credono che la realtà sia davvero traducibile proporzionalmente in clic e accessi. Le ripeto: io sono una persona semplice, ma so bene che se fossero vere le congetture che guidano le azioni di questi signori, se i vari gruppi su facebook avessero qualche riscontro oggettivo nella realtà, se la cosiddetta realtà virtuale fosse effettivamente "reale" prima che "virtuale", allora io potrei contare sulla bellezza di quasi 180 "amici" e non dovrei mai sentirmi solo. Certe cose vanno prese con le molle, Onorevole signor Presidente. La realtà virtuale è per l 'appunto "virtuale". Operare determinate spannometrie sociali a partire dai dati virtuali dei social network e senza applicare nessun tipo di filtro è un po' come credere che in questo momento "hai vinto una fantastica BMW, sei il 100.000 visitatore". Non so se mi spiego, ma il discorso non è poi così complicato.

Ora, Onorevole signor Presidente, dai suoi collaboratori non ci si aspetta granchè, e questo non per disistima aprioristica, quanto per una stolida abitudine che ci rende avvezzi a tutto. E che continuino così, poco importa. Il bello è che mentre il mondo accade, loro sono seduti nello studio di Matrix a parlare dell'amore che vince sull'odio, ad attaccare manifesti con la scritta "CUORE AZZURRO... ecco perchè ti odiano...", ad additare i possibili colpevoli di aver instillato tanto odio nella gente.

La verità, Onorevole signor Presidente, è che la gente non è influenzabile da queste cose - non la gente italiana, almeno. La gente italiana firma appelli, partecipa alle manifestazioni, si indigna, si incazza. Ma poi il giorno dopo torna alle sue otto ore, ai gruppi su facebook per assicurarsi che non abbiano cambiato nome e ragione sociale (questo a riprova dell'affidabilità di certe cose a fini analitici), al fantacalcio, a Mourinho, agli spritz, a Fabrizio Corona, ai Cesaroni, a queste cose che rendono così stupidamente reale la realtà. Ma non vorrei essere frainteso: questa è per me solo occasione di analisi - il mio è un guardare, senza giudicare, senza biasimare, senza lamentare alcunché. Siamo un popolo di caproni, Onorevole, ma poteva anche andare peggio: potevamo essere un popolo di pidocchi di caprone, o di scoregge di caprone. Nel Paese di Pulcinella la morale è una questione, non una risposta, non una soluzione: senza in nessun modo atteggiarmi al moralista che non sono, trovo comunque illogica tale forma mentis istituzionale (cosa ne direbbe Kant? Quanto manca per ridurre anche il cielo stellato a un coagulo di chiacchiere inutili buone per l'Ultimora del Televideo?).
Il Made in Italy antropologico, così come de-formatosi negli ultimi trent'anni, è un fallimento umano, sociale, culturale, oltre che morale. Siamo il Paese dell'assenza di merito istituzionale: i meritevoli - quelli bravi davvero, le persone di talento - combattono nella realtà, giorno dopo giorno, e ce la fanno ad andare avanti, ognuno dentro il proprio cono d'ombra. Non incamerano denaro, non operano speculazioni immobiliari, non acquistano SUV per girare nei centri storici delle città d'arte, non fremono per una comparsata in TV: lavorano, si rendono operosi, si danno da fare, esercitano la propria coscienza critica, allenano l'intelligenza. In questo Paese, è stato possibile che un suo collaboratore, l'On. Brunetta, li abbia apostrofati come "culturame". Persone che esercitano la propria facoltà di critica all'esistente; uomini e donne con le proprie idee non necessariamente allineate; operatori della (sotto)cultura non ufficiale che arricchiscono immensamente il patrimonio immateriale delle arti: "culturame". In questo Paese i più grandi impostori siedono ai troni di comando.

Lei, Onorevole signor Presidente, è definitivamente fra questi impostori, per il fatto semplicissimo, reale, evenemenziale, di essere un pubblicitario, un venditore, un imprenditore, di essere pubblicamente qualcosa d'altro rispetto al Suo ruolo governativo. Io non sto tirando in ballo la P2, la lista interminabile di processi, le corruzioni, i conflitti di interessi, gli stallieri, i pentiti (non mi importa la Storia, c'è gente più brava che si occupa di questi aspetti, c'è la magistratura di cui mi fido, c'è il Codice): sto semplicemente facendo chiarezza sul fatto che Lei riveste un ruolo che non dovrebbe essere Suo. Ed è questa distorsione delle cose che sta alla base della capronaggine di una nazione che inspiegabilmente l'ha eletta democraticamente (lo spavento è questo, Onorevole: è la democrazia, in questo caso, e NON la sua assenza, è il consenso volontario, e NON la sublimazione di un broglio socio-psicologico; quello che non torna è che la maggiornaza degli italiani abbia effettivamente eletto Lei a capo della coalizione di governo in elezioni libere). Noi siamo dipendenti dalle distorsioni dell'immagine e della comunicazione: siamo dipendenti dalle deformazioni delle appendici sensoriali dei fatti che semplicemente accadono. Non è solo la TV, ma anche la nostra predisposizione a fare in modo che la TV commerciale da Lei lanciata, in piena epoca da craxismo rampante, si sostituisca ai filtri con cui abitualmente esercitiamo le nostre scelte critiche sull'esistente. Noi non siamo un Paese libero dal momento in cui abbiamo perso la capacità di scegliere la realtà (la Realtà) come bacino critico da cui trarre un significato da conferire all'Esperienza. Noi esperiamo l'esistente seduti sul divano, viviamo solo delle parvenze di Vita: navighiamo, chattiamo, guardiamo quintali di fiction oggettivamente disgustose, mandiamo sms gratis, è tutto intorno a noi. E infatti i suoi collaboratori fanno una confusione tremenda fra le istanza della Rete e quelle della società reale.

Il modello da Lei imposto in questi ultimi trent'anni, Onorevole, è un modello di surrogazione dell'esperienza. Ne risulta che siamo tutti svuotati, insoddisfatti, infelici; e l'infelicità, che può essere sì preziosa ma solo come giusto contraltare all'eccesso euforico di felicità gratuita, ci si para davanti come unica alternativa emozionale. Io sono una persona semplice, ma la vedo così: i governi, i poteri, le istituzioni, indipendentemente da qualsiasi credo politico-filosofico-economico possano seguire, devono lavorare unicamente per la felicità della collettività. Ora: al di fuori delle svariate mura delle Sue svariate proprietà, Le risulta per caso un disavanzo di felicità in questo nostro Paese? Le sembra una nazione felice quella che inizia la digestione, la sera, guardando sul primo canale della TV pubblica queste persone che si mettono a piangere perchè hanno appena scartato il pacco con i 500.000 euro e in ballo rimane solo il coccodrillo? Va da sè che la felicità della collettività è interconnessa con la felicità, la realizzazione, la buona occasione del singolo. La invito a chiedersi, Onorevole, se in Italia si verifica tutto ciò: senza sorrisi forzati, senza ansie da indice di gradimento, senza autoinvestirsi a proclamatore della pubblica tranquillità - si chieda se siamo felici. Ci provi, almeno.
Fatto? OK.

Lei, Onorevole signor Presidente, è una persona di indubbio carisma, e il carisma genera sentimenti forti. (Questa l'ho sentita ieri sera da Galimberti.) Ci sono decine di milioni di persone che La amano, perchè Lei è un presidente "con le palle", perchè Lei è il migliore in 180 anni, benché bersagliato dalla magistratura e dagli altri milioni di italiani che invece la odiano - e La odiano, gli Altri, forse per gli stessi motivi, ai quali si possono aggiungere, in maniera molto intuitiva: la Sua sbruffonaggine, il Suo non voler sottostare alla Legge, il Suo bonapartismo alla milanese, la mancanza di trasparenza di molti capitoli del Suo passato rampante, le Sue amicizie equivoche, il Suo potere mediatico, questa Sua realpolitik in odor di mafia e tutto il resto, che ripetere sarebbe ormai una forzatura. Io credo che molti italiani siano arrivati a odiarLa per quello che Lei rappresenta: l'arrivismo, la menzogna, l'apparenza, il culto dell'immagine, la dipendenza dalla popolarità, l'incoerenza sul piano umano e istituzionale.
Ma io credo, Onorevole, che sia semplicemente arrivato il momento di ribaltare i piani semantici, ossia: Lei non rappresenta, Lei è rappresentato; Lei non è un simbolo, Lei un'allegoria; e infine Lei non è la causa, perchè Lei è l'effetto.

L'effetto della nostra costitutiva e genetica abilità nell'arrivare tardi agli appuntamenti con il Progresso, l'effetto del nostro lassismo indifendibile, della nostra mancanza di midollo, del nostro vuoto politico. L'effetto. Punto. Non la causa.
Noi ci siamo meritati tutto ciò, e continuiamo a farlo giorno dopo giorno. Non ci fregherà mai e poi mai di indagare i perchè di tutto questo. Ognuno si becca ciò che si merita. Noi ci siamo meritati i Suoi scherzi internazionali, le inchieste di Repubblica, le leggi ad personam, fannulloni Vs Cesaroni, la D'Addario, i/le trans, Cicchitto che va in TV, la Santanchè che va in TV - tutto, davvero tutto quest'universo di nullità. (Non mi costringa, La prego, a proseguire nell'elenco.)

Vede, Onorevole signor Presidente, da persona molto semplice io avrei di gran lunga preferito essermi meritato una statuetta in faccia, sapendo però che fuori dall'ospedale avrei comunque trovato un Paese intelligente.

Colgo l'occasione per augurarLe un Buon Natale, e un felice Anno Nuovo.

Cordiali saluti.
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